Roberto Vacca, una vita tra la scienza e il Belli: “Non mi vogliono più in tv perché parlo di cose serie”

«Alla Raggi direi: fai in modo che a Roma accadano cose interessanti. Ai giovani di provarci sempre e nonostante tutto. E tra i consigli di lettura dico “Gli intellettuali” di Paul Johnson»


Il suo studio è una stanza invasa dai libri. Una sorta di caos creativo che evidentemente giova alla memoria e alla concentrazione di uno dei più grandi divulgatori scientifici italiani, l’ingegnere Roberto Vacca, classe 1927, romano doc.

Il suo curriculum parla da solo: docente di automazione del Calcolo a La Sapienza, membro dell’Ieee (Institute of Electrical and Electronics Engineers), consulente in previsione tecnologica, ingegneria dei sistemi, campagne di corretta informazione su grandi progetti tecnologici, management e formazione. Ha pubblicato oltre 50 libri, l’ultima fatica letteraria è stata Come fermare il tempo e riempirlo di buone idee, (Mondadori, 2016). Il grande pubblico però lo conosce per le sue numerose apparizioni televisive, dove certo non passa inosservato: timbro di voce alla Gassman, battuta pronta, grande erudizione. Nel tempo libero si diverte a scrivere sonetti in romanesco dall’alto tasso satirico.

Ingegnere, prima di cominciare mi tolga una curiosità. Lei è stato il primo ad adattare all’italiano l’indice di leggibilità. Come le è venuta questa idea?

«Mia madre, che aveva molto occhio, mi regalò cinquanta anni fa il libro di Rudolf Flesch The art of readable writing in cui introduceva una formula per misurare il numero medio di parole per frase e il numero medio di sillabe ogni 100 parole. Misurate queste due cose, si mettono dentro una formula e viene fuori un indice che ha 100 per un libro di lettura per la prima elementare, 90 per un libro di seconda elementare, i buoni scrittori stanno tra 65/75, i buoni giornalisti stanno intorno a 45/50, i politici italiani stanno sotto 20. Gadda stava sui 10 (ma lo faceva apposta) e i regolamenti di applicazione delle leggi della Repubblica sono a meno 200. Lo tradussi dalla formula inglese a quella italiana e lo pubblicai sul Tuttolibri de La Stampa nel 1978».

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. C’è ancora spazio sui giornali e in tv per la divulgazione scientifica e la cultura?

«Oggi stiamo sprofondando. Se lei guarda i giornali è una tragedia. Io li compro ma ci metto tra i 4 e i 6 minuti a leggerli. Sono pieni di oroscopi e articoli di cucina. Resta il solo Alberto Angela che ancora realizza lavori di tutto rispetto. Una volta guardai una puntata su Ittiti e Babilonesi, a cui probabilmente non importa nulla a nessuno. Pensi però che noi dobbiamo agli Ittiti la numerazione del tempo base 60. Oggi ad esempio neanche a me chiamano più in televisione. Il motivo è semplice: io parlo di cose serie, loro no».

Veniamo a Roma. La sua storia, e quella della sua famiglia, è molto legata a questa città. Può raccontarci la storia di suo zio Lauro De Bosis, poeta e antifascista, autore del celebre ‘volo su Roma’ del 1931?

«Fu un’impresa straordinaria. Gettò sulla capitale migliaia di manifestini antifascisti inneggianti alla libertà e alla lotta contro il regime. Prima di partire da Marsiglia scrisse un libretto Storia della mia morte. Sapeva a cosa andava incontro. Aveva solo 7 ore di volo sulle spalle. Partì verso mezzogiorno con un aeroplanetto che faceva 150 km/h. “Getto il mio cadavere contro il fascismo”, disse nei giorni precedenti. Si schiantò cercando di atterrare in Corsica».

C’è un luogo di Roma a cui è legato o che consiglierebbe di visitare?

«Un luogo straordinario che racconta la storia di Roma è San Clemente. Dà uno spaccato della città sorprendente e ci fa capire perché il livello di Roma si sia alzato di 10 metri nel corso dei secoli: questo perché la popolazione di Roma, dopo la caduta dell’Impero, precipitò da due milioni a 30mila abitanti. Le case crollarono e ci costruirono sopra. Lì c’è la Basilica del XII secolo costruita sopra altri edifici risalenti al I secolo. Ci sono anche le più antiche iscrizioni in volgare: “Fili de le pute, traite!”, e più sotto ancora c’è una domus romana con stucchi e mitreo».

C’è qualche personaggio romano a cui si sente particolarmente legato?

«Sicuramente il “vate” Giuseppe Gioacchino Belli. È uno scrittore universale. Sono cresciuto con i suoi sonetti. Mia madre, che pure era di origine americana, me li leggeva da ragazzino. Una volta, a 92 anni, fu investita da una macchina. Battè la testa e fu portata al Santo Spirito. Quando arrivai all’ospedale mi declamò il sonetto del Belli sui vecchi che cominciava così: “Ecco cosa vò ddí ll’èssese avvezzi a ddisprezzà l’età: sse va sse svìcola e vviè la vorta poi che sse pericola e sse sconteno tutti li disprezzi. Pe nnun volé er bastone oggi er zor Ghezzi propio a le colonnette de Pubbricola, è ccascato e ss’è rrotta una gravicola e la nosce der collo in cento pezzi. La coccia de li vecchi è una gran coccia…“».

C’è qualche storia particolare di Roma che l’ha affascinata?

«Lei forse non lo sa, ma a Roma c’era il petrolio. Alcuni decenni prima di Cristo, a Trastevere, in corrispondenza di quello che oggi è il sagrato di Santa Maria in Trastevere, venne fuori un getto di petrolio tanto grande che da lì arrivò fino al Tevere. Tapparono il buco e non se ne parlò mai più. Forse se oggi se si facesse uno scavo si potrebbe trovare perfino il petrolio».

Vedo che la storia dell’antica Roma la attira…

«Sì, però c’è da dire che i romani erano dei pessimi scienziati. Una delle mie battute è che il Medioevo è iniziato nel 212 a.C. quando i romani uccisero Archimede, uno degli scienziati più straordinari della storia. Dopo Archimede bisogna arrivare a Newton per trovare uno scienziato di tale livello. Lui inventò il calcolo infinitesimale quando non esisteva nemmeno l’algebra e una numerazione decente: si usavano le lettere, un sistema complicato per fare i calcoli».

Torniamo all’attualità. Cos’è che non va a Roma?

«Non è solo a Roma che le cose non vanno bene, ma dappertutto. Prima non era così. Nel dopoguerra c’era gente seria nella classe dirigente del Paese. Ad esempio, abbiamo avuto un uomo di governo rivoluzionario, Luigi Einaudi. Nel 1944 Einaudi scrisse un articolo di giornale (mentre era in Svizzera) intitolato “via il prefetto”. Il prefetto è la lunga mano del potere centrale sulla vita politica. Può anche sospendere i sindaci in caso di gravità o urgenza. Einaudi descriveva il prefetto come “una lue, una tabe” iniettata nel corpo del nostro paese da Napoleone Bonaparte. Andrebbero aboliti i prefetti, non le province. Un altro uomo di Stato di grande valore fu Ugo La Malfa: io ero allievo di Arnaldo Maria Angelini, ex presidente dell’Enel. La Malfa, una o due volte al mese, parlava con lui per sapere i progressi della scienza e della tecnica. Poi c’era il gruppo del Mondo che fece tante campagne importanti. Io iniziai a scrivere dei racconti sul Mondo nel 1957».

Che consiglio si sente di dare al sindaco di Roma Virginia Raggi?

«Mi sento di dirle “comportamenti seriamente” e leva di mezzo tutti questi criminali. Poi deve fare in modo che succedano cose interessanti».

Vedo che lei è un divoratore di libri. Ci sono dei libri che si sente di consigliare?

«Un libro fondamentale è la Sociologia generale di Vilfredo Pareto che oltre ad essere un sociologo, era un buon matematico. È un libro che si legge come un romanzo. Quando se la prendeva con qualcuno lo faceva a pezzi. Mi vieni in mente anche il libro Gli intellettuali di Paul Johnson, che distrugge la figura di Jean-Jacques Russeau. Voglio menzionare anche Primo Levi, che era un mio amico. Andai a Torino a fargli un’intervista sul libro Se non ora quando. Ebbi una fitta corrispondenza con lui che fu inserita in una pubblicazione su Primo Levi e la fantascienza. Scrivevamo entrambi storie di fantascienza».

Lei continua a scrivere senza sosta…

«Certo. Ora sto lavorando ad un libro sul tempo. Ma continuo anche vecchi racconti lasciati a metà. Anni fa scrissi un libro di satira sull’Italia inventando quest’isola inesistente dal nome “Perengana”, dove accadevano le stesse cose che accadono in Italia, ma all’ennesima potenza. Ne pubblicai la prima metà e vinse anche un premio. Nel frattempo ho continuato la storia. Ad un certo punto a Perengana avviene il ‘Rinascimento’: nascono 50 università di altissimo livello a cui gli italiani non sono più ammessi. Così il narratore, che aveva raccontato tutta la storia, molla tutto e raggiunge Perengana con il barcone».

In passato lei è stato definito un ‘futurologo’ perché amava fare delle previsioni…

«Le previsioni che indovino sono quelle che calcolo. Ad esempio, ho trovato un sistema per usare le equazioni inventate dal fisico italiano Volterra. Sono equazioni che determinano i fenomeni di crescita delle popolazioni umane o animali. La crescita prima è lenta, poi accelera e diventa esponenziale fino ad un punto in cui per scarsità di risorse si ferma. È una curva a forma di esse difficile da calcolare, ma io l’ho calcolata: è un sistema matematico che può essere applicato anche alle epidemie o ai prodotti industriali. Come popolazione mondiale corriamo verso i 10 miliardi, ma ancora c’è margine di crescita. L’unico motivo per cui la crescita potrebbe fermarsi sono le bombe atomiche. Per ogni essere umano negli arsenali nucleari il potenziale distruttivo conservato è l’equivalente di 700 Kg di alto esplosivo. Eppure oggi non ne parla nessuno. Nonostante il 70% degli arsenali atomici siano stati smantellati, ancora il potenziale distruttivo è enorme. Scrissi anche al Papa: “Concordo con il suo impegno per la pace, ma perché non parla del pericolo nucleare che grava sull’umanità?”».

Che consiglio darebbe ai giovani?

«Nel libro Come fermare il tempo il consiglio che do a tutti è “provaci”: forse non ci riesci ma se non ci provi sicuramente non riuscirai. Quindi provate a fare qualcosa».

 

In copertina l’ingegnere Roberto Vacca alla sua scrivania

© Riproduzione riservata
Per approfondire


Il luogo di questo articolo