Mille voci, un altro cinema e il mio amico Bud. Intervista a Carlo Reali

“Per doppiare si deve essere anche attori” parla Reali che ha recitato per Rossellini, Steno, Brass e altri. E ha dato la parola a decine di personaggi dal clown Pennywise fino al dottor Kelso di Scrubs.


«Un uomo dalla straordinaria generosità» , così lo ricorda Carlo Reali, attore e doppiatore, ricorda l’amico e collega Bud Spencer (all’anagrafe Carlo Pedersoli) scomparso quasi otto mesi fa. Reali  in questa intervista esclusiva a Ril racconta:

«Alla fine delle riprese di Uno sceriffo extraterrestre, regalò un’auto nuova al suo dialogue coach in segno di riconoscenza e gratitudine per il lavoro che aveva svolto così faticosamente».

Pare infatti che la star degli spaghetti western anni Settanta, non conoscesse una parola d’inglese. E all’epoca le pellicole erano tutte recitate in lingua inglese per essere poi distribuite sul mercato estero.

Classe 1930, padovano di nascita ma romano d’adozione, Carlo Reali ha prestato la sua voce ad attori famosi del calibro di Richard Dreyfus, Steve Martin, Danny DeVito, Peter O’Toole, Mickey Rooney e moltissimi altri. Non solo. È uno dei più grandi caratteristi del cinema italiano, forse uno degli ultimi, dopo la recente scomparsa di Gisella Sofio. Anche lui, come Terence Hill, è stato interprete di numerosi film accanto a Bud Spencer. Lo ricorderete nei panni del tenente Turner in Chissà perché capitano tutte a me, diretto dal regista Lupo o del capitano della polizia in Banana Joe, solo per citarne alcuni. In tutti, è quello che finisce, malmenato sempre a mollo da qualche parte.

«Il nostro primo incontro avvenne nel 1978, sul set di Piedone l’africano – ci svela Reali, che da trentacinque anni vive nel quartiere romano Monte Mario – Dopo di quello girammo insieme altri quattro film: fu l’inizio di un’amicizia sincera che con la sua famiglia dura ancora oggi che Bud, purtroppo, non c’è più».

 Conserva un aneddoto di questo legame?

«Diversi, a dire il vero. Ricordarne uno in particolare è impossibile! Sicuramente però fu assai divertente assistere ai momenti in cui Bud studiava in inglese i copioni di tutti i suoi film. Una faticaccia tremenda per lui e uno spasso per il resto della troupe!».

 Oltre allo sport e al cinema, quali erano le altre passioni di Bud?

«I motori. Solo a sentirseli nominare andava in un brodo di giuggiole, per lui avevano lo stesso valore di un amuleto sacro. Ogni tanto ci provava a contagiarmi con questo entusiasmo tant’è che voleva insegnarmi a pilotare perfino l’elicottero. Non ci riuscì mai! Ma allora cosa ti piace? mi chiedeva sempre… Io adoro la musica lirica. Un genere che lui ignorava del tutto, semplicemente perché non gli interessava. Era fatto così, Carlo».

Trova cambiato il cinema rispetto a quegli anni?

«Profondamente. Per quanto mi riguarda, in peggio. Ma bisognerebbe chiedere un giudizio ai più giovani che si sono assuefatti alle tecnologie digitali e agli effetti speciali. Ai miei tempi, invece, per le scene più pericolose, c’erano gli stuntman che rischiavano anche la vita. Insomma, niente a che vedere con  i trucchi che adottavamo per realizzare le famose scene di scazzottate di Bud».

Facciamo il punto sugli interpreti italiani: la meritocrazia è un mito da sfatare?

«La verità è che oggi non ci sono più grandi attori. Ci sono dei bravissimi attori giovani, però mancano i Nino Manfredi, gli Alberto Sordi e tutta la costellazione di caratteri che ruotavano attorno a loro, e che rendevano protagonista il cinema italiano nel mondo. Per questo ai giovani che vogliono sostenere un’audizione nel doppiaggio, ricordo sempre che prima di tutto devono essere attori, per acquisire quella tecnica sufficiente a capire che devi partire un attimo prima e finire un attimo dopo, proprio un attimo. Così come ha fatto anche Bud nella sua ultima uscita di scena, un vero maestro! Ci mancherà».

Lei è romano d’adozione, come è cambiata la Capitale negli anni?

«Quando sono arrivato io erano i tempi della circolare rossa e non avevo modo di capire la Città perché non andavo mai da nessuna parte: mi mancavano le risorse. Un vero peccato perché in realtà, ancora adesso, sono convinto che fosse quello il momento per godere a pieno della Roma che oggi non c’è più. Dopo, quando le risorse c’erano, era troppo tardi. Roma era già cambiata». 

Foto di copertina: © 2016 Ter-Riff-ic. Licensed under CC-BY.

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