Roma attraverso gli occhi di Paul Klee

Paul Klee, L'agnello, olio su cartone 1920
Paul Klee, L'agnello, olio su cartone 1920

Tra il 1901 e il 1902, per quattro mesi Paul Klee soggiorna a Roma e vi farà ritorno nel 1924. L’arte paleocristiana, i mosaici e l’architettura classica e rinascimentale lasciano un segno indelebile nell’artista

           «l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è»

Quando Paul Klee si appresta a compiere il Grand Tour ha ventidue anni. Tedesco ma di origine svizzera, il giovane Paul è cresciuto in un ambiente familiare abbastanza colto; entrambi i genitori, che finanziano il viaggio formativo in Italia, erano musicisti. Anche Klee ha studiato il violino e, dopo un’iniziale fase di indecisione tra la musica, la letteratura e la pittura, ha da poco deciso di dedicarsi a quest’ultima in maniera quasi esclusiva, iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, nella classe di Franz von Stuck. Il 22 ottobre 1901 inizia il suo viaggio in Italia in compagnia dell’amico Hermann Haller.  Il soggiorno in Italia è una consuetudine nella formazione umanistica del tempo e Klee decide di portare con sé due vademecum culturali fondamentali per un tedesco: Il Cicerone di Jacob Burckhardt e Il viaggio in Italia di Goethe. Il 27 ottobre arriva a Roma con Haller e trova alloggio vicino a Fontana di Trevi.

È una Roma autunnale ma comunque chiassosa quella che vede per la prima volta il giovane pittore. Decide di restare qui quattro mesi, cambiando più volte opinione sulla Città Eterna. Interessanti in tal senso le testimonianze raccolte nei Diari e nelle lettere private, poi pubblicate, inviate ai genitori e alla pianista Karoline “Lily” Stumpf, l’allora fidanzata segreta, che nel 1906 divenne sua moglie e dal quale ebbe nel 1907 il figlio Felix, futuro pittore e regista teatrale.

Dopo due settimane dal suo arrivo a Roma, il 18 novembre 1901 scrive a Lily: «Mi dico che entro il 1 marzo avrò visitato tutte le gallerie e i musei», mostrando il suo entusiasmo e l’intento di studiare l’arte italiana. Appare però diffidente verso gli italiani, afferma che non gli piace la nostra lingua e ci definisce «una marmaglia miserabile, e l’enigma più grande per me che qui sia stato possibile un Rinascimento». La sua opinione con il tempo cambia e in una successiva lettera ai genitori Klee dichiara: «a poco a poco affezionato a ogni cosa di questo Paese, persino alla gente, le cui cattive maniere mi disgustavano in principio».

Le sue giornate romane sono intense. L’artista passeggia moltissimo, vede musei, chiese e monumenti, legge i classici Aristofane, Plauto, Senofonte e Tacito, ma anche La potenza delle tenebre di Tolstoj, La Bohème di Murger e Roma di Zola. Si abbona alla stagione del Teatro Costanzi per vedere Maestri Cantori di Wagner, La bohème e Tosca di Puccini, Iris di Mascagni, Favorita di Donizetti, Puritani di Bellini. Rispetto all’amata Genova, considerata una città «moderna» e «drammatica», Roma è da lui definita «epica», «storica» e «narrativa».

Passa le ore tra le rovine classiche e la natura della campagna romana durante le gite fuori le mura, oppure nel popolare e colorito quartiere di Trastevere; visita più volte i Musei Vaticani, rimane sbalordito di fronte alla collezione della Galleria Borghese e apprezza la ricercatezza espositiva del Museo delle Terme, di cui ammira in maniera particolare il chiostro. Klee visita anche la Galleria nazionale d’arte moderna, allora situata nel Palazzo delle Esposizioni, dove vede l’esposizione annuale delle società artistiche – Amatori e Cultori, Acquarellisti, In Arte Libertas – e quella internazionale del Bianco e Nero. Proprio per questo, nel 2012, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea ha dedicato una mostra al viaggio dell’artista, intitolata Paul Klee e l’Italia, a cura di Tulliola Sparagni e Mariastella Margozzi.

È a Roma, secondo Klee, che «cominci a capire due civiltà del passato: l’Antichità e il Rinascimento». La visione di Michelangelo è importante, non tanto il Michelangelo della Pietà, opera che lo lascia indifferente «quasi senza lasciar traccia», bensì il Michelangelo degli affreschi, di cui ammira le incredibili posture dei personaggi e il richiamo alla classicità, ma di cui critica qualche traccia di barocco, a suo avviso presente «nelle accentuazioni della modellazione». Anche se non lo esplicita, da Michelangelo, come dalle rovine antiche, Klee assorbe la lezione del “non finito”, il senso dell’incompiutezza, dell’abbozzo.

Roma diventa importante anche per il tema archeologico e per quello musicale, temi che presto verranno affrontati nelle sue opere. Inoltre, nei mesi passati a Roma, ricercando un equilibrio tra classico e primitivo, dionisiaco e apollineo, Klee studia anche le tipologie simboliche e figurative delle composizioni satiriche. Questo interesse si riscontra in alcuni scherzosi disegni, realizzati in linea con il tono caricaturale romano, come Animale simile a un levriero (1902), già comparato da Christa Lichtenstern ai cervi stilizzati ammirati da Klee nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Nella stessa basilica, Klee rivela una particolare attenzione per la tecnica del mosaico, suggestione che recupererà nella produzione artistica degli anni Venti e Trenta.


Mosaico absidale, San Giovanni in Laterano Roma


Interessanti anche le incisioni su zinco realizzate tra il 1903 e il 1905, denominate Invenzioni, esposte alla Mostra Internazionale della Secessione di Monaco. In queste opere grafiche, predomina il tema della donna-animale; ad esempio in Donna e animale e Vergine (Sognante), come ha evidenziato Tulliola Sparagni, la donna è presentata come un oggetto erotico maschile, nuda e sensuale, ma con un atteggiamento restio come richiedeva l’educazione borghese dell’epoca. Una critica sottile all’immagine pubblica che dare della donna, con un tono umoristico affine alla satira scoperta a Roma.

In Comico, invece, Klee affronta il tema del rapporto tra l’attore e la maschera, tra l’uomo e il suo doppio, o come sottolinea l’artista nei Diari, «la maschera come opera d’arte, dietro di essa l’uomo». Klee mette in scena  il rapporto dualistico insito nel concetto stesso di maschera-uomo, dove davanti si mostra al pubblico un’espressione sorridente (la maschera), mentre dietro si nasconde un volto sofferente (l’uomo).  Oltre il tema del teatro e del circo, fondamentali in tal senso sono stati la lettura di Aristofane e la visione dei modelli classici presenti nei Musei Vaticani.


Paul Klee, Comico, acquaforte su zinco, 1904

Un’altra sostanziale suggestione si sviluppa a Roma dalla visione delle opere architettoniche classiche e rinascimentali. L’architettura, in cui Klee individua la natura interpretata secondo leggi matematiche e il rigore costruttivo, diventa fondamentale nella fase astratta delle sue ricerche. Nel 1911 l’artista entra in contatto con Auguste Macke, Franz Marc e Vasilij Kandinskij, con cui dà vita al gruppo del Der Blaue Reiter (Il Cavaliere azzurro). Inoltre, a Parigi conosce Robert Delaunay, pittore simultaneo-cubista, le cui ricerche sul colore e la luce, soprattutto quelle affrontate nella serie Finestre e Città, lo influenzarono moltissimo.  I rapporti con i futuristi italiani, invece, sono tesi; Klee non apprezza il vitalismo esasperato, l’attenzione per la velocità e per la folla manifestata dal Futurismo, tuttavia ne condivide l’attenzione per il tema dell’architettura urbana e per la musica. Dei futuristi esprime nei Diari ammirazione solo per Carlo Carrà, di cui riconosce il «grande talento» nel «temperamento della fattura» e nei «toni cromatici», che gli ricordano gli splendori del Tintoretto e di Delocroix.


Carlo Carrà, I funerali dell’anarchico Galli, olio su tela, 1911


In questa fase, sotto l’impulso delle scomposizioni cubiste “a tappeto” di Delaunay e delle linee frammentate futuriste, anche Klee privilegia soluzioni lineari appuntite e frantumate e si denota nell’architettura delle sue composizioni un andamento dinamico-ascensionale. Possiamo considerare che Klee abbia subito anche il fascino delle cromie antiche, basate su armonie, come la musica di Bach (motivo ricorrente negli artisti delle avanguardie storiche), essenziali, severe, negli accordi rosso-nero-giallo-bianco.


Paul Klee, Composizione urbana con finestre gialle, acquarello, 1919
Paul Klee, Composizione urbana con finestre gialle, acquarello, 1919


Un rinnovato interesse per alcune tematiche collegate al suo soggiorno romano lo troviamo negli anni Venti. Nel 1920 Klee viene chiamato dall’architetto Walter Gropius ad insegnare pittura nella scuola della Bauhaus, dove si concentra sulla didattica. Nelle sue opere non si denota un distacco totale dalla forma naturale, tanto che non possiamo considerare Klee un astrattista puro. Come sottolinea Jolanda Nigro Covre in Arte astratta: tra astrattismo e realismo 1918-1956, i motivi della sua ispirazione sono «le pulsioni dell’inconscio, l’espressione comunicativa dell’infanzia, la trasfigurazione simbolica stratificata della storia dell’umanità», e poi la scrittura, la cultura popolare, i simboli religiosi e teosofici, l’architettura, il linguaggio musicale, la fiaba e il teatro. Tutto viene assorbito e rielaborato dalla libertà creativa della fantasia dell’artista attraverso una sorta di accumulo di frammenti simbolici che trovano nuova vita nelle sue composizioni. Quello che ha visto a Roma nel suo viaggio formativo in Italia resta una traccia indelebile nella memoria dell’artista, che recupera e unisce a nuove ispirazioni. In L’agnello del 1920, Klee riprende il tema del mosaico, assimilato dalla visione delle opere musive romane.

Nel 1924 l’artista soggiorna di nuovo a Roma; come nel viaggio del 1901-1902, Klee non si sofferma sulla Roma barocca, ma mostra un rinnovato interesse per l’arte paleocristiana, soprattutto per i mosaici: San Giovanni in Laterano, Santa Sabina, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore. Nel 1926, inoltre, rimane folgorato dalla produzione musiva ravennate. Da questi ricordi visivi nasce la serie dei dipinti “pointillistes” del 1931 e 1933. In croci e colonne del 1931, ad esempio, si possono rintracciare gli elementi dell’arte paleocristiana che hanno attirato l’attenzione di Klee: le colonne delle ampie navate delle basiliche, le croci dei sarcofagi, i mosaici.


Paul Klee, Croci e colonne, acquarello, 1931


Come ha osservato Clement Greenberg, se «Picasso vede il quadro come un muro, Klee come una pagina». Nelle sue opere, come nelle lettere e nei Diari, Paul Klee ci ha tramandato attraverso segni, forme e parole tutto quello che ha colpito il suo sguardo, rimanendo intatto nella memoria. Paul Klee non descrive Roma, non dedica alla città un’opera in particolare. L’artista, non ha concepito l’arte come una rappresentazione della realtà, bensì come una costante e infaticabile indagine atta a rivelare i meccanismi più profondi e nascosti nella natura.  Roma con le sue rovine, gli affreschi, i mosaici, le architetture classiche e rinascimentali rimane negli anni una fonte d’ispirazione importante per Klee, un bagaglio culturale da cui attingere attraverso il filtro della memoria e della fantasia.

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Storico dell’arte, archivista e curatore. Iperattiva, sognatrice, ama scrivere e scattare fotografie. Il cambiamento è una costante della sua vita. Raccoglie oggetti per strada, è sempre alla ricerca di nuovi amuleti.