Carne, sangue, ritualità: il “rosso Kapoor” al MACRO

© MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma
© MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma

La perenne metamorfosi della materia, la carne lacerata e il sangue rituale diventano protagoniste al MACRO nella personale di Anish Kapoor

«Sta all’artista far emergere la sua esistenza, dargli spazio, esplorarla e osservarla».

Dopo oltre dieci anni, Anish Kapoor torna ad esporre in un museo italiano; la personale, inaugurata il 17 dicembre 2016, resterà aperta fino al 17 aprile 2017 negli spazi del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma di via Nizza.

Curata da Mario Codognato, la mostra ripercorre i passaggi fondamentali della ricerca di Kapoor in ambito formale e concettuale attraverso una eterogenea proposta di opere. «Archetipico, intimo, imponente e dialettico, il lavoro di Kapoor presenta, affronta ed investiga le condizioni della materia, le dinamiche della percezione e il potere della metafora».


© MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma


IL PRECORSO ARTISTICO DI ANISH KAPOOR

Lo scultore e architetto Anish Kapoor, di origine indiana e formazione europea, è nato a Bombay nel 1954, attualmente vive e lavora a Londra. Considerato uno dei maggiori artisti della scena contemporanea, i suoi lavori si trovano nelle più importanti collezioni pubbliche e private di tutto il mondo (Museum of Modern Art di New York, Tate Gallery di Londra, Fondazione Prada di Milano, Guggenheim Museum di Bilbao, MAXXI di Roma). Molti i premi ottenuti, come quello alla XLIV Biennale di Venezia nel 1990 e il Turner Prize nel 1991, e i successivi riconoscimenti internazionali con il Praemium Imperiale nel 2001 e il Knight Bachelor nel 2013. Importanti anche i progetti pubblici, tra i quali Cloud Gate (2004) presso il Millenium Park a Chicago e ArcelorMittal Orbit (2012) nel Queen Elizabeth Olympic Park a Londra.

Sin dalle prime opere, Kapoor esplora alcuni temi nodali, che successivamente recupererà in differenti lavori: l’androgino, il dualismo femminile-maschile, la sessualità, il rito. Le prime suggestioni le ha dalle famose “macchine celibi” di Marcel Duchamp, dalle ideazioni di Joseph Beuys e dalle ricerche scultoree degli anni Sessanta, soprattutto nell’ambito dell’Arte povera.

Fondamentale nel 1979 il viaggio nel suo paese d’origine; Kapoor scopre il suo “essere indiano” e prende coscienza della doppia natura della sua indole, una sorta di extraterritorialità in cui confluiscono due culture, quella orientale di provenienza e quella occidentale di adozione e formazione.

Il percorso artistico di Kapoor potremmo sintetizzarlo in due fondamentali fasi. Le opere degli anni Ottanta, in cui realizza oggetti scultorei tra l’astratto e il naturale ricoperti di pigmento puro, contraddistinti da intensi colori, necessari per occultare il materiale d’origine e alludere all’idea di sconfinamento dell’opera. In questa fase l’artista indaga le relazioni tra gli opposti – maschile e femminile, tangibile e materiale, interno ed esterno –  poli contrastanti agli antipodi di una stessa origine, come in Place (1983) e  Mother as a Mountain (1985).

A partire dalla metà degli anni Novanta, le sculture accrescono di dimensione e diventano monumentali. L’artista propone la messa in scena del vuoto, o meglio esplora il vuoto: le opere scompaiono in pareti o pavimenti, giocando così sul duale rapporto di presenza-assenza e destabilizzando le certezze del visitatore. In questi anni si intensifica la riflessione di Kapoor sul concetto di non-oggetto o non-materiale, quindi sulla possibile trasformazione dei materiali.

Uno degli aspetti fondamentali della ricerca di Kapoor sta nell’affrontare grandi temi dell’esistenza e allo stesso tempo nell’innescare la capacità di trasformare la materia. La conoscenza approfondita dei materiali che utilizza e delle loro proprietà, infatti, permette all’artista di proporre e sperimentare ogni possibile metamorfosi della materia, attivando connessioni psichiche e conoscitive che vanno ben oltre la percezione sensoriale dell’opera.

I materiali utilizzati dall’artista sono vari: il marmo di Carrara, il granito, l’ardesia, l’arenaria, il legno, il gesso, il silicone, e poi ci sono le superfici riflettenti con specchi deformanti come in Double Mirror del 1997 e nei recenti lavori in mostra Corner disappearing into itsel del 2015 e Mirror (Black to Red) del 2016, dove la realtà viene capovolta.


Kapoor, Mirror (Black to Red) al MACRO [ph] Matrioskart


LE OPERE DI KAPOOR AL MACRO 

La mostra al MACRO presenta una selezione di opere tra rilievi e dipinti composti da strati aggettanti di silicone rosso e bianco e pittura, sculture-architetture monumentali e superfici specchianti. Sono opere realizzate da Kapoor negli ultimi dieci anni a grandezza naturale nel proprio studio, come la maggior parte delle sue precedenti ideazioni.

I titoli dei lavori chiariscono i nessi ricercati dall’artista, che, come Marcel Duchamp, considera il titolo una parte fondamentale e imprescindibile dell’opera.

In questi lavori Kapoor porta avanti un percorso creativo che si situa al crocevia di due tradizioni culturali: quella orientale e quella occidentale. Tra le opere in mostra, spiccano la monumentale e rossa struttura Sectional Body Preparing for Monadic Singularity, esposta l’anno scorso all’aperto nel parco della Reggia di Versailles e riproposta al MACRO in dialogo con l’architettura del museo, e Internal Objects in Three Parts, costituito da un trittico in silicone dipinto e cera, esposto quest’anno ad Amsterdam tra i celebri quadri di Rembrandt presso il Rijksmuseum.


Kapoor, Il trittico e sullo sfondo Selectional Body preparing for Monadic Singularity [ph] Matrioskart


Il rosso è il vero protagonista della mostra, tanto che potremmo parlare del “rosso Kapoor”. Per l’artista il colore rosso rivela una forte esperienza emozionale, richiama l’immagine del sole che tramonta e quella della neve insanguinata dopo la battaglia, ma soprattutto rappresenta l’interno del nostro corpo. Il rosso è il sangue, è la carne squarciata, è la ferita che sanguina sulla pelle.

Proponendo «immagini viscerali, brutali e sensuali al contempo» Kapoor propone, in chiave contemporanea, la perenne rappresentazione letterale e metaforica della carne e del sangue nella pittura di ogni tempo. I suoi ultimi lavori presentano una monumentalità più accentuata, una tensione materica e carnale a volte volutamente esasperata e una rappresentazione quasi barocca.

Sono rintracciabili alcuni riferimenti. Innanzitutto il richiamo a Burri, non solo nell’uso del rosso se pensiamo alla plastica corposa del Grande Rosso, ma anche nella composizione, nel drappeggio della materia-colore, spettacolare, di sapore barocco, scenograficamente drammatica. In opere come Flayed (2016), Inner Stuff (2012), Dissection (2012) e Red display (2012) la carne scorticata, dissezionata e lacerata viene indagata e sviscerata in composizioni di una teatralità ostentata che rievocano i tagli-ferite, le cuciture e le bruciature di Burri. 


Kapoor, Dissection, [ph] Matrioskart


Ma dietro c’è anche l’azione e l’esperienza artistica di Herman Nitsch, ideatore negli anni Sessanta di tele dipinte con getti di colore e sangue, che suscitavano il disgusto dello spettatore e allo stesso tempo lo rendevano partecipe di un primitivo rito di purificazione.

In Curtain (2013), invece, attraverso l’uso della tela scura Kapoor rivela e nasconde il rosso della carne-materia e sembra recuperare visivamente il paradigma dei giganteschi feltri “anti-forma” di Robert Morris.


© MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma


In Unborn (2016), First Milk (2015) e Disrobe (2013), le viscere sono in primo piano, la carne è lacerata, ridotta in brandelli, e urla tutto il suo dolore, la contraddizione stessa della vita che non può separarsi dall’esperienza della morte.

Nella sensuale primigenia energia delle sue opere, Kapoor metaforizza e metabolizza le forze contrastanti che hanno dato origine al mondo e all’esistenza umana:

«luce ed ombra, negativo e positivo, maschile e femminile, materiale ed immateriale, pieno e vuoto, concavo e convesso, lucido ed opaco, liscio e ruvido, naturale ed artificiale, rigido e morbido, solido e liquido».

L’arte diventa un rito continuo, che tormenta, esplora e consolida le relazioni tra i vari conflitti interiori. Come sostiene lo stesso Kapoor, il rapporto tra l’artista e l’opera è simile a quello che si instaura tra il paziente e l’analista nella psicanalisi;

«qualcosa emerge ed entra nello spazio quasi fosse una terza entità […] Diventa il soggetto della conversazione, dell’esplorazione».

L’aspetto ritualistico e l’immedesimazione dell’artista-sciamano è ancora più evidente nell’opera Hunter (2013), realizzata in silicone su pelliccia e juta. La veste diventa emblema rituale e allo stesso tempo superficie dove rimangono impresse le tracce lasciate dai passaggi d’iniziazione. Il rito è l’azione che serve per collegare il cielo con la terra, o come sostiene Celant, per «imprimere una forma unitaria alle parti di un significato perduto, così da riavvicinare l’essere umano al divino».


Kapoor, Hunter [ph] Matrioskart


Anche in Foetal (2012), opera in silicone, pigmento e juta, permane l’immagine della tunica sciamanica; stavolta si erge a vera icona e ricorda nella composizione la riproposizione dei simboli operata da Franco Angeli negli anni Sessanta.

Infine con Apocalypse and Millennium (2013), in vetroresina e terra, Kapoor affronta temi universali: una sorta di meteorite occupa e invade lo spazio fisico preannunciando eventi futuri incerti, ancora ignoti all’uomo.


Kapoor, Apocalypse and Millennium [ph] Matrioskart


La ricerca artistica di Kapoor si configura quindi come una perenne investigazione dell’incontro-scontro fra le diverse culture, le dualità e le contraddizioni che comunque accomunano tutti gli esseri umani.


 

Anish Kapoor
A cura di Mario Codognato
promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con il patrocinio dell’Ambasciata Britannica di Roma, main sponsor BNL Gruppo BNP Paribas
dal 17 dicembre 2016 al 17 aprile 2017
Macro – Museo d’Arte Contemporanea Roma MACRO Sala
Roma, Via Nizza 138
Orario: da martedì alla domenica ore 10.30-19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Chiuso il lunedì

 

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. Iperattiva, sognatrice, ama scrivere e scattare fotografie. Il cambiamento è una costante della sua vita. Raccoglie oggetti per strada, è sempre alla ricerca di nuovi amuleti.