LA SVEZIA DI VERDI A ROMA

[ph] ® Yasuko Kageyama

In questi giorni il Teatro dell’Opera di Roma ripropone Un ballo in maschera così come lo aveva pensato l’autore e la musica, ricca di contrasti, vivace e drammatica al tempo stesso risuona in singolare e inattesa sintonia con la Corte svedese del 1792.

Gustavo III, re di Svezia dal 1771 al 1792 fu un grande ammiratore di Voltaire. Come il suo coetaneo Cristiano VII di Danimarca che nel 1772 veniva esautorato in una tragica vicenda di malattia, plagio e adulterio che vedeva coinvolti la regina e il suo medico e primo ministro. Vicenda che è oggetto di un recentissimo romanzo storico scritto e illustrato da Dario Fo C’è un re pazzo in Danimarca, di un bel film del 2012 Royal Affair, e del ben documentato Il Medico di corte dello Svedese Per Olov Enquist, pubblicato in italiano da Iperborea.

Gustavo III fu un despota illuminato che tentò invano di coniugare riforme liberali e potere assoluto: morì vittima di una cospirazione aristocratica nel corso di un ballo in maschera.

Questo delitto politico e forse anche di onore, colpì la fantasia di Eugene Scribe più che il carattere complesso e contraddittorio del personaggio. Accademico di Francia, autore fertilissimo , artefice di meccanismi teatrali infallibili a Parigi tra il 1820 e il 1860, fornì il libretto Gustave III, ou Le bal masqué al compositore Daniel Auber.

Il soggetto piacque anche a Verdi che lo propose, con un nuovo libretto affidato a Antonio Somma, alla direzione del Teatro San Carlo di Napoli per la stagione 1857/1858. La censura borbonica ritenne improponibile mettere in scena un regicidio e dopo vari contrasti anche di ordine legale il compositore prese contatto con l’impresario del Teatro Apollo a Tordinona (dove aveva debuttato trionfalmente sei anni prima Il Trovatore). Ma neanche la censura pontificia consentì l’ambientazione originaria, così Un ballo in maschera andò in scena a Roma il 17 febbraio del 1859 spostando l’epoca della vicenda alla fine del ‘600 in America e mettendo al centro della vicenda il Governatore di Boston. È questa la versione corrente che circola con prevalenza in tutti i teatri.

In questi giorni il Teatro dell’Opera di Roma ripropone il titolo così come lo aveva pensato l’autore e la musica, ricca di contrasti , vivace e drammatica al tempo stesso, risuona in singolare e inattesa sintonia con la Corte svedese del 1792. Il tono favolistico voluto dal regista Leo Muscato  (c’era una volta un re…) è corroborato dalle belle scene di Federica Parolini per raccontare una storia nordica in cui si muovono come garbati ectoplasmi i costumi di Silvia Aymonino evocanti le ombre della Rivoluzione Francese e il gusto onirico del grande pittore svizzero Fussli, testimone di quel tempo a cavallo tra due secoli.

La parte musicale è retta saldamente dal maestro Jesus Lopez Cobos; il protagonista, Gustavo III è affidato alle brillanti cure tenorili di Francesco Meli, in stato di grazia. Il suo rivale e uccisore Anckarstrom,è il giovane baritono emergente Simone Piazzola; la donna contesa, Amelia è la signora Hi Hue; Serena Gamberoni offre grande rilievo vocale e scenico al paggio Oscar; la veterana Dolora Zajick dà peso al ruolo della fattucchiera Ulrica (nome ricorrente nella casata svedese…) che predice la morte “per man di un amico” al re travestito da pescatore.

L’opera è stata accolta con cordiale successo dal pubblico che sembra apprezzare il momento felice che sta attraversando il massimo teatro romano.

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