Negli abissi del mondo

Nero è il colore degli abissi. Nero è il mare di notte. Nera è la pelle degli annegati. Nero è il colore di un’Europa in decadenza. Nero è il pozzo che ha inghiottito la nostra coscienza.

Nero. Il nero dei granuli che in quella notte e in ogni notte, come li racconta Maylis de Kerangal nella sua toccante traversata notturna verso Lampedusa, punteggiano il mare, in un caos di tonfi, grida, tumulto, mentre il profilo di un vecchio peschereccio si dissolve progressivamente nel blu del mare, l’«azzurro verticale».

Nero. Il nero degli occhi lucidi con cui il fotografo Valerio Bispuri ha ritratto i fantasmi di Regina Coeli, il carcere che lo Stato vuole vendere, come San Vittore, come Poggioreale, ma intanto continua ad essere un luogo inumano in cui i detenuti sono costretti a vivere segregati per espiare la loro pena. Il nero della pelle stessa del carcere, ha scritto Marco Belpoliti, una «superficie butterata, erosa, scavata, ricolma di abrasioni, polverosa e in disfacimento. Questi sono i veri tatuaggi di Regina Coeli». 
 
Nero. Il nero dei bambini senza futuro, senza vestiti, giochi, cibo. Senza la possibilità di festeggiare un compleanno. Senza poter fare un giorno di vacanza. Costretti a vendere la propria bicicletta per comprare dei quaderni. Il nero di un milione di figli, i nostri figli. Italiani, non stranieri. Che vivono in povertà assoluta, secondo gli ultimi dati Istat. Qui, non altrove. Ora, non settant’anni fa. Circondati dal nostro silenzio.
 
Nero. Il nero delle sbarre che circondano il Parco della Resistenza, ad un passo dalla Piramide. Sono costate trecentomila euro, dovevano tenere fuori drogati, ubriachi, senzatetto e altri disperati, che andassero a morire da un’altra parte. Così i bambini avrebbero giocato in santa pace sulle giostre. E invece niente, non cambia mai niente, l’erba è sempre alta, a terra un tappeto di letti di cartone, coperte sudicie, scarpe rotte, bottiglie vuote. Ricordi di altre notti senza dignità.
 
Nero. Il nero dei sacchi della spazzatura che si ammucchiano, uno sopra l’altro, nella Città Eterna, ormai in ogni quartiere, anche in pieno centro, tra gli sguardi sbigottiti dei turisti e i nostri, sempre meno indignati, sempre più rassegnati. Il nero dell’unico Zorro che ci verrà in soccorso, infilzando qualche cavolfiore, quello cantato da Ivan Graziani: «Frangiflutti di cartacce al sole e cattedrali di immondizia, questo è il degno palcoscenico per lui, Zorro degli stracci».
 
Nero. Il nero dei fascisti e di questa città che tra una votazione e un ballottaggio continua a concedergli spazi. Il nero delle liste di proscrizione di Casapound, in cui oggi come allora vengono messi all’indice i giornalisti. Il nero dei politici che scambiano voti, dei denigratori di professione, che sputano, sputano, e sputano, senza vergogna e senza ripercussioni, anzi guadagnando nuovi consensi, strappando sorrisi, trovando complicità. Perché il Paese, questo nostro stramaledetto Paese, ormai è irrimediabilmente malato.
 
Nero è il colore degli abissi. Nero è il mare di notte. Nera è la pelle degli annegati. Nero è il colore di un’Europa in decadenza. Nero è il pozzo che ha inghiottito la nostra coscienza. Nero è il buco in cui abbiamo fatto sparire i diritti umani, finiti, cessati, svaniti: non esistono più. Nel Mediterraneo, a Trastevere, nel nostro Sud, all’Aventino, in Parlamento, nelle redazioni, nelle piazze e nelle curve. Iene siamo. Le iene degli stadi e dei giornali. Battiato lo diceva venticinque anni fa.
 
Nero è il colore della cecità. Di un Paese che non cura il proprio territorio. Che non tutela le proprie bellezze. Che non investe nella manutenzione ordinaria delle sue città. Che preferisce la gloria mediatica dei grandi restauri, dei colpi ad effetto. Poi, però, crolla un pezzo di Lungarno. Che ormai conosce una sola cultura, quella del turismo, e pazienza se le città d’arte si spopolano, Venezia, Firenze e chissà quando toccherà a Roma.
 
Nero è il colore della solitudine. Di un bambino di otto anni che chiama il Telefono Azzurro. «La fidanzata di mio papà non mi fa entrare in casa quando lui non c’è e allora io mangio e faccio i compiti sul pianerottolo. Non l’ho mai detto a nessuno perché non volevo far dispiacere il mio papà ma oggi non mi apre nemmeno il portone, piove e io ho freddo». L’anno scorso sono stati 2.700 i casi trattati al telefono e 971 quelli in chat. Trattati significa presi in carico, perché dall’altra parte c’erano bambini che realmente avevano bisogno di assistenza. È un numero che fa disperare.
 
Rosso è il colore della violenza sulle donne, ma nero è il colore della paura. Dell’indifferenza. Dell’ignavia in cui siamo precipitati e per cui meriteremmo tutti la punizione di Dante. Vili, codardi, complici. Se non ci provoca un sussulto nemmeno la vista di una ragazza che si sbraccia per chiederci aiuto, siamo morti.
 
Nero è il ceffo che occhieggia dietro il volto spensierato di ognuno di noi. Nera è la catena di infamie che ha provocato la nostra detenzione, e se vogliamo liberarcene dobbiamo rileggere il Calvino dell’intimo T con zero: «L’unico modo di sfuggire alla condizione di prigioniero è capire come è fatta la prigione». 

Ma servirà prima scendere negli abissi del mondo.

Ps Il 19 giugno i romani sceglieranno tra la grillina Virginia Raggi, che conduce ampiamente in testa, e il democratico Roberto Giachetti, che insegue faticosamente. Dai due candidati ci si aspetterebbe qualcosa in più che il botta e risposta sull’endorsement olimpico di Francesco Totti cui abbiamo assistito in queste ore, perché sennò, anche qui, abbiamo toccato il fondo.  
 
Pps Una settimana fa la Repubblica italiana ha festeggiato Settanta anni. Tra le tante testimonianze pubblicate in memoria di quei giorni mi ha colpito quella che Alberto Asor Rosa, allora tredicenne, ha dato a la Repubblica. «Fu interminabile il tempo che Sandro, mio padre, trascorse nella cabina elettorale… “Vedi, Alberto, vedi”, mi disse appena uscito dal seggio, “oggi è accaduta una cosa importante, molto importante. Per vent’anni il fascismo ci ha governato senza rendere conto a nessuno. È la dittatura, la cosa peggiore che ci sia. Oggi con questo voto tutto cambia… Capisci, Alberto? È il popolo che decide il proprio destino. È la differenza tra la dittatura e la democrazia, la differenza tra il passato e il futuro: il voto, il voto, Alberto!».

Non stanchiamoci mai di raccontarci cosa è stata l’Italia e cosa sono stati tanti italiani.
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