Inizio lavoro arazzo Marco Tirelli, Arazzeria di Penne

Arazzeria pennese, il recupero di una tradizione

Fino al 3 settembre 2017, al MACRO in mostra gli arazzi di artisti contemporanei, un'eccellenza considerata arte minore. «Gli arazzi erano considerati arte come i quadri nelle grandi case dei regnanti che, in caso di fuga, riuscivano più facilmente a portarsi via l'arazzo per poi riappenderlo in qualunque altro palazzo si ritrovassero a vivere» ci spiega Barbara Martusciello, curatrice della mostra

La storia della Arazzeria Pennese e la tecnica del basso liccio

Fino al 3 settembre 2017, il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea ospiterà la mostra Arazzeria Pennese – la contemporaneità del basso liccio, in cui saranno esposti gli arazzi di artisti contemporanei. L'esposizione, promossa da Roma Capitale e patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo, presenta gli arazzi del laboratorio della Riserva Naturale Regionale Lago di Penne, riprendendo un’antica tradizione del territorio con un forte richiamo al contemporaneo.

Fondata nel 1965 da Di Nicola e Tonnelli e attiva fino al 1998, l’Arazzeria Pennese rappresenta un’eccellenza dell’artigianato artistico di Penne, antico borgo medioevale della provincia di Pescara che a differenza delle arazzerie che operano in Europa, ad esempio quelle francesi o portoghesi che lavorano con la tecnica ad alto liccio, utilizza invece quella a basso liccio, cioè una lavorazione orizzontale: l’intero lavoro infatti procede a strisce per la lunghezza dell’arazzo, permettendo una maggiore minuzia nei particolari e nelle sfumature dei colori, ci dice Barbara Martusciello, curatrice della mostra.

Il lavoro finale è una riproposizione delle opere degli artisti che devono prima realizzare un cartone preparatorio che poi viene concretizzato con il telaio. In questo senso si tratta di una vera traduzione, come viene chiamata nel linguaggio tecnico, cioè si traduce l’opera dell’artista nell’arazzo, passando da un linguaggio artistico all’altro. Una tradizione tutta italiana che ha conosciuto nel passato una grande fortuna e che con questa mostra si vuole riproporre al pubblico.

La valorizzazione di un'arte che poi tanto minore non è

Certamente l’arazzo così come altri manufatti di arte minore sono un qualcosa che anche nel corso della storia hanno avuto dei picchi di eccellenza, penso agli arazzi di Raffaello o a quelli dell’antichità che erano una forma di arte e abbellimento.

Quello che è importante è che noi in Italia avevamo un lungo corso di eccellenza legata all’arte cosiddetta minore che storicamente è sempre stata un’arte di tutto rispetto. Ricordiamoci infatti che gli arazzi erano considerati arte e modalità di abbellimento come del resto i quadri nelle grandi case dei regnanti, i quali quando erano costretti a scappare, riuscivano più facilmente a portarsi via un arazzo o un quadro appunto. Ma in particolare proprio l’arazzo rimaneva per i grandi committenti qualcosa di molto prezioso perché rappresentava il loro censo, la loro grandezza, la loro potenza, la loro ricchezza da riappendere in qualunque altro palazzo si ritrovassero a vivere, continua Martusciello.

Un passato riportato alla luce negli ultimi cinquant’anni proprio dall’Arazzerie Pennese, immersa in un’oasi protetta del WWF e che solo a partire dal 2014 lavora a pieno ritmo e che oggi più che mai vuole raccontare il lavoro di un gruppo di persone coinvolte nella produzione dell’alto artigianato, capace di dialogare con il mondo dell’arte ed insieme produrre un qualcosa di speciale, trasformando Penne nella città degli arazzi.

La mostra al MACRO si trasforma così anche in un vero e proprio elogio del made in Italy, che in quanto tale si spera venga ancora più tutelato soprattutto perché l’arazzeria stessa risulta essere ad oggi non solo quella più attiva, ma anche l’unica ad utilizzare la tecnica a basso liccio in Italia.

Gli artisti in mostra raccontati da Barbara Martusciello

Alberto di Fabio indaga «la consistenza organica, il mondo naturale, l’universo cellulare, il filamento del DNA, riponendo il tutto attraverso una pittura di grande impatto visivo che viene riversata negli arazzi senza alcuna mediazione».

Andrea Mastrovito «basa il suo lavoro su un’enciclopedica accumulazione di temi e materiale per immagini che si struttura nel tempo, lento come quello necessario per tessere un arazzo, e realizza opere che mescolano e rimettono in circolo aspetti dell’esistente come la storia, il mito, la società, l’identità, i confini, l’habitat, la trascendenza, la caducità della vita e la rinascita, riflettendo anche sulla simulazione e la stereotipizzazione a cui il singolo e la collettività sono soggetti. Tutti i media sono convocati, con la stessa considerazione e la stessa robustezza, arazzo compreso, a partire, però, sempre dal segno. Il segno è anche un filo». Il suo arazzo terminato verrà tra l’altro presentato a mostra già iniziata.

Matteo Nasini «invece dà corpo a sperimentazioni, caratterizzate dal rapporto tra la musica, la scienza e le arti visive. In un amalgamarsi quasi impossibile vengono fuori le dualità suggerite dalla sua intera ricerca: tecnologia e manualità, complessità ed essenzialità, testa e cuore, analisi razionale e pathos, particolare e universale. Linee guida sulle quali prendono vita anche i suoi arazzi».

Marco Tirelli «fonde nella sua arte forme indeterminate e più riconoscibili rese tutte con una modalità del togliere più che dell’aggiungere. Nelle sue pitture, come in questi arazzi, c’è un soffuso degradare di luce e ombre, meticolose successioni di tonalità, velature tremule che puntualmente vengono ricreate negli arazzi. Attraverso l’assenza il pittore valorizza la presenza anche di forma e colore, componenti regali dello statuto della pittura, pure quando essa è trasposta nell’arte della tessitura che mantiene la minuzia sostanziale fondante della ricerca dell’artista stesso».

Costas Varotsos «usa per le sue sculture e installazioni materiali come la pietra, il ferro, la plastica ed altre materie e soprattutto lastre di vetro disposte in tanti livelli con un effetto di forza e di movimento centrifugo. Con lui, in Arazzeria, si è dato luogo a una vera e propria avventura traducendo il suo idioma tridimensionale nella forma bidimensionale dell’arazzo.

La trasformazione da uno stato all’altro e da una misura a una più confinata qual è quella dell’arazzo, svela una sintonia. Intesse un dialogo a catena, dove alla durezza dei materiali utilizzati per le sue istallazioni, si sostituisce invece la morbidezza dei filamenti cromatici che comunicano un equilibrio necessario tra lo spazio ed il tempo».

 

Info pratiche 

MACRO Via Nizza, la mostra è aperta fino al 3 settembre. Orari: da martedì a domenica dalle 10.30 alle 19.30. Chiuso lunedì.
 
La biglietteria chiude un’ora prima.
 

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