Le facili dicotomie della politica

 

Ma quanto sono illusorie le divisioni di campo!

 

Spesso nascondono semplici spartizioni o descrivono interessi personali. Nella politica fanno parte dell’artiglieria più usata. Da una parte ci sono i buoni, dall’altra i cattivi.

Per il premier Matteo Renzi quelli che voteranno al referendum sono gli innovatori, quelli che sceglieranno il no i retrogradi. Per il suo principale antagonista, Beppe Grillo, c’è un “noi” (quelli che difendono i cittadini) e un “loro” (quelli che lavorano soltanto per se stessi, la casta, o per i presunti poteri forti).

Berlusconi ha usato la stessa retorica: le sentinelle della libertà da un lato, i comunisti dall’altra.

Ovviamente nell’insostenibile leggerezza della (nostra) politica i campi spesso si confondono e si ribaltano a seconda della convenienza. Il senso della politica sarebbe invece proprio il contrario, evitare le dicotomie.

Se è debole la convinzione di Aristotele secondo cui l’uomo è un animale politico ed è dunque portato naturalmente alla comunità, mi sembra interessante riproporre la tesi che Hanna Arendt argomenta con convinzione: l’uomo è a-politico, Aristotele aveva torto (Hobbes, invece, l’aveva capito).

 

Il campo della politica è fuori dagli uomini e precisamente “tra” gli uomini.

 

I romani non annientavano i popoli che conquistavano perché ritenevano che senza di loro avrebbero perso una parte della verità. Dunque le dicotomie possono funzionare giusto come semplificazioni. Niente di più. Viviamo in una dimensione molto più orizzontale che verticale.Tutto si mischia e si confonde. Tutto scorre (frase attribuita ad Eraclito anche se, come ripeteva il professor Giannantoni, non esiste un frammento in cui il filosofo greco abbia scritto “panta rei”).

 

Proprio in questi tempi di separazioni dovremmo tornare a stimare le contaminazioni.

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