L’effimero si fa arte negli scatti di Gabriele Friscia

Gli oggetti di uso comune trasformati dal tempo entrano in galleria. E il rosso è protagonista.


Il rosso è il più ancestrale tra i colori, quello che ritroviamo nelle grotte di Altamira e in maniera preponderante negli affreschi della Pompei antica. Il rosso, si sa, simboleggia passione, energia vitale, ma è anche il colore dei segnali stradali che indicano pericolo, proprio perché per natura è notato dall’occhio umano molto prima rispetto alle altre colorazioni. Soprattutto però, il rosso è il più pop tra i colori, quello che diverse marche della cultura del consumo hanno scelto per imporsi sul mercato, rendendosi visibili e riconoscibili.

Dunque il Rosso non poteva non essere imperante nelle opere fotografiche estremamente pop dell’artista Gabriele Friscia, esposte fino al prossimo 11 marzo negli spazi dello studio-galleria Parioli Fotografia. Gabriele, nato a Roma ma che da trenta anni trascorre la sua vita a Cordoba, in Spagna. Ha voluto intitolare Effimera questo suo ultimo progetto, proprio perché la sua ricerca estetica parte da un gesto fugace e apparentemente banale, quello della raccolta di oggetti trovati per strada, scarti di esperienze materiali, transitorie e ordinarie. Allacciandosi all’estetica della Pop Art, Gabriele reinterpreta in senso artistico oggetti di uso comune: pacchetti di sigarette vuoti, lattine o tappi di bottiglia lasciati scivolare senza molta attenzione, vengono elevati a vera e propria opera d’arte utilizzando, in questo caso, la tecnica della macro fotografia panoramica. Gabrielele Friscia aveva già fotografato lattine schiacciate e altri oggetti trovati per strada, ma fuori dal loro contesto, isolandoli, ha visto la possibilità di esaltarne la forma, l’estetica e il messaggio. A Ril l’artista ha raccontato come è nato il suo progetto e perché il colore rosso è così presente in tutta la sua produzione artistica.

Cos’è il progetto Effimera?

«Tutti gli oggetti ritratti sono residui materiali schiacciati o corrosi dagli agenti atmosferici che li hanno trasformati in un’altra cosa, in un altro oggetto che il ritratto intende elevare a icona fotografica legata alla poetica della Pop Art. Inoltre questi oggetti rappresentano per me una sorta di metafora del trascorrere inesorabile del tempo e del carattere effimero del piacere».

Qual è la genesi di questo tipo di ricerca estetica?

«Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 necessitavo di un nuovo impulso per la mia produzione fotografica, un nuovo slancio che allo stesso tempo mi permettesse di sviluppare ulteriormente gli elementi che sono alla base della mia poetica visiva: il fluire del tempo, l’incidente fotografico e il caos come strumento modellatore della materia. E come sempre fu la casualità a far scattare quell’incidente visivo, chiamiamolo così, con un residuo/scultura in forma di lattina di bevanda energetica. Quest’oggetto, con la sua grande forza estetica e metaforica, è stato per me un grande stimolo creativo. La sua osservazione mi ha portato a riflettere sul carattere transitorio della felicità umana e, naturalmente, sulla grande influenza di fattori accidentali che trasformano un comune oggetto riprodotto migliaia di volte in una produzione robotizzata, in un oggetto unico e iconico».

Il rosso è un colore molto ricorrente nelle sue opere fotografiche. Cosa rappresenta questo tono per lei?

«Il nero, il bianco (Foto-Grafica 2001) e specialmente il Rosso sono colori che troviamo frequentemente nelle mie fotografie fin dalle prime serie: Macchie (2005), Graffiti (2007) così come nelle ultime In letargo (2017). Direi che più che una scelta razionale è un richiamo inconscio verso i colori puri, primari o primitivi, che sono alla base dell’arte figurativa che mi ha sempre appassionato: la pittura rupestre, le opere di Mirò, l’Espressionismo astratto e la Pop Art. È l’intrinseca forza primaria e vitale del colore rosso che le mie immagini perseguono. Io sono essenzialmente un ricercatore grafico accidentale affascinato dall’idea di congelare istanti fugaci, somma di fatti che senza una relazione logica si accumulano con il passare del tempo e trasformano la materia».

Come mai secondo lei questi residui di esperienze materiali effimere molto spesso sono proprio di colore rosso?

«La presenza considerevole del rosso nel progetto Effimera è condizionata dall’uso che l’industria ha fatto di questo colore, dell’impiego e dell’appropriazione delle grandi marche della cultura del consumo: Coca Cola, Ferrari, Marlboro, ma anche San Valentino, Babbo Natale… Richiamo estetico, evocazione di istinti primari e primitivi che ripropongo in una versione trasformata dal caos».

Dunque qual è la relazione tra il contesto socio-culturale pop ed Effimera?

«Gli oggetti proposti in Effimera sono oggetti perfettamente concepiti per attrarre un pubblico consumista, reinterpretati da una mano che usa come pennelli e colori il tempo, gli agenti atmosferici, l’azione casuale dell’uomo. Vere e proprie sculture che cerco di fotografare nei più piccoli e minimi dettagli, amplificarli, estrarli dal loro contesto per elevarle allo stato di icone e creare un pezzo nuovo, unico e irripetibile».

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