Jago, Habemus hominem: «l'opera d'arte siamo noi»

Abbiamo incontrato Jago, lo scultore con i numeri di una rockstar, ci ha raccontato della Venere esposta al Museo Carlo Bilotti, dell'importanza delle parola partecipazione nell'arte e dei suoi nuovi progetti che vanno da New York alla scultura digitale

Più di 2500 persone presenti all'inaugurazione della sua ultima mostra, la più affollata di sempre per il museo che la ospita: questo è solo l'ultimo numero da record di Jacopo Cardillo, in arte Jago, già seguito da centinaia di migliaia di persone su Facebook e su tutti gli altri social. Numeri che ci si aspetterebbe da un modello o da una rockstar, un po' meno da uno scultore di marmo, una professione che negli ultimi secoli non è stata esattamente ciò che si dice alla moda.

Jago invece ha saputo coniugare il suo incredibile talento artistico e la sua vocazione alla tradizione con uno spirito ultracontemporaneo e un'efficace strategia di comunicazione diretta: attraverso post, foto, video e dirette sui social coinvolge attivamente lo spettatore e lo fa sentire parte integrante del suo processo creativo. Uno strano accostamento questo tra il web e una delle più antiche tecniche artistiche, che però si è rivelato fin da subito una formula assai vincente, anche perché Jago, con la sua verve e la sua simpatia, è un comunicatore oltre che un artista (anche se a pensarci bene le due cose non sono poi così distanti tra loro). Il suo però non è un successo solo virtuale come dimostra l'esposizione inaugurata lo scorso 15 febbraio al Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, Habemus Hominem, che già nei primi giorni di apertura ha battuto ogni record di affluenza. In mostra una serie di sculture che illustrano il percorso artistico di Jago dal 2009 a oggi, dalle opere ricavate in sassi di fiume come Sphynx e Memoria di sé ai cuori di marmo e ceramica di Muscolo minerale e Apparato circolatorio, fino ai suoi ultimi successi, esposti insieme nella project room del museo e vero cardine della mostra: l'ormai celeberrimo ritratto di papa Ratzinger Habemus Hominem e la nuovissima Venere, esposta per la prima volta al pubblico in quest'occasione. Habemus Hominem, attraverso una coraggiosa operazione di spoliazione, rivela l'uomo dietro il pontefice Benedetto XVI. La Venere, anche se in tutt'altro modo, fa la stessa cosa: decadente nel corpo ma ancora divina nella posa e nello sguardo, infatti, anche questa Venere vegliarda ci svela tutta l'umanità nascosta dietro il suo personaggio, mostrandoci inoltre come il bello possa assumere diverse forme e andare ben oltre l'aspetto fisico e la perfezione estetica. La mostra, a cura di Maria Teresa Benedetti, sarà visibile fino al 2 aprile. Siamo andati a trovare l'artista per farci svelare qualche dettaglio in più.

L'intervista a Jago

Com'è nata la Venere, la sua ultima creazione esposta qui per la prima volta al pubblico? L'idea del personaggio divino che si mostra nella sua più cruda umanità e l'allestimento in dialogo con il papa di Habemus Hominem suggeriscono che si tratti di una sorta di suo corrispettivo femminile, è così che è stata concepita?

In realtà non c'è una relazione tra le due, qui in mostra le ho messe in dialogo una di fronte all'altra perché così il visitatore si trova nel mezzo ed entrambe le opere lo guardano. 

Allora in realtà non si guardano tra loro, guardano noi...

Tu di solito vai a una mostra, guardi delle opere e sei il fruitore ma nel momento in cui è una statua a guardare te, chi è l'opera d'arte? Per me è interessante ribaltare il punto di vista sulla questione, poter dire che l'opera d'arte siamo noi. Siamo noi infatti a percepire l'oggetto come tale e in questo senso c'è anche la grande libertà di poter dire “per me quello è arte e quello non lo è”... poi si possono dire un sacco di cose, ma alla fine quello che conta è fare un'esperienza.

Quindi l'interazione con il pubblico è un aspetto fondamentale in queste opere?

Sì, è importante in tutte le mie opere. Anche la presenza del video della realizzazione contribuisce a dare un senso di partecipazione, come usare i social e le dirette. Se le persone partecipano alla realizzazione dell'opera, quell'opera è di tutti. 

I video sono considerabili parte integrante dell'opera?

Sì, anche il video per me è opera. È necessario, è l'elemento che serve per descrivere il dietro le quinte della creazione, che per me è sempre stato la cosa più interessante. Una volta alla Galleria d'Arte Moderna ho avuto la fortuna di vedere il retro di una tela di Fontana che era in allestimento, così ho scoperto che era più interessante il dietro che il davanti, non immaginavo che una tela così grande potesse essere retta in quel modo... Fare un video vuol dire semplicemente far vedere e far capire che oltre il lavoro che si vede, oltre l'oggetto, c'è qualcos'altro, una serie di gesti consecutivi che io reputo già opera. Fin dal primo momento, dal primo taglio, infatti, per me è già opera, e anzi, qui in realtà manca un altro pezzo che secondo me ne fa parte: gli scarti. Sia per la Venere che per Habemus Hominem c'erano altrettanti chili di marmo di scarti, quelli che si vedono anche nei video, che andavano esposti, ma non è stato possibile per problemi statici. È molto interessante perché in quel modo tu hai l'opera, hai lo scarto (che è comunque opera, o parte di essa quantomeno), poi c'è il video che racconta e mette insieme le due cose e poi ci siamo noi, che interagiamo con l'opera e capiamo il senso. In questo caso non è stato possibile perché l'ambiente non lo permetteva, ma in un futuro prossimo sarà assolutamente così. 

Questo museo (come tanti altri) normalmente non è molto frequentato, invece per la sua mostra già nei primi giorni di apertura c'è stato un enorme successo di pubblico, come se lo spiega? Cosa c'è in questo caso di diverso e cosa manca di solito? È un fatto di comunicazione?

Sì, e pensa che io ho rinunciato ad avere un ufficio stampa, anche se di solito chi lavora nel sistema dell'arte ti dice che è importante averne uno, con i giusti collegamenti... Io ho il mio sistema di comunicazione diretta, che arriva dritta in tasca alle persone, ma non per prendere qualcosa, per lasciare dei contenuti. In questo modo diventa facile catturare l'attenzione e coinvolgere le persone, perché ognuno si muove per contenuti che lo rispecchiano in qualche modo. Ad esempio vado a vedere un concerto perché dice qualcosa di me, mi rappresenta, non vado cioè ad ascoltare qualcuno, vado ad ascoltarMi. Allo stesso modo non vado a vedere una mostra, vado a vederMI. Questa deve essere la rivoluzione, e credo che l'opportunità di oggi sia nel mezzo che abbiamo a disposizione, cioè il social, che al contrario di quello che si può dire non è un mezzo stupido, dipende tutto da come lo usi. È normale, no? Anche un coltello se ci tagli il pane è buono, se ci ammazzi una persona invece no... Non è colpa del coltello, è l'uso che ne fai! Secondo me il social è una cosa rivoluzionaria, che può anche essere coniugata con un gesto tradizionale come quello di fare una scultura in marmo. Tutto è possibile, ed è nelle nostre mani.

La mostra è a cura di Maria Teresa Benedetti, storica dell'arte, saggista e Grande Ufficiale della Repubblica, com'è nato il suo rapporto con lei? 

Ci conosciamo dal 2007, quando partecipai a un concorso in cui lei era in commissione e vinsi il primo premio. Dopo il concorso la contattai, la andai a trovare e le feci vedere i miei lavori, da lì è nato un rapporto bellissimo. Così il primo anno di accademia sono stato catapultato in una dimensione in cui avevo a che fare con una luminare del genere, la stessa che ha scritto i libri che si studiano in accademia, quelli che hanno studiato anche i docenti, quindi ho fatto un salto quantico a livello di consapevolezza. Sono anche un po' testardo, duro come il marmo, e sapevo già bene quello che volevo fare, di conseguenza ho lasciato l'accademia.

Progetti per il futuro?

Adesso torno in laboratorio ad Anagni e inizio subito un nuovo bozzetto, poi ritorno a Verona dove dovrei finalizzarlo. Parto anche per New York e faccio l'allestimento all'Armory Show, dove esporrò il mio nuovo lavoro, un Trump da bambino che costruisce il muro con i lego. Il 15 ritorno in Italia e inizio il lavoro in marmo del bozzetto, poi a maggio finalmente uscirà un disco, edito da Universal Music, e in relazione a questo in estate ci sarà una tournée di scultura digitale (sulla mia pagina si trovano dei video che ne raccontano un pochino). È il primo evento del genere, sarà in tutte le piazze d'Italia ed è una cosa veramente fica! Si può dire fica nell'intervista? 

 

 

Informazioni 

JAGO Habemus Hominem

15 febbraio – 2 aprile 2018

Museo Carlo Bilotti

Viale Fiorello La Guardia, 6

Ingresso gratuito

 

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Storica dell'arte contemporanea e della fotografia, romana, classe 1991. Curiosa e confusa, da grande vorrei fare la giornalista, o il critico d'arte, o forse invece l'addestratrice di delfini. Vi farò sapere.

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