Un giallo ancora aperto

Quello che accadde il 3 maggio del 2014 a viale Tor di Quinto, qualche ora prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, resta ancora un giallo

Due anni fa, era di maggio. Un pomeriggio come tanti altri vissuti prima. Incolonnato a Piazzale degli Eroi, l’Olimpico ormai a pochi minuti, la finale di Coppa Italia ad un paio d’ore. La telefonata di un collega troppo trafelato, «hanno sparato a Tor di Quinto». Inchiodo, accosto, rabbrividisco. Non è possibile. «Sì, pare proprio di sì. Forse hanno colpito un poliziotto. Forse non è grave». Era un’informazione sbagliata, doppiamente: non era un agente ed era già gravissimo. Ma la notizia di partenza, quella sì che era giusta: era spuntata una pistola, aveva sparato, aveva lasciato a terra qualcuno. Non si sapeva niente altro, ma era chiaro che il giallo della vicenda si era già tinto del rosso del sangue. 

Ciro Esposito morirà al Policlinico Gemelli dopo cinquantatré giorni di lotta. Quando mi comunicarono la notizia, ero fuori Roma. Lontano. Appena arrivato dall’altra parte del mare. Lo avevo lasciato pochi giorni prima, cosciente, ancora nel pieno della lotta. Ero convinto che ce l’avrebbe fatta, che alla fine avrebbe vinto lui. Lo avevo visto da vicino, lo avevo sfiorato. Avevo penetrato i suoi occhi, due volte. Me ne ricordai immediatamente. Quando ero riuscito a entrare nel reparto di rianimazione, fino ad un metro dal suo letto, e lo avevo visto rispondere con quegli occhi vispi alle amorevoli sollecitazioni della mamma, la signora Antonella. Poi, quando mi ero trovato, quasi per caso, accanto alla lettiga che lo portava in sala operatoria, per l’ennesimo intervento. Di quel momento, mi vennero in mente due cose, il pallore del suo volto emaciato, e l’incitamento urlato dalla zia: «Forza Ciro». Poi, rividi le immagini, una dietro l’altra, di quelle lunghissime giornate trascorse all’ospedale, fin dalla prima notte: la processione degli ultrà, le facce truci di alcuni, l’apparizione e la sparizione di un cugino che aveva troppa bile in corpo per raccontare come erano andate le cose, l’andirivieni degli amici, la rabbia, il dolore, la speranza, la tenacia di chi gli voleva bene; l’attesa per i bollettini medici, i resoconti della mamma, i sorrisi della fidanzata, le sigarette del padre, gli sguardi severi dei fratelli; e ancora, l’imbarazzo di dover rivolgere certe domande, la certezza di dovermene vergognare, la clemenza di chi le ascoltava, nonostante tutto. Oggi è esattamente come allora. Se chiudo gli occhi, rivedo le stesse cose. Ritrovo e riprovo le percezioni. E come due anni fa, mi emoziono, anche se sento che è un’emozione diversa, la folata impetuosa e violenta di allora è diventata un refolo di brezza marina, un profumo di primavera, una carezza sul cuore.
 
Ma le percezioni, ci ha insegnato il maestro Gadda, maestro non solo di gialli e stili, sono soltanto la «buccia delle cose», sono soltanto l’essenza della realtà, che invece è immensamente più complessa. Ecco perché lo scrittore, che morì nel 1973 proprio in questi giorni di fine maggio (il 21), per rifletterle tutte, la realtà e la sua essenza, ha usato più livelli di scrittura, dall’arcaico al popolare, dagli echi manzoniani alle espressioni dialettali, una miscela inedita che lo ha reso un virtuoso della lingua, consegnandolo all’immortalità della letteratura. Quando si affronta un giallo, non si può prescindere da un paragone con Gadda. Quando ci si imbatte in un romanzo cupo, lacerante, implacabile, come ne hanno scritti Simenon o Dürrenmatt, non si può non riflettere sull’imperfezione della realtà, «quel pasticciaccio…» per dirla alla Gadda, sul dolore che ne deriva, e, sempre con Gadda, sulla «cognizione» che se ne ha.
 
Non siamo ancora convinti, almeno non del tutto, che quello che accadde il 3 maggio del 2014 a viale Tor di Quinto, qualche ora prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, fu un delitto premeditato e non un tragico, assurdo, enorme pasticcio. C’è un mare di turbamenti in mezzo, che la sentenza di condanna appena pronunciata dovrebbe aiutare a navigare. Pasticcio o agguato, un maldestro omicidio o un assassinio organizzato, almeno per sommi capi: quel che passava da qualche anno di galera al carcere a vita. La sentenza si è fermata a pochi passi dall’ergastolo: ventisei anni di carcere a Daniele De Santis non sono pochi. E chissà che non vadano oltre il danno che quei quattro colpi di pistola sparati dall’ex ultrà romanista hanno provocato, la morte di un ragazzo di trent’anni, e il dolore enorme che ne è scaturito, in tante, troppe persone. 
 
Però, in questi giorni di rievocazione delle altissime battaglie civili di Marco Pannella, va detto forte e chiaro: nessuno tocchi Caino. La giustizia è stata giusta, ci auguriamo. Né buona né feroce. Ha punito per quello che realmente accadde, ammesso che il processo di primo grado ormai concluso sia riuscito inequivocabilmente a dimostrarlo. Chissà che la sentenza della Corte di Assise non sia stata anche emotiva, chissà che non abbia raccolto l’ansia giustizialista che si respirava e che non abbia voluto lanciare un segnale ai violenti degli stadi, che non si azzardino nemmeno a pensarlo un altro delitto del genere. Perché due anni dopo, sempre di maggio, la realtà delle cose è ancora assai complessa e ci sarebbe materiale per un nuovo pasticciaccio. Quattro spari, una vita spezzata, un’altra rovinata per sempre. Un morto ammazzato e un assassino deturpato. La vittima e il suo carnefice. Ciro Esposito e Daniele De Santis. Ma questa, signori, non è la storia di Abele e Caino. Una volta per tutte, non ci sono eroi senza macchia né mostri senza attenuanti. Non si può negare che l’omicida sia il titolare di un’infrazione, qualunque cosa l’abbia generata, mostruosa. E per questo pagherà a caro prezzo. Perché anche se fosse stato “solo” un eccesso di legittima difesa, aveva un limite invalicabile. 
 
Ma dopo un anno di testimonianze, perizie, ricostruzioni spesso contraddittorie, nessuno può negare che più di qualcosa ancora non torni. Probabilmente, senza che questo risulti scandaloso, più di qualcuno in questi mesi è stato assalito da dubbi e dal turbato dei ripensamenti. De Santis è davvero un folle omicida o ha sparato quando si è visto ormai sopraffatto dalla violenza dei suoi aggressori? E Ciro e i suoi amici, condannati a otto mesi per lesioni, che ruolo hanno avuto in tutta la vicenda? Davvero volevano soltanto difendere il pullman di tifosi napoletani attaccato da De Santis e i suoi complici, mai indagati, oppure andarono ben oltre? E la pistola, la Benelli 7.65 con matricola abrasa, davvero apparteneva a De Santis, come ha stabilito la sentenza, o ad uno dei napoletani che parteciparono più o meno indisturbati alla mattanza, anche loro spariti nel nulla?
Davvero, mai come in questo caso, speriamo che la giustizia sia stata giusta.
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