Il Rialto è senza “corpo”, sigilli all’immobile e la mostra salta

“Gli spazi di produzione artistica indipendente hanno un ruolo importante a Roma. E l’elaborazione del presente è l’unica azione che dà una traccia per costruire il futuro” parlano Anton de Guglielmo e Rosa Martino, organizzatori de “Il corpo del Rialto”, la mostra che si sarebbe dovuta tenere questo fine settimana nello spazio autogestito.


[Quest’intervista è stata fatta prima della mattina di giovedì 16 febbraio, quando i vigili urbani del Comune di Roma hanno eseguito il recupero coatto del Rialto (che è anche sede di alcune associazioni tra cui il Forum dell’acqua pubblica) secondo la delibera 140/2015, bloccando (tra le altre cose) l’apertura della mostra in questione che si stava allestendo. Noi di Ril abbiamo pensato comunque di pubblicarla così come doveva essere, per dar modo di conoscere la vitalità artistica del luogo e le motivazioni dietro a questa iniziativa]

Da venerdì 17 a domenica 19 febbraio, prende il via al secondo appuntamento con “Il corpo del Rialto”, la mostra temporanea al Rialto Sant’Ambrogio nel cuore del ghetto ebraico di Roma. Installazioni, performance, concerti e video-arte per questo nuovo evento dedicato al potenziale espressivo del suono, della voce e della parola poetica. Dopo un primo stop nel 2009 durato cinque anni, il Rialto, nel febbraio 2015, si è visto di nuovo apporre i sigilli al bar, al teatro, all’auditorium e ad altre stanze della struttura. Anche se costretto a ridurre l’offerta di spazi, non c’è stata invece diminuzione nel fermento artistico che serpeggia in questo luogo. «In realtà non abbiamo mai chiuso: abbiamo solo avuto bisogno di trovare una nuova forma per le nostre principali attività» ci spiega Anton de Guglielmo, tra gli organizzatori dell’evento insieme a Rosa Martino. Con loro abbiamo parlato del significato di questo secondo appuntamento e dell’importanza della (c)reazione artistica di spazi come il Rialto.

La mostra “Il corpo del Rialto #2 – Risonanza artistica di un luogo” è la seconda tappa di un percorso che avete iniziato a ottobre. Perché avete deciso di intraprendere queste iniziative?

«Anton – Il primo appuntamento era una sorta di reazione all’ultima chiusura da noi subita nel febbraio 2015: volevamo usare gli spazi rimasti aperti in una risposta artistica e politica. Abbiamo avuto l’idea di raccontare il Rialto nella sua fisicità, si tratta di un corpo che mostra i segni di ciò che è successo, segni visibili nei sigilli che abbiamo voluto esaltare invece che coprire. Sono segni che corrispondono a confini e limiti che creano però nuovi spazi».

Nella metafora del corpo rientrano i temi di questa e della prossima mostra?

«Anton – Esatto. Il corpo del Rialto era diventato il corpo del reato, un corpo dotato di fisicità, voce e potenziale, ed è la voce al centro di questo secondo appuntamento, mentre il potenziale lo sarà del terzo. Normalmente nel guardare un’opera si osservano due elementi: l’opera stessa e il fruitore. Noi vogliamo metterli in relazione con lo spazio, creare un rapporto a tre. Non si può usare lo spazio come puro contenitore, ma deve essere sostegno ed elemento di risonanza dell’opera, che a sua volta non è mero contenuto».

Potete anticiparci qualcosa di questa seconda mostra?

«Rosa – Ci saranno delle mostre fotografiche come quella di Andrea Pandolfo, che immortala luoghi con l’occhio del musicista quale egli è: li osserva attraverso il suo obiettivo cercando il modo in cui sono in connessione tra loro in termine di lunghezza, profondità e così via. Facendo questo, immagina quale possa essere il suono di un luogo, e da qui elabora una melodia: al Rialto si esibirà suonando la musica di questi spazi. Poi c’è, tra le altre, l’opera di Donatella Vici che proporrà l’effetto che il suono del gong ha sul corpo umano: si vuole indagare l’integrazione dell’io di fronte a un’opera d’arte e ciò all’interno di un contesto, il Rialto, che diventa esso stesso installazione vivente».

«Anton – Dal corpo del primo appuntamento siamo dunque passati ora al suono e alla voce, declinati anche nel verso poetico: ci saranno infatti dei reading, alcuni con commistione tra poesia e musica. Quindi suono, verso e onda, così abbiamo aperto a 360° la voce di cui parlavamo. Il terzo evento dovrà essere sintesi di questo e del precedente lavoro. La tre giorni di mostra si concluderà, così come successo a ottobre, con “CorpOrale”, il cui titolo rimanda al romanzo di Volponi: un incontro collettivo in cui parlare delle tematiche sviscerate nell’evento».

Cosa volete dimostrare alla fine di questo percorso articolato in tre tappe?

«Anton – In realtà non vogliamo dimostrare, ma chiedere: il corpo del Rialto risuona davvero? C’è qualcuno che lo ascolta? Entra in risonanza con la città e le istituzioni? Ha ancora una funzione? Noi crediamo di sì, perché siamo convinti che gli spazi indipendenti di produzione abbiano un ruolo nella città».

Quindi secondo voi Roma ha bisogno di spazi come il Rialto?

«Anton – Assolutamente sì. Non solo perché Roma ha perso terreno riguardo all’offerta culturale, ma perché qualunque società evoluta ha bisogno del processo artistico, è il solo mezzo per elaborare il presente. L’elaborazione del presente è, di fatto, l’unica azione che dà una traccia per costruire il futuro. Inoltre questi spazi sono necessari perché il percorso di produzione artistica segue oggi solo una logica di mercato che non premia il percorso di produzione. Serve una politica di più ampia visione che vada a modificare le regole, non tanto a finanziare. In Italia c’è una difficoltà nel concepire la pluralità di offerte e contenuti di uno spazio come questo, vero centro di produzione culturale indipendente».

Cosa vorreste che le persone recepissero dalla mostra?

«Rosa – Questo non sta a noi dirlo. Noi vogliamo veicolare un’esperienza, ma non possiamo comunicare nessun messaggio perché stiamo parlando di due corpi che risuonano, quindi non possiamo sapere che cosa un’opera veicolerà al fruitore. Si tratta di una domanda a cui potremo rispondere solo dopo la mostra».

«Anton – È chiaro che per noi il nostro lavoro guarda più che a un messaggio a una direzione, che è la forza di propagazione e di partecipazione alla creazione degli spazi di produzione di cultura indipendente. Si tratta di un tassello necessario nel processo politico, sociale e culturale».

© Riproduzione riservata

Il luogo di questo articolo