I tremori Romani del non più giovane Goethe

La moda del Grand Tour – termine coniato nel 1670 nel Voyage or a Compleat Journey Trough Italy (1670) di Richard Lassels – fonda le sue radici nella seconda metà del Cinquecento quando sovrani, aristocratici, intellettuali e artisti attraverso tappe codificate partono alla volta dell’Europa, e in particolare dell’Italia, alla ricerca della Cultura Classica. È però nel Settecento che il Grand Tour raggiunge il periodo di massimo richiamo, soprattutto per i britannici, laddove Roma ne diventò il fulcro.

«Ciò non ostante io abbandonai la piazza e scesi i gradini dell’altro versante e davanti ai miei occhi interamente oscuro e gettando grandi ombre apparve l’arco di Settimio Severo; nella solitudine della via Sacra, i monumenti così noti, sembravano quella sera strani e spaventosi. Ma quando mi avvicinai al Colosseo e a traverso le grate potei gettare uno sguardo nell’interno, fui preso da una specie di tremito ed affrettai il ritorno».

Questo scriveva Goethe nel suo Viaggio in Italia del 1787 per poi aggiungere:

«Ogni oggetto faceva un’impressione speciale, ma sublime e comprensibile allo stesso tempo, ed in queste circostanze quella passeggiata fu una specie di magnifica “summa summarum” della mia vita a Roma. Il dolore della partenza fu molto grande. Lasciare, senza speranza di mai più rivederla, questa capitale del mondo, della quale per tanto tempo ero stato cittadino, mi fece un’impressione che è impossibile esprimere. Nessuno può comprendere questo sentimento se non l’ha provato. Io ripetevo continuamente nella mente quei versi dell’elegia che Ovidio compose trovandosi nelle stesse condizioni in cui mi trovavo io».

I versi di Ovidio cui si riferisce Goethe sono tratti da l’Addio a Roma della raccolta Tristia (Libro 1, Elegia 3, vv. 1-28), struggenti e definitivi esprimono il dolore di un distacco eterno, quasi fosse la morte stessa lasciare Roma e i cari a essa legati.

La penna di un poeta, il pennello di un pittore, lo scalpello di uno scultore, le pagine di spartiti musicali e il mercato dei souvenir possono solo rievocare quello che è eterno, come la memoria conservata in questa città, ma lo stupore di viverla è irripetibile in ogni forma e luogo.

A tale proposito Goethe scriveva ancora:

«tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi sono note; tutto è come me l’ero figurato e al tempo stesso tutto nuovo».

 La grande Caterina II di Russia – collezionista amante dell’Arte soprattutto italiana – nel 1778 acquistò le celebri 26 tavole a colori di Giovanni Volpato – celebre incisore e ceramista del ‘700 –, raffiguranti le Logge vaticane di Raffaello. Lo stupore che queste destarono nella sovrana è espresso in una lettera inviata al suo faccendiere e consigliere d’arte Grimm nella capitale:

«Solo la speranza mi sostiene: salvatemi, vi prego. Scrivete subito a Reiffenstein (altro procacciatore d’arte a Roma per conto della sovrana) e ordinategli di far copiare quelle volte, ed anche le pareti, a grandezza naturale. Ed io faccio voto a San Raffaello di far costruire queste Logge, costi quel che costi, e di applicarvi sopra le copie, perché è assolutamente necessario che io le veda cosi come sono. Ho una tale venerazione per queste Logge, per questi soffitti, che ho intenzione di dedicargli in voto la spesa della loro costruzione, perché non avrò pace né riposo fino a quando non sarò riuscita a portare a compimento questa faccenda».

Il capriccio della sovrana fu soddisfatto e dopo nove lunghi anni le famose Logge di Raffaello furono ricostruite in copia fedele in tutto e per tutto in un’ala de l’Ermitage dove ancora adesso si possono ammirare. Correva l’anno 1787 quando Caterina II, finalmente, poté estasiarsi in contemplazione di tale sublime prospettiva, ma soprattutto per il fatto di possedere un frammento di Roma.

Altri sovrani, invero, non furono immuni a questa passione. Di Gustavo III di Svezia si narra che girasse in incognito per Roma alla ricerca di opere d’arte, dedicando tempo e ingenti somme di denaro per accaparrarsi riproduzioni e originali di epoca imperiale romana; celebre la sua collezione ora in mostra al National Museum di Stoccolma.

Anche ricchi collezionisti stranieri, amanti dell’antico, costruirono nei loro palazzi gallerie e ambienti atti a custodire e a valorizzare gli ingenti reperti romani che mano a mano venivano alla luce grazie agli scavi condotti lungo la penisola.

Personaggio chiave di quell’epoca fu Sir Gavin Hamilton – pittore e archeologo scozzese che diresse gli scavi a Villa Adriana dal 1759 al 1761 – il quale gestì senza sosta il traffico internazionale di opere d’arte romana, sia di copie che di scavo facendone un florido commercio.

I tremori di Goethe continuano ad assalire i viaggiatori nei secoli, il fascino di Roma rimane immutato come la sua centralità artistica nel mondo: i souvenir che raffigurano monumenti non sono più di sughero bensì di metallo, i turisti si fanno ritrarre non più alla maniera del grande ritrattista Batoni bensì in foto ricordo in compagnia di un aitante centurione e acquistano non più collane con mirabili micromosaici prodotti dalla Fabbrica di San Pietro bensì t-shirt con su scritto “I love Roma” e… anche questo fa venire i brividi.

 

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Tutte le foto sono state realizzate da Luca Canonici.

© Riproduzione riservata
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Per metà toscano e metà romano, tenore, fotografo, Direttore di Museo, Direttore artistico di vari Festival. Ho pubblicato dischi di Opera e Pop, libri fotografici, curato ricerche su pittori e luoghi toscani, mi interessa tutto ciò che è Arte.