Antiguida: Il quartiere Villa Patrizi

[ph] Via di Villa Patrizi foto di V. B.

Alla ricerca del modernismo e del Liberty nella Roma tra l’Ottocento e il Novecento, scoprendo Villa Patrizi.

Subito fuori Porta Pia e racchiuso tra la via Nomentana, le mura, via Morgagni e villa Torlonia, il quartiere di Villa Patrizi racconta due storie della città recente: da un lato quella di una urbanizzazione spinta a danno delle numerose ville sub-urbane che circondavano Roma fino al diciannovesimo secolo e dall’altro quella di un particolare tipo edilizio, il villino, che avrebbe dovuto essere l’alternativa ai grandi fabbricati nella costruzione della nuova capitale, concepito per realizzare nel tessuto cittadino un’alternanza di zone ad alta intensità e zone a bassa intensità abitativa.

La grande urbanizzazione degli anni successivi al 1871 con l’insediamento a Roma della capitale sfociò in una profonda crisi del settore immobiliare che finanzieri liberali, amministrazione, aristocrazia e borghesia pensarono di rilanciare con nuove espansioni dell’abitato. Il quadrante orientale della città, con la costruzione dei grandi ministeri su via XX settembre, aveva rappresentato la prima direttiva di sviluppo della nuova capitale e la distruzione, tra le altre, della villa Ludovisi e degli Orti Sallustiani; la sua naturale continuazione si realizzava nelle aree subito al di fuori delle mura lungo quell’asse viario. La storia del quartiere iniziò, quindi, come quella di molti altri di nuova costruzione in quel periodo, con la lottizzazione di una delle ville suburbane: Villa Patrizi, costruita tra il 1716 e il 1717 da Sebastiano Cipriani su commissione del Cardinale Giovanni Battista Patrizi.

L’area di Villa Patrizi, fatta quindi oggetto di numerosi interessi, venne lottizzata nel 1888, conservando inizialmente la parte del casino (abbattuto poi negli anni Venti per costruirvi il complesso del Ministero dei Trasporti prima e la sede delle Ferrovie dello Stato poi, in maniera del tutto decontestualizzata rispetto al resto del quartiere), e venne costruita nell’arco dei successivi quarant’anni dando sfogo alla fantasia dei caratteri estetici dell’architettura romana del momento.

Come altre aree edificate nello stesso periodo, quella del quartiere di villa Patrizi venne concepita in funzione della tipologia edilizia del villino, adatta ad ospitare la nuova classe borghese e funzionale alle caratteristiche morfologiche della zona. A differenza di quasi tutte le altre, tuttavia, questa riuscì a mantenere quasi inalterato questo carattere edilizio a bassa densità a dispetto di uno nettamente più intensivo che si manifestò in gran parte del territorio cittadino di nuova edificazione (il confronto può essere facilmente fatto con la vicina area di piazza Alessandria, situato aldilà di di via Nomentana, anch’esso lottizzato ne 1888).

Il villino fu sia una delle soluzioni per uscire dalla crisi immobiliare, sia un modo per la nuova classe emergente, non più in grado di mantenere nel dovuto decoro palazzi e ville (M. Piacentini), di soddisfare la propria ricerca di affermazione. A tal proposito inoltre, i committenti dei villini erano quasi sempre anche i loro abitanti, di solito professionisti, artisti e imprenditori, i quali imponevano le fisionomie più rispondenti alle proprie fantasie, ai gusti personali e alle mode del momento.

La costruzione del quartiere abbracciò un periodo di tempo durante il quale venne sviluppata un’ampia varietà di soluzioni e stili in un quadro tipologico che tuttavia può essere ricondotto a unitarietà. Secondo la norma edilizia, infatti, il villino doveva avere massimo due piani oltre al pian terreno e doveva essere circondato da giardini. Sebbene ristrutturazioni, sopraelevazioni e aggiunte hanno intaccato alcuni di questi canoni, l’area di villa Patrizi più di altre non ha tradito la sua vocazione iniziale, come successo in altre zone della città convertite in fabbricati più massicci, e ha conservato quell’aspetto ameno di città giardino che rompe la continuità dell’urbanizzazione intensiva circostante e quella qualità, ormai stridente, di zona periferica a ridosso della campagna.

Nella realizzazione del quartiere, architetti e progettisti poterono liberare la fantasia, costruendo forme e volumi ricercando un proprio stile nel contrasto tra la necessità di ispirarsi con la tradizione e la voglia di rottura con il passato: il risultato è un mosaico eterogeneo di scelte, da quelle più scolastiche a quelle di avanguardia, da riproposizioni di repertori classici ad azzardate mescolanze di antico e moderno le quali, andando a soddisfare la ricerca di individualità e originalità dei residenti committenti, restituiscono un quartiere che si distacca dagli altri destinati a villini, più uniformi e omogenei nelle scelte stilistiche.

Lungo le irregolari vie del quartiere si possono quindi incontrare il villino Cardellini di Ventura in stile neo-rinascimentale con inserti floreali, il classicismo di Pio Piacentini del villino Ruffo di Licodia e del villino Berlingeri, rispettivamente in via dei Villini e in via Regina Margherita, lo stile baroccheggiante dell’architetto Villa nel villino Mascia Colagrosso, i tentativi liberty del palermitano Ximenes, con ispirazioni fuori dal tempo per il suo del suo villino-studio in piazza Galeno, e dei milanesi Sommaruga e Zanini nei villini Aletti e Schiffi, in via Malpighi e via Cesalpino, i vari episodi tra medioevo e forme neo-romaniche dei villini Nast-Kolb, in via di villa Patrizi, e del villino Wille, in via Cesalpino, entrambi di Wille, e delle due chiese di Carlo Busiri Vici, l’eclettismo puro del villino Brugnoli disegnato da Marcello Piacentini e tanti altri esempi in grado di esprimere la rappresentatività dell’architettura borghese a Roma capitale dello stato liberale (P. Cavallari).

Il quartiere di villa Patrizi è, dunque, testimone di un tentativo di rinnovamento architettonico che si tentò di importare a Roma dal resto dell’Italia e dell’Europa e che trovò nella capitale italiana la consueta difficoltà nel confronto con l’ingombrante contesto. Tuttavia, non riuscendo a determinare un vero e proprio modello stilistico e sociale, diventò un episodio isolato, spesso elitario che trovò nella fantasia e nel più libero eclettismo, ancora adesso identificabili, la propria cifra.

 

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Ciclista di città, studioso di sistemi urbani e sviluppo sostenibile, appassionato di Roma, della geografia e delle storie del mondo.