Il colore della colpa: i capelli rossi tra iconografia e tradizioni popolari

G. Segantini, Le cattive madri, 1894
G. Segantini, Le cattive madri, 1894

Nell’arte antica come in quella moderna l’iconografia della donna con i capelli rossi serpentini diventa l’emblema di un’arcaica colpa

Appare spettrale, scheletrico ed essenziale il paesaggio innevato e candido in cui supine si erigono due donne dalla carnagione pallida, livida e dai capelli rossi serpentini. Questi gelidi fantasmi senza vita, sono in bilico nella landa desolata della colpa, dove tutto è fermo, arrestato a se stesso, apparentemente immacolato. Gli aridi alberi, dai rami rinsecchiti, sono mossi dal vento siberiano dell’inverno. Falangi mostruose che diventano propaggine di corpi stanchi, di scheletri deformi, di ossa consumate che afferrano e imprigionano a se la vita, il dolore, la tacita essenza di una maternità soffocata e mai nata.
Giovanni Segantini, si ispira nel dipingere nel 1891 Il Castigo della lussuria ad un passo letterario di Luigi Illica, esponente della Scapigliatura milanese, in cui la Mala Madre è castigata per il suo egoismo a tormentarsi nel silenzio della bruma e nel freddo paese dell’oblio come, nella bufera infernale di cui i lussuriosi descritti da Dante Alighieri nel V canto dell’Inferno, vengono trascinati in lamenti senza fine, in urla agitate che non trovano perdono e tregua.


G. Segantini, Il castigo della Lussuria, 1891
G. Segantini, Il castigo della Lussuria, 1891


I capelli si scuotono nel soffio straziante dell’inverno, si avviluppano tra rami della sofferenza, spogli da ogni germoglio di vita, ricurvi e sospinti dal nulla. Si odono i latrati rabbiosi de Le Cattive Madri (1894), in cui ossessivamente il pargolo innocente si alimenta dallo sterile seno della donna, allusione all’iconografia rinascimentale della strega, come nell’Invidia incisa da Jocab Matham nel 1593.
Hanno una energia magica e straordinaria i capelli, continuano la loro vita anche dopo la morte e Segantini dipinge le donne della colpa con capelli lunghissimi, aggrovigliati e incolti, rossi come il sangue e l’erotismo, associati all’arcano potere delle “masciare” e dei demoni.
Diventano oscuri come il fiele nelle fotografie del 1952 di Franco Pinna che ritrae la lamentatrice di Pisticci; capelli neri come il lutto della morte, cupi come il dolore degli strazi antichi e dei lamenti intonati. Durante il cordoglio, i capelli non possono essere tagliati, è un divieto assoluto per le donne. Devono essere sciolti e strappati solamente dalla forza lacerante delle mani per coprire il cadavere e l’ossessivo viso; gestualità primitiva e incantata.


F. Pinna, Lamentatrici di Pisticci, 1952
F. Pinna, Lamentatrici di Pisticci, 1952


Ernesto De Martino, in Lucania ha registrato la consuetudine che durante il pianto di accompagnamento al morto le donne si sciolgono le chiome, rinunciando alla normalità della pettinatura, abbandonando il proprio corpo alla disperazione del nero lutto arcaico.
Le donne dipinte dall’inglese Dante Gabriel Rossetti, decadenti nelle pose e nella poetica, hanno i capelli come il rosso della colpa, del peccato primordiale, ritratti intensi e aggressivi, suggestioni forti al trionfante Rinascimento. Diventano gelidi i rossi nordici, invece, nelle figurazioni di Fernand Khnopff che dipinge donne dagli sguardi vitrei e dagli ondulati capelli lunghi di colore rosso fuoco, influenza dell’arte di Gustave Moreau e Eugène Delacroix.


D. G. Rossetti, Ecce Ancilla Domini, 1850
D. G. Rossetti, Ecce Ancilla Domini, 1850


L’icona antica della Madonna, si tramuta in Ecce Ancella Domini (1850) di Rossetti che ne rappresenta una donna dai capelli e dalle labbra vermiglio in una posa languida, equivoca e conturbante, nascosta ma estremamente viva, fino ad evolversi nella figurazione androgena di Khnopff, di Klimt e di Franz von Stuck che nel Il bacio della sfinge (1895), dipinge la donna del peccato, arsa in un rosso infernale, in una mostruosità surreale di cui la sfinge ne rappresenta l’aspetto seducete e mortifero che diventa fatale, nel rilievo in legno policromo del 1895 di Georges Lacombe che rappresenta Iside, dal cui seno fuoriesce il sangue rosso vivo della vita e della morte.


F.von Stuck, Il bacio della sfinge, 1895
F.von Stuck, Il bacio della sfinge, 1895


Il concetto antropologico del rosso legato al sangue è attestato nelle terapie del cordoglio in cui la donna spargeva il proprio sangue graffiandosi le gote e lacerandosi le anche, attribuzione oggi, visibile nello spargimento del sangue durante la settimana santa a Nocera Terinese, in cui i flagellanti si percuoto gli arti inferiori procurandosi profonde ferite da cui fuoriesce il sangue che annienta la morte in nome della vita, in una dualità complessa e archetipica dove attraverso il decesso si evolve all’esistenza in un ciclo continuo e perenne.
I capelli rossi della Maddalena, di colore sangue coagulato, dipinto dal Maestro duecentesco della Maddalena penitente (1280 circa), coprono il corpo della peccatrice, della prostituta primordiale in cui spenta adesso la sua passione e il suo impulso istintivo, divengono una veste capillare che avvolgono il corpo proibito e nudo, disegnando un valore nuovo e ieratico alla nudità antica della statuaria classica ed ellenistica dell’ideale platonico del mondo antico per proiettarsi nello spazio nuovo e simbolico della cultura medievale e bizantina.


Maestro della Maddalena, La Maddalena, 1280
Maestro della Maddalena, La Maddalena, 1280


 

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Storico dell'arte e docente, collabora presso l'Università di Roma Tor Vergata. Si occupa di tematiche antropologiche e di come queste si riverberano nella storia dell'arte. E' autore di numerosi saggi specialistici.