Tu chiamale se vuoi… canzoni da brivido

Ne abbiamo almeno una che ci ricorda la nostra infanzia, una mezza dozzina che invece ci portano alla mente persone che abbiamo amato, altre che ci restituiscono il buon umore anche in giornate difficili e grigie. Sono le canzoni che amiamo di più, che sono parte della colonna sonora della nostra vita, che ci regalano sempre una grande emozione o un piccolo brivido.

Sarà la loro melodia, saranno le sfumature delle voci oppure le parole che hanno un significato più intenso o più delicato del solito. O sarà per qualche altra ragione non razionalizzabile, ma di certo alcune canzoni ci regalano inaspettate emozioni, veri e propri brividi. Nel corso dei decenni sono state numerose le canzoni a rappresentare, raccontare e fotografare i tempi che cambiavano, la società che si liberava e soprattutto i sentimenti che, invece, non sono mutati poi così tanto. L’innamoramento, l’abbandono, la passione, la perdita, il perdono, insomma il poetico e irrinunciabile sentimento amoroso rappresenta il tema principale delle composizioni musicali di qualsiasi genere e periodo, eppure anche tra le strofe e i ritornelli mascherati da dichiarazione di amore si possono individuare altri messaggi e significati: la religione, la pace, l’ottimismo (o pessimismo)  cosmico, la solitudine, la discriminazione, fino ad arrivare a veri e propri inni generazionali, che raccolgono ed esprimono tutto questo e molto altro.

Realizzare una classifica dei titoli più importanti della storia della musica moderna non serve perché lo fa già egregiamente Rolling Stone che annualmente aggiorna la sua selezione delle ben cinquecento canzoni, guidata (guarda un po’) dal premio Nobel Bob Dylan. È più divertente allora individuare i titoli che invece hanno il potere di commuovere, emozionare e regalare quel brivido da “pelle d’oca”, anche quando le ascolti per la milionesima volta uscire da un altoparlante sgangherato e gracchiante al bar o in una stazione di servizio. Un fattore importante per affezionarsi a queste canzoni da brivido è il tempo: devono potersi stratificare nella nostra memoria e legarsi ai fatti della nostra vita. Per questo sono stati selezionati i titoli pubblicati nel secolo scorso. Una scelta sofferta (lasciare fuori tra gli altri Amy Winehouse ed Antony and The Johnson non è stato mica uno scherzo), ma ha facilitato la composizione di questa playlist da brivido che, ripeto, non è una classifica.

Prima di presentare la playlist vorrei fare un’ultima precisazione personale (ma credo possa valere per molti di voi che leggete): alcune canzoni sono entrate nella mia vita – e in questo articolo – dalla porta principale, ovvero quelle pubblicate dagli anni Ottanta in poi, altre, invece, le ho imparate ad amare attraverso le cover pubblicate da artisti contemporanei, ma ho ritenuto fosse più corretto indicare la versione originale della canzone, perché è da questa che è scaturito il “brivido”, talmente forte che poi ha superato i decenni per arrivare intatto fino al presente.

1960 Non, je ne regrette rien, Édith Piaf

«No, non rimpiango niente» canta la piccola (solo di statura) indimenticabile Piaf. Una canzone importante per la sua carriera, che nel 1960 era in declino, e un testo drammaticamente biografico. Nonostante i problemi di salute, il cuore spezzato (da più uomini) e le sue gravi dipendenze, la superstar francese non rimpiange nulla, e lo urla con tutta la sua bellissima voce, che si spegnerà definitamente solo tre anni dopo. Si racconta che Edith Piaf volle cambiare solo il titolo (per renderlo ancora più forte) innamorandosi di questo pezzo immediatamente, dopo le prime poche note al pianoforte, ed è lo stesso brivido che procura ogni volta a chi lo ascolta. Fece questo effetto a molti dei suoi connazionali e così la canzone fu per ben diciotto settimane in testa alle classifiche di vendita.

1966 Gracias a la vida, Violeta Parra

Una delle prime canzoni di cui abbia memoria. L’ascoltai per la prima volta da bambino, da un impolverato vinile dalla copertina azzurra che raccoglieva canzoni popolari del sud America, album che conservo ancora gelosamente. Mi piacque subito per la dolcezza della melodia e per il suono delle parole (lo spagnolo può essere molto esotico). Solo molto più tardi, quando scoprii la versione di Joan Baez ne compresi il messaggio e la portata politica. Sono numerose le versioni interpretate da artisti di tutto il mondo nel corso di questi cinquanta anni, tra queste vale la pena ascoltare quella in italiano di Gabriella Ferri del 1974.

1967 La chanson de vieux amant, Jacques Brel

Una serie di coincidenze musicali mi hanno avvicinato a questo brano francese (Brel era belga anche se visse quasi tutta la vita in Francia di cui rappresenta forse il più grande cantautore e artista). La versione di Franco Battiato del 1999 (con la parte finale cantata in francese) e la quasi contemporanea versione tutta in francese di Alison Moyet. Poi ho scoperto la versione (leggermente modificata nel titolo e nel testo) di Patty Pravo di quasi trenta anni prima e così la curiosità mi ha portato a voler ascoltare la versione originale. Quattro interpretazioni molto diverse tra loro che regalano una manciata di minuti pieni di malinconia e tenerezza. Secondo il testo di Brel un grande amore può resistere ai tradimenti, al tempo, alle piccole guerre domestiche e persino alla noia. Eppure nelle interpretazioni femminili (almeno in quelle che conosco bene) questa sicurezza tanto cara all’autore, non sembra poi così assoluta.

1968 Sympathy for the Devil, The Rolling Stones

Il sound è coinvolgente, incanta subito, diverte e ipnotizza. Il giusto accompagnamento per presentarci un diavolo estremamente affascinante e galante che non è difficile identificare con l’inossidabile Mick Jagger (che ha composto gran parte del pezzo). La prima incisione risale allo stesso giorno dell’assassino di Robert Kennedy e venne poi ripetuta il giorno dopo per modificare una parte del testo, ricordando così entrambi i Kennedy e non solo John. Nella lista dei cinquecento migliori brani di sempre di Rolling Stone è al numero trentadue.

1968 Meraviglioso, Domenico Modugno

Nello stesso anno in cui gli Stones registravano uno dei loro brani rock più riusciti in Italia Modugno pubblicava questo piccolo gioiello, sfortunato quanto amato. La storia di uomo che si sta per suicidare cantata dal grande artista pugliese nacque proprio nel momento sbagliato perché l’Italia era ancora sotto shock per il suicidio di Luigi Tenco dell’anno precedente. Con il tempo, e con nuovi arrangiamenti, la canzone però riuscì a farsi conoscere e amare dal grande pubblico. Dopo quaranta anni è stata ripresa in modo magistrale e di nuovo con grande successo dai Negramaro (2008), che le hanno regalato un sound più rock e graffiante, quasi a voler strizzare l’occhio ai leggendari Rolling Stones.

1971 Imagine, John Lennon

Un capolavoro di semplicità e poesia conosciuta anche i più giovani perché reinterpretata da tutti grandi artisti contemporanei (non sempre felicemente). Per molti è uno dei brani musicali più belli della storia della musica rock; per  Rolling Stone è al terzo posto nella classifica dei brani più importanti di tutti i tempi. Strana parabola per Lennon comporre il suo pezzo più bello e popolare proprio dopo il periodo Beatles. Una canzone dalla forte valenza politica, anti convenzionale, anti capitalista e anti religiosa, ma cosparsa di così tanto zucchero da riuscire ad arrivare a tutti. Proprio a tutti. Parole di Lennon.

1972 Ziggy Stardust, David Bowie

La prima fase della carriera del grande artista inglese (scomparso a gennaio) è certamente quella più eclettica, ispirata e innovativa. Ancora oggi ascoltare Ziggy Stardust rappresenta un vero viaggio verso un mondo diverso dal nostro, diverso da tutto il resto. La canzone non ha una costruzione tradizionale e la voce di Bowie sembra quasi eterea, non umana. Da brivido.

1975 No woman, no cry, Bob Marley

Sono molte le canzoni di Bob Marley dense di significati e di messaggi di fratellanza, rispetto, amore universale e uguaglianza sociale. Sceglierne una non è stato facile ma riascoltandola ho avuto la certezza che già dalle primissime battute come per magia sembrava di essere già in Giamaica… La versione di Bob Marley and the Wailers di No Woman, No Cry (che può vantare numerose reinterpretazioni come quella intensa dei Fugees del 1996) occupa il numero trentasette nella classifica delle cinquecento migliori canzoni secondo Rolling Stone.

1975 Bohemian Rhapsody, Queen

Sono rari i casi in cui l’opera coincida esattamente con l’artista. Bohemian Rhapsody è uno di questi. I Queen furono premiati per il coraggio di incidere questo capolavoro musicale, firmato quasi interamente da Freddie Mercury, di andare controcorrente e proporre qualcosa di completamente nuovo, diverso dai loro precedenti successi e, in verità, da qualsiasi altra composizione rock dell’epoca. La struttura è estremamente sofisticata, con tanti giochi di voce, rimandi operistici, sovrapposizioni, ritmo e vere e proprie esplosioni melodiche. Mercury con Behemian Rapsody creò una formula musicale così ricca ed elaborata, consapevole di correre il rischio di cadere nell’esagerazione, di poter non essere compreso ma non volle rinunciare alla sua intuizione musicale. Fu un successo clamoroso nel 1975 ed ebbe altrettanto successo nel 1991, alla morte del suo autore. «È il momento che affronti la realtà»: a rileggere oggi il testo sembra chiaro che Freddie Mercury stesse facendo il suo personale coming out, proprio attraverso questa sua opera così meravigliosamente barocca. Rolling Stone ha collocato il brano al centosessantaseiesimo posto della sua lista delle cinquecento migliori canzoni di tutti i tempi.

1982 (USA 1983) Do you really want to hurt me, Culture Club

Una melodia dolce, vagamente reggaeggiante, per una voce nuova, calda come quelle di alcune cantanti R’n’B eppure maschile con un’estensione robusta. Pur non essendo il primo singolo della variegata band Culture Club fu il loro primo successo in patria e nel mondo e, insieme a Karma Chamaleon (pubblicata nel Regno Unito nel 1983 e in USA nel 1984), una delle canzoni più popolari di tutti gli anni Ottanta. Il ritornello (che coincide con il lungo titolo) che si ripete spesso durante la canzone potrebbe far pensare alla solita triste canzone d’amore non corrisposto e per molto tempo fu questa la sua interpretazione ufficiale. Inoltre a cantarla era Boy George, un personaggio tutto rimmel, rossetto e treccine, che si mostrava sempre molto femminile pur non ammettendo nessuna ambiguità sessuale. Tutti erano incuriositi dal nuovo volto e voce del pop inglese e in pochi analizzarono a fondo il fortunato singolo. Altrimenti avrebbero capito che le vibrazioni trasmesse dalla canzone alludevano a ben altro. George raccontava la sua personale (segretissima e molto conflittuale) relazione con il batterista del gruppo Jon Moss, relazione che venne dichiarata da Boy George ai media solo un decennio dopo. Do you really want to hurt me arrivò in cima sia alla classifica inglese sia in quella americana (e in altri venti paesi) e fece diventare il suo giovanissimo autore, Boy George aveva solo ventuno anni, una popstar globale molto amata ma anche molto attaccata per la sessualità. George non avrebbe mai voluto pubblicarla come singolo, perché la considerava troppo intima e dolorosa. Credo sia proprio per questo motivo che la canzone trasmetta, ancora oggi, un certo turbamento.

1983 (USA 1984) Thriller, Micheal Jackson

Jackson è uno degli artisti più importante di tutti i tempi e, probabilmente, ci avrebbe regalato molti altri gioielli musicali se avesse avuto più tempo. Oltre ai planetari successi commerciali (che forse lo hanno un po’ distratto e portato su strade più facili e sicure) gli si deve riconoscere un grandissimo intuito: quello per esempio, di aver capito prima di tutti gli altri l’importanza del videoclip musicale (prima del suo stesso produttore Quincy Jones). Thriller fu un vero kolossal e divenne parte integrante della sua opera musicale e del suo “mestiere” di eccelso intrattenitore. Il video di Thriller è il primo ad essere concepito come un vero racconto cinematografico (con gli oltre tredici minuti della versione integrale è per molti il primo cortometraggio della storia) e ancora oggi ci regala brividi forti. E non solo per gli zombie.

1984 Purple Rain, Prince & The Revolution

Un altro grande nome della musica internazionale (scomparso proprio quest’anno come Bowie) la cui carriera ha avuto il suo apice negli anni Ottanta, con singoli e album dalle vendite milionarie, secondo solo all’eterno rivale Micheal Jackson. Prima di approdare al falsetto e ai riff più funky (e ruffiani) di Kiss e di molte altre canzoni da classifica, pubblicò questo incredibile gioiello, che in USA divenne un vero e proprio inno generazionale (molto meno in Italia). Una canzone forse troppo lunga (quasi nove minuti nella versione integrale) per essere definita “commerciale”, con una chitarra meravigliosa, un ritmo coinvolgente, un’atmosfera che lo stesso Prince non riuscirà più a ripetere. Non ci deve meravigliare se in molti (come Bruce Springsteen) l’abbiano scelta e suonata come tributo per la scomparsa del genio di Minneapolis, innamorato del colore viola.

1993 Streets of Philadelphia, Bruce Springsteen

La canzone venne composta da Springsteen su richiesta del regista Jonathan Demme che voleva un tema musicale per il suo film Philadelphia, uno delle prime grandi produzioni sul tema dell’AIDS. Con questa splendida canzone “intimista” il Boss ha ricevuto il suo unico Oscar. Dopo oltre venti anni dalla sua pubblicazione, nonostante ricordi ben poco della drammatica storia raccontata dal film di Demme, solo ascoltare i primi secondi di base ritmica, mi commuove.

1996 La cura, Franco Battiato

Parole ricercate e profonde, messaggi filosofici, autocitazioni e la melodia dolcissima e circolare, rendono questa canzone una delle più belle e amate della ricca produzione del maestro siciliano. La cura (scritta da Franco Battiato e dal filosofo Manlio Sgalambro) che compie i suoi primi venti anni rimanendo fresca e attuale, è soprattutto una struggente canzone d’amore. L’Amore, quello vero, profondo, spirituale per il grande artista è l’unica cura. Questa gemma, tutta italiana, regala il suo meglio, il brivido emotivo, proprio nella sua conclusione quando Battiato, mormorando «io sì..», ci lascia intendere che l’amore è la cura per colui che lo prova e lo riconosce, anche quando non ricambiato.

 

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Per approfondire

Rolling Stone

Wikipedia


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Creativo nel lavoro e anche nelle piccole cose della vita. Disegna da sempre, scrive in ogni momento libero per dare sfogo alla curiosità. Se avesse la bacchetta magica renderebbe il mondo un po’ più queer.