Storia dei ragazzi del Cinema America, la ribellione che ha convinto istituzioni e cittadini. Intervista a Valerio Carocci

Valerio Carocci racconta a Ril come da un’occupazione siano arrivati a gestire legalmente una sala cinematografica: “Per salvare Roma c’è un estremo bisogno di agire”




A passarci ora, in via Natale del Grande nel cuore di Trastevere, non si direbbe quasi che quella zona sia stata teatro di un’occupazione sui generis: la vicenda del Cinema America fa parte di una storia fatta di spontaneità e voglia di cambiare, di ostacoli continui e di reazioni immediate, che ha coinvolto i cittadini, i politici e i protagonisti della nostra cinematografia.
Valerio Carocci, il presidente dell’associazione Piccolo Cinema America, è stato tra i principali promotori di questa spinta dal basso. RIL ha ripercorso con lui le tappe di questa storia.



Cosa è successo nel 2012 quando avete deciso di occupare il Cinema America chiuso dal 2000? Perché vi siete interessati a quello spazio inutilizzato?


«L’occupazione è iniziata dalla necessità del nostro gruppo, formatosi all’interno del movimento studentesco, di avere uno spazio di incontro e fruibilità nel centro storico di Roma. Eravamo studenti dei licei centrali anche se gran parte di noi veniva dalle periferie romane. Abbiamo formato l’assemblea, Giovani al Centro per rendere noi ragazzi animatori dell’offerta culturale del centro storico. Abbiamo mappato degli spazi abbandonati con Roma Abbandonata, grazie a tantissime segnalazioni ricevute: così abbiamo conosciuto il Cinema America. Nessuno di noi studiava cinema o aveva un qualche legame con quel mondo».



Perché il Cinema America vi è sembrato il luogo ideale?


«Perché si trattava di uno spazio abbandonato a destinazione d’uso sociale e culturale su cui si stava cercando da anni di fare una speculazione enorme: costruire appartamenti e parcheggi con un profitto di circa sedici milioni di euro. E poi aveva visibilità: dei cittadini non legati a nessun movimento si erano attivati per salvarlo, riuscendoci anche in una prima fase. C’era quindi una fertilità di base. Abbiamo cercato l’appoggio dei cittadini già coinvolti e poi, nel novembre 2012, abbiamo occupato il cinema».

Cosa è successo dopo l’inizio dell’occupazione?


«Dopo un periodo di gestione “classica” da spazio occupato abbiamo iniziato a pensarci più come luogo culturale. Abbiamo scelto la strada della tutela del bene, abbandonando la parte più movimentista, per così dire, facendo una richiesta chiara alle istituzioni: volevamo il vincolo sulla destinazione d’uso e sulla parte architettonica. E poi farci da parte una volta ottenuti».


E come hanno reagito le istituzioni a questa vostra iniziativa?


«Il dialogo c’era soprattutto con la Regione, poi l’allora sindaco Marino, dopo un iniziale silenzio, ha espresso parere favorevole. Solo che, due mesi dopo aver aperto l’istruttoria per la tutela del Cinema America, ci hanno sgombrato: era il 3 settembre 2014. A novembre di quell’anno sarebbe finalmente arrivato il doppio vincolo ministeriale».



Cosa avete deciso di fare a quel punto?


«Nel momento in cui non eravamo più dentro a un cinema, abbiamo deciso uscire a difenderli tutti».

E da lì è nato il Piccolo Cinema America.


«Sì, a quel punto abbiamo iniziato a gestire il Piccolo Cinema America, nato in un ex forno adiacente alla sala da cui siamo stati sgomberati, un luogo che è diventato una sorta di cineclub. Avevamo ottenuto questo spazio in comodato d’uso gratuito per sei mesi. Poi non ci è stato assegnato un altro spazio, cosa che invece Marino ci aveva garantito. Quindi abbiamo reagito nuovamente e da lì è nata l’idea degli Schermi Pirata».



Di cosa si trattava?


«Abbiamo proiettato film e pellicole su muri e monumenti della città, a Castel Sant’Angelo per esempio, cercando di raccontare quello che ci era accaduto. Senza nemmeno saperlo, la nostra idea era un recupero di qualcosa che era già nelle radici della città, cioè il Massenzio di Renato Nicolini: una rassegna cinematografica romana nata nel 1977».



In seguito è nato invece il Festival di San Cosimato.


«Esatto: siamo passati, nell’estate del 2015, alla nostra prima iniziativa totalmente legale, il Festival di San Cosimato appunto, trasmettendo diversi film all’aperto per il periodo estivo nel cuore di Trastevere. E parallelamente sono continuati gli Schermi Pirata, con tutti i permessi in regola stavolta».


Una delle cose che colpisce della vostra storia è che le vostre iniziative hanno sempre avuto un grande appoggio da parte dei cittadini che vi hanno sostenuto in più occasioni.


«Sì, infatti, ed è molto bello sapere che quando si ha un problema si può chiedere aiuto. Certo, in alcuni momenti alcuni residenti si sono lamentati ma abbiamo cercato di spiegare e coinvolgere le persone. Secondo me questo è un atteggiamento diverso da quello che è diffuso in molti degli spazi occupati di oggi: tendono un po’ a isolarsi e ad avere la pretesa di essere capiti e basta».

Oltre ai cittadini, numerose sono state le personalità del cinema italiano che vi hanno appoggiato in prima persona, quale ricordi con più piacere?


«Avevamo un rapporto davvero speciale con Ettore Scola, ma anche con Francesco Bruni, il regista di Scialla, che è ed è sempre stato molto disponibile con noi».

Siete riusciti a vincere il bando per l’assegnazione della Sala Troisi, altro cinema di Trastevere chiuso da anni. A che punto siete con la riapertura?


«I lavori per riaprire la Sala Troisi sono piuttosto lunghi, la parte normativa è complessa. Ma quando la apriremo allora qualcosa di diverso sarà nato: un movimento legalizzato che ha mantenuto un rapporto con la città e allo stesso tempo ha ribaltato quello tra istituzioni e spontaneità».

Quali sono quindi i vostri progetti per la Sala Troisi?


«Vorremmo che diventasse una specie di spugna capace anche di assorbire le proposte della città. Ma non sarà questo l’approdo per noi: il progetto finale resta sempre quello di riaprire il Cinema America, anche per mano di altri, non importa, basta che venga usato nuovamente come spazio cinematografico. Dopodiché potremo occuparci della tutela delle altre sale della città».



La Roma culturale è in decadenza?

«Credo che ci sia un estremo bisogno di agire, di fare le cose, non di dire che la città non funziona.  A livello normativo è sicuramente tutto molto complesso e Roma non riesce a stare sempre dietro a quello che una mente giovane può ideare. Noi abbiamo cercato un nostro spazio e abbiamo costruito una rete di sostenitori per contare solo sulle nostre capacità. Magari è vero che Roma sta morendo, ma la possibilità di cambiare le cose no, quella c’è ancora: forse a morire in realtà è lo spirito di iniziativa e la capacità di confrontarsi con i problemi».

 

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