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[ph] Stefano Zamagna

Mappe per segreti smarriti

Percorsi alternativi fra i labili brividi di una Roma insolita e misteriosa

A volte il fascino di una città risiede non solo in ciò che è platealmente celebrato ma anche in ciò che è velato, meno vistoso o persino nascosto.

Esistono allora luoghi meno battuti ma capaci di restituire il “brivido” seduttivo di storie dimenticate, di racconti o testimonianze che spesso solo con l’immaginazione si possono collocare in un tessuto urbano fatto non solo di spazio ma riallacciato al tempo.  Un tempo “fuori asse” capace di trovare il suo filo nell'intricato nodo fra mito e storia, leggenda e realtà.

È possibile allora tracciare una mappa centrata su alcuni dei tanti luoghi ammantati di mistero che Roma possiede e pensata come stimolo per guardare la città da una prospettiva insolita, come nelle visionarie incisioni di Piranesi o negli scatti surreali di Atget.

Si sono privilegiati quei luoghi che hanno costituito, o costituiscono il legame fra il mondo magico degli spiriti e quello concreto degli uomini.

Partiamo dal tempo mitico della fondazione di Roma, dal Mundus, la fossa scavata da Romolo, nella valle tra il Palatino e il Campidoglio, chiamata anche Ombilicus Urbe poiché attorno ad essa venne poi tracciato il perimetro della città. In questa fossa Romolo offrì delle primizie quale rito propiziatorio mentre i suoi compagni, i futuri cittadini, gettarono una manciata della terra da cui provenivano. In tal modo il centro ideale della città diveniva anche il simbolo di unità fra tutti gli abitanti, al di là della loro differente provenienza. Questo edificio sotterraneo la cui pianta circolare alludeva specularmente alla volta celeste dell’Olimpo, veniva aperto solo tre giorni all’anno (24 agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre) con feste che celebravano lo sprigionarsi in terra di quelle forze che risiedevano nelle profondità. A tali potenze i romani tributavano un rispetto reverenziale, erano interdette tutte le attività più importanti, e probabilmente si temevano le loro azioni o i segreti che custodivano.

Anche il Colosseo pare sia stato terra di “frontiera” fra i due mondi, si narra che fosse il ritrovo delle anime dei morti e che anche Benvenuto Cellini, alla ricerca della sua amata Angelica, vi ci sia rivolto per averne traccia.

Altro spazio deputato all’incontro delle potenze ctonie è il Tarentum, presso l’attuale Piazza dell’Oro. La leggenda ci dice che qui si discendeva agli inferi attraverso una grotta avvolta da fitte nebbie sulfuree. Il luogo era dedicato all’antico culto di Dite e Proserpina, dee portatrici di portentose guarigioni ma anche di occulti sacrifici. Ogni cento anni in occasione dei Ludi saeculares il loro altare veniva dissepolto a protezione della città contro malattie e guerre. Con l’avvento del Cristianesimo tali forze vennero identificate col maligno e si procedette alla chiusura della grotta dopo averla inondata di acqua santa. Ma la tradizione popolare tramanda la definitiva cacciata degli spiriti demoniaci solo con l’inondazione fatta con ettolitri di vino e con la nascita di numerose osterie dispensatrici del liquido scaccia demoni.

C’è un altro luogo che le credenze popolari hanno etichettato come area in cui i demoni si danno ritrovo.  Si tratta della Tomba di Elio Callisto, di epoca adrianea, denominata “la sedia del diavolo”. Il soprannome popolare è dovuto all’attuale aspetto dell’edificio che il tempo ha trasformato in un enorme scranno e a cui i resti dei fuochi accesi da viandanti e vagabondi  hanno conferito il colore degli inferi. Si dice che proprio il diavolo in persona vi ci sia seduto e le leggende che si sono accumulate narrano di un ritrovo per amanti di culti satanici, o di portentosi guaritori.

Nella Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, di cui il prossimo anno ricorre il centenario, pare si trovino le prove tangibili del passaggio terrestre delle anime in attesa di giungere in Paradiso.

La Porta magica di Piazza Vittorio rappresenta invece una dimostrazione della possibilità di accesso ad un mondo “altro”,  quello che la tradizione alchemica riserva agli illuminati, coloro che seguendo un percorso di progressiva purificazione giungono alla suprema conoscenza, all’“oro”. La porta non è che l’unica testimonianza della grande villa seicentesca fatta costruire dal marchese di Pietraforte, Massimiliano Palombara, appassionato di alchimia e assiduo frequentatore del salotto romano della regina Cristina di Svezia. La leggenda vuole che la villa, sede di un laboratorio alchemico, avesse ospitato un viandante alla ricerca dell’erba in grado di tramutare i metalli in oro e che fosse poi scomparso lasciando sul terreno grani d’oro e una serie di arcani manoscritti. Il marchese, interpretò il contenuto di questi documenti come le formule per l’ottenimento del prezioso metallo e fece riportare sulle porte della sua villa i misteriosi simboli.

Che cosa rimane oggi di questi luoghi?

Spesso isolati in una città che li ha travolti nel suo magma fagocitante, sperduti in uno spazio che non è più il loro, risultano testimoni ormai dimenticati, archiviati fra gli aneddoti o le curiosità. Non esistono prove scientifiche che li abilitino a più accreditati ranghi eppure sembrano dirci che esiste un mondo in cui non tutto è razionalmente spiegabile e controllabile, esiste uno spazio in cui abita il possibile, in cui le forze misteriose della natura attestano il loro inafferrabile mistero. Ricordandoli si ha la possibilità di rianimarli, anche se solo per un attimo... il tempo di un brivido.

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Passaporto ormai logoro e laurea in storia dell’arte confermano il pallino per i differenti “volti” del mondo e gli artisti contemporanei, suo ambito anche professionale. Ipercritica con discrezione ama la tenacia e la passione capace di “rivoluzioni”.

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