Lo chiamavano Antieroe

[ph] Emanuele Scarpa

“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti inaugura un nuovo filone del cinema italiano ma lo fa senza trascurare le problematiche della vita reale.

La Prima è sempre la situazione meno opportuna per vedere un film, sei confuso dal variegato parterre e ammaliato dai red carpet autoreferenziali, che solitamente vengono costruiti ad hoc dalla distribuzione, ma in questo caso è andata diversamente.

Inizio dalla storia narrata, che ormai conoscete tutti, racconta le vicende di Enzo Ceccotti, un delinquente di basso profilo di Tor Bella Monaca che un giorno, al culmine di un inseguimento per le vie del Rione Ponte, non trova altra via di fuga che buttarsi nel Tevere. Come se non bastasse la consueta tossicità del «Biondo», in quel posto si trovano sepolti alcuni bidoni contenenti misteriose sostanze radioattive che il fuggiasco beve dopo esserci cascato dentro. Nonostante tutto questo, la notte passa, lui sopravvive e dopo una caduta dal quinto piano da cui esce illeso, si accorge di aver sviluppato una resistenza incredibile e una forza sovrumana.

Inizialmente utilizza i super poteri a servizio delle sue piccole attività criminali ma quando incontra Alessia, la vicina di casa, in balia delle furie omicide dello Zingaro, uno psicopatico boss di borgata con un passato pseudo artistico e ambizioni da Padrino, la sua vita prende un’altra piega. La ragazza è completamente «svitata», non sa di essere rimasta orfana e passa tutto il tempo a guardare i cartoni di Jeeg Robot d’acciaio, convinta che siano reali. Un po’ attratto dalla sua bellezza e un po’ coinvolto nell’episodio della morte di suo padre, Enzo la prende sotto la sua ala protettiva e la favola inizia.

Ora che sapete di cosa stiamo parlando posso tornare alla sera della Prima dove era presente, oltre a tutti gli altri, Luca Marinelli, l’attore che interpreta lo Zingaro. Ebbene, la discrepanza tra la sua apparenza reale e l’interpretazione ferocissima e crudele che ha creato per il suo personaggio è incredibile, un grande attore è colui che riesce a trasformarsi completamente e non interpreta sempre sé stesso come fanno la maggior parte degli attori italiani, per uscire dai nostri confini lui sta a questo film come J. K. Simmons stava a Whiplash.

Il film è bello e scorre abbastanza bene anche se, essendo frutto dell’era del digitale, il regista si è trovato una quantità notevole di girato e, come tutti i suoi colleghi, non se l’è sentita di cassare. Ma questo è un discorso più ampio che dovrebbe partire dalla considerazione dell’epoca in cui viviamo, fatta di velocità e di storie che si bruciano in un attimo, e la cui narrazione forzatamente adattata alle due ore, che solitamente separano i due spettacoli cinematografici, perde di forza come un fiume in una diga artificiale.

Comunque questa pellicola ha fatto, e farà, molto rumore. Quello che al momento si percepisce di più è il boato prodotto dallo «schiaffone» che un Gabriele dà all’altro, Mainetti a Salvatores per essere più precisi, umiliando il penoso tentativo di creare un filone cinecomics all’italiana che Il ragazzo invisibile ha tentato inutilmente di fare, pur avendo a disposizione un budget di gran lunga superiore al film di cui stiamo parlando. 

Questo film è stato in gran parte autoprodotto visto che i principali produttori italiani, in cinque anni di tentativi, avevano sbattuto la porta in faccia a Mainetti giudicando il film un esperimento che non avrebbe potuto dare alcun frutto. Chissà se le facce crucciate di Luigi e Aurelio De Laurentiis (presenti in sala) fossero dovute alla cantonata presa?

Dopo averlo visto, andate a cercare sul web anche i corti precedenti di Gabriele Mainetti, principalmente Tiger Boy e Basette, ciò vi farà riflettere sul tema ricorrente dell’infanzia (che anche qui in Lo chiamavano Jeeg Robot è rappresentata da un’Alessia bloccata in una dimensione infantile) e del riscatto che potrebbe realizzarsi solamente attraverso il mito del supereroe. La sceneggiatura, come nei corti precedenti, è di Nicola Guaglianone che ci parla del disagio della periferia come luogo votato all’emarginazione, degli abusi che i minori subiscono e della necessità che gli stessi hanno di non voler vedere e subire tutto quello che di brutto li circonda, questo è il vero tema scottante che quest’ultimo loro lavoro, insieme ai precedenti, fa trasparire.

Quanti antieroi cercano, con poche speranze, di cambiare il mondo in cui viviamo?

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