Vivian Maier: la tata che fotografava la vita di strada

[ph] Cecilia Cicci
[ph] Cecilia Cicci

Le fotografie di Vivian Maier in mostra a Roma presso ILEX Gallery. Sono esposte trentatré foto in gelatina d’argento ed è la prima volta in Italia che possono essere acquistate.

Vivian Maier era una donna dall’aspetto cupo e bizzarro, faceva fotografie bellissime, ma le teneva nascoste nelle scatole e per vivere accudiva bambini, parlava poco, indossava sempre un enorme cappello e la macchina fotografica era la sua collana più preziosa.

Girava spesso e fotografava la vita di strada nelle sue più bizzarre e autentiche forme espressive, raccontando storie di persone sconosciute. Vivian non aveva una famiglia, solo una o due amiche e i bambini che accudiva, che portava spesso in giro con sé a fare fotografie. Era una donna alquanto strana e misteriosa, ma i suoi scatti sono di una bellezza eccitante, la sua visione è paragonabile a un Robert Frank o a una Diane Arbus, eppure quei negativi  sono sempre rimasti chiusi, in qualche modo protetti fino al 2007.


VM003, Vivian Maier, Chicago, IL, August 16, 1956 ©Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York


Scrive Vivian Maier in una lettera ai “suoi” bambini:

«Ho fotografato i momenti della vostra eternità perché non andassero perduti». 

Nel 2007, John Maloof, figlio di rigattiere, cercava materiale per una sua ricerca su Chicago e acquista a un’asta una scatola di negativi per trecentottanta dollari; quella scatola ed altre erano state messe in vendita perché la proprietaria, un’anziana donna, non poteva più pagare l’affitto. Maloof inizia a scansionare le pellicole e con grande sorpresa si trova davanti delle bellissime fotografie, tecnicamente notevoli. Compra così le altre scatole ed inizia con determinazione a cercare la misteriosa fotografa di cui conosceva solo il nome. Per due anni le sue ricerche sono state vane, ma è nel 2009 che Maloof trova il nome della Maier in un necrologio: Vivian era morta qualche giorno prima.  Quelle foto dovevano essere viste e conosciute  e il giovane inizia a pubblicarle su un blog fotografico, ebbe un successo grandioso, quegli scatti non erano semplici foto, ma delle autentiche opere d’arte; l’interesse da parte di critici e storici diedero a Maloof un valore in più per andare avanti nella ricostruzione della vita di Vivian Maier  e, grazie ai suoi oggetti personali e i ricordi delle persone che l’avevano conosciuta, sopratutto dei bambini ormai grandi che aveva accudito, nasce un bel documentario Alla ricerca di Vivian Maier.



Di Vivian sappiamo che è nata nel Bronx nel 1926, ma le sue origini sono franco-austriache, pertanto trascorre gran parte della sua giovinezza in Francia dove inizia a fare le prime foto; rientra nel 1951 a New York al servizio di una famiglia come tata. Non ha marito, né figli, solo quelli di altre famiglie che accudisce, nutrendo però la sua più grande passione per la fotografia.

Portava con sé una Rolleiflex 6×6 e scattava foto in strada, durante il tragitto casa-lavoro o mentre passeggiava in giro con i bambini, a cui mostrava la realtà “cruda” dei quartieri malfamati e delle persone povere. Perché Vivian faceva questo? Perché accudiva dei bambini invece di fare la fotografa? Le risposte resteranno segrete, Vivian le ha custodite raccogliendole nei suoi scatti. Le sue foto, grazie all’impegno e tenacia di Maloof hanno iniziato a girare il mondo, ad essere esposte in importanti musei e avvicinare un pubblico sempre più curioso ed innamorato.

VM001 Vivian Maier, At the Balaban & Katz United Artists Theatre, Chicago, IL, 1961, © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

Where Streets Have No Name è il titolo della mostra a lei dedicata  in corso a Roma, nella ILEX gallery nel cuore del quartiere Garbatella, a cura di Daniel Blochwitz. Sono esposte trentatré foto in gelatina d’argento ed è la prima volta in Italia che possono essere acquistate.

«Voglio correre, voglio nascondermi, voglio abbattere i muri che mi tengono dentro. Voglio toccare con mano la fiamma. Dove le strade non hanno nome».

Nel 1987 questa canzone degli U2 risuonava nelle radio; una donna, parecchi anni prima catturava storie di queste vie senza nome.

Vivian Maier ha scattato per quaranta anni dodici foto al giorno; storie di vita quotidiana, di quella cruda e viscerale di città, di essenza dell’esistenza, di donne, uomini e bambini catturati nell’istantaneità dei loro gesti più comuni, smascherati nella propria verità. Nelle sue foto vediamo una “comprensione umana”, aveva un gran senso dell’inquadratura e prediligeva il formato quadrato, in un bianco e nero potente, di luce e buio, quel dualismo che l’ha accompagnata durante tutta la sua esistenza. I ritratti di Vivian Maier sono gli spaccati di vita delle strade di Chicago e New York, anticipando quelli che saranno due maestri della Street Photography: Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau.

Vivian non scattava per nessuno, non aveva scadenze o critiche pronte ad attenderla, scattava per sé, come volesse riempire giornalmente una pagina di diario e le sue foto sono realmente il racconto della sua vita. I suoi occhi avevano un’inquadratura ben precisa e paziente così da ritrarre se stessa in quella scena, nei suoi negativi risulta un solo scatto per ogni immagine. Il suo era un vero talento, era precisa, aspettava il momento giusto, alla Cartier-Bresson: «Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento».

Molte sono le foto che la ritraggono, i primi selfie, riflessa in una vetrina di un negozio, in uno specchio di passaggio, in una pozzanghera a terra, sempre in strada, dove tutto accade. Vivian voleva dire al mondo che lei c’era.

Ad oggi la collezione di  Vivian Maier è composta da diciassette mila e cinquecento negativi, duemila stampe, trenta film fatti in casa e numerose diapositive. Le interpretazioni sono tante, ma il mistero della sua vita resterà sempre impresso nella sua fotografia.

«Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare» (Daniel Pennac).

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