M. Medensky: Vespa Nera

Sette anni 

 

abbiamo pettinato l’asfalto 

 

mi sono seduto sulla tua sella 

 

e mi hai raccontato mille milioni di frammenti di strade

 

e storie  

 

di questa città 

 

i profumi della Sardegna 

 

e della Maremma 

 

mi hai fatto restare aggrappato alla vita 

 

su una discesa infinita 

 

e mi hai portato sopra quel lago 

 

quando non se ne poteva più di aspettare 

 

con quel suono sordo e lento 

 

abbiamo passeggiato notti e mattine 

 

scavalcato lune, abissi, sirene blu e rosse 

 

siamo caduti e ci siamo rialzati 

 

eri piena di graffi 

 

e su quelle cicatrici si continuava a cavalcare 

 

dietro di noi chi ha potuto ha visto un frammento di mondo

 

sentendo odori e profumi di passaggio 

 

ascoltato e fatto eterni discorsi a venti chilometri orari 

 

pillole di vita percorsa

 

alcune notti d’agosto eravamo più soli di una eclisse

 

accarezzando una Roma puttana 

 

che stava lì a farsi guardare 

 

fino agli scheletri di cemento più irraggiungibili 

 

che solo io e te abbiamo incontrato e conosciuto

 

l’Eur così bianco da immergere gli occhi nella pace perfetta 

 

le salite di Monti che erano un tagadà prudente su cui scivolare attenti 

 

e la Prenestina Pakistana con quegli occhi neri venuti da lontano

 

che cercano vita in questo inferno 

 

e tengono piccole perle nere per mano attraversando attenti. 

 

Piogge improvvise 

 

Garbatelle clandestine 

 

e vicoli di pace 

 

alberi infiniti 

 

sopra montagne in salita, 

 

gli odori così forti negli squarci d’estate e gli animali 

 

fino al mare dove solo la ruota davanti assaggiava la sabbia 

 

i capelli lunghi che hai fatto volare 

 

sempre pieni di vita e di sogni dietro di noi 

 

lì a fidarsi del pilota più incosciente

 

la fedeltà 

 

i capricci 

 

il motore nuovo 

 

l’olio sulle dita 

 

le porche troia agli incroci 

 

e le canzoni che arrivavano ad alta voce 

 

i rossi mal pelo al semaforo 

 

e i tramonti tagliati dalle traiettorie arancioni

 

sui punti più alti della tangenziale 

 

l’imbarco e lo sbarco a riprenderci sogni da sedicenni giunti nell’età di Cristo

 

il saperti lì

 

e che partivi sempre 

 

anche dopo gli abbandoni 

 

e le mie cotte per la vita

 

mancherai figlia di puttana

 

mancherà quel ferro che non sa di plastica 

 

il tuo rumore che placava l'anima

 

le tue forme da femmina perfetta 

 

cavallo di Achille 

 

nave di Odisseo 

 

che chi ti possiede ora

 

sia condannato alla poesia 

 

al “mai” comprenderla

 

che i tuoi graffi possano entrargli nell’anima sorda che tiene 

 

e che tu sappia 

 

che hai scritto 

 

alcune delle pagine più belle delle mie eterne solitudini.

 

 

M. Medensky

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