Le carte di Antonietta Raphaël

Un’esposizione originale al Museo Carlo Bilotti pone l’attenzione sulla produzione grafica dell'artista: uno strumento espressivo ricco, complesso e indipendente alla pari della pittura e della scultura

 

Senza la Raphael, Scipione e Mafai sarebbero stati diversi o non sarebbero stati affatto.

Così parlava Alfredo Mezio nel suo articolo su Il Mondo del 1960. E tale provocazione, ancora oggi, sembra assolutamente attuale. Nel 1925 le strade di Mario Mafai, Scipione e Antonietta Raphaël  s’incrociarono a Roma e diedero vita ad uno degli episodi più interessanti dell’arte italiana tra le due guerre. 

Il vento dell’est della Raphaël si scontrò con lo scirocco della Capitale italiana per far nascere la cosiddetta Scuola di via Cavour. Lo stesso Mario Mafai ricorda che tornando a casa in via Cavour con Scipione, nel trovare Antonietta alle prese con la sua pittura, provava curiosità e ammirazione per quella strana ricchezza d’impasto e le impreviste soluzioni. Successivamente i rapporti tra i due si complicarono e ad un tratto nei suoi diari si legge:

È difficile vivere insieme per due artisti che hanno la stessa arte della pittura. Io criticavo lui e lui criticava me. Così andai a scuola serale di scultura, fino al '33, quando ritornai a Roma.

Da quel momento Raphael è stata interamente dedita alla scultura. Con una determinazione che ne farà «l'unica autentica scultrice italiana» come dirà più tardi Cesare Brandi.

Proprio all’artista, pittrice esuberante e scultrice instancabile, è dedicata la mostra Antonietta Raphaël - CARTE presso il museo Carlo Bilotti. Un’esposizione originale, che pone l’attenzione sulla sua produzione grafica che si palesa come strumento espressivo ricco, complesso e indipendente alla pari della pittura e della scultura stessa. Con un'attenzione al confronto tra le diverse tematiche e l’utilizzo di materiali diversi come la carta e il bronzo.

Una selezione di circa 50 disegni, la maggior parte dei quali inediti, che ripercorrono la lunga attività della Raphaël, dagli anni Venti fino al 1975, anno della sua scomparsa. Da qui emerge il suo cambiamento stilistico col passare dei decenni: come le pose bloccate degli anni Trenta, influenzate dal modello egizio e dalla statuaria greca arcaica e la successiva gestualità sintetica e più dinamica.

«Ho perduto parecchio tempo a disegnare, ma in fondo disegnare non è mai tempo perduto. È piuttosto una chiarificazione di ciò che un artista pensa di realizzare nella pittura e nella scultura». Come si evince da queste parole, scritte da Antonietta nel 1968, il disegno ha per lei un ruolo fondamentale, funzionale nel fissare un’immagine, un’idea, una sensazione sulla quale lavorare senza sosta.

Le opere, che provengono da collezioni private, rivelano i temi prediletti dall’artista che rispondono a un’ispirazione fatta di richiami alla vita familiare, alla realtà quotidiana, ma anche alla sua radice ebraica che si afferma come un’articolata questione privata. Il percorso espositivo si apre nella project room per poi proseguire nelle tre salette, una delle quali dedicata alla documentazione con filmati, pubblicazioni e materiali che spiegano il suo percorso e la sua carriera.

A questo proposito Roma Italia Lab ha intervistato il direttore della segreteria organizzativa Livio Bosco:

Come nasce l’amore per l’artista Antonietta Raphaël l e per la Scuola Romana in generale?

Sono sempre stato affascinato dalle mille sfaccettature dalla figurazione italiana sicuramente per merito del contesto in cui sono cresciuto. Mio padre colleziona da prima che io nascessi, appassionato dalla pittura italiana dagli anni venti sino alla Transavanguardia. Penso che il trovarmi sin da piccolo a stretto contatto con tante opere, avendo così la possibilità di viverle nel mio quotidiano, mi ha dato quell’immensa fortuna di poter sviluppare un empatia maggiore nei confronti di questo genere d’arte. Per quanto riguarda la Scuola Romana invece si tratta di un amore più recente, ad essa mi sono avvicinato grazie agli artisti della seconda ondata del movimento, ed in questi ultimi anni, grazie alla mia permanenza romana ho avuto modo di vivere e studiare l’originalità dell’espressionismo barocco che caratterizzo il primo periodo movimento. Come non innamorarsene… Per la Raphaël invece credo che l’aver avuto la possibilità di entrare in contatto diretto, tramite la figlia, con una figura tanto eclettica quanto misteriosa non poteva non sfociare per me in una fascinazione incondizionata nei confronti di essa.

Cosa ha significato collaborare nell’organizzazione di questa mostra?

Collaborare attivamente alla realizzazione di eventi di tale portata è sempre un esperienza estremamente costruttiva, le mostre difficilmente si sviluppano come speri e nella realizzazione di esse si deve sempre essere pronti ad una flessibilità maggiore di quanto si possa immaginare. Si tratta della mia esperienza in un museo capitolino e visti i risultati posso affermare che è stata un esperienza estremamente positiva. Per quanto riguarda Antonietta Raphaël questa è da considerare come la prima di una serie di mostre atte alla riscoperta dell’artista, di cui spero di aver l’onore di poter essere partecipe attivo.

Perché la scelta di concentrarsi sulla produzione grafica?

Siamo consapevoli che l’artista è più conosciuta per le discipline maggiori, ma questo accade anche per molti altri artisti purtroppo. Gauguin affermava che il disegno rivela la parte più intima dell’artista, ed essendo un appassionato di disegni non posso non essere affezionato a tale affermazione, ritengo che in questo percorso si possano tracciare o meglio rintracciare alcuni tra gli aspetti più intimi del pensiero dell’artista.

Vuole parlarci della scelta espositiva? 

Per quanto riguarda le scelte espositive sin da subito con la squadra di lavoro ci siamo trovati in accordo nel voler inserire al percorso dei disegni, alcune opere appartenenti ad altre discipline. La motivazione trainante di questa decisione, oltre al fatto che stiamo parlando di una artista poliedrica, sta sicuramente nell’idea che quando si realizza un allestimento per una mostra, bisogna partire dal presupposto che non tutti conoscono di cosa si sta parlando. E quindi che il fruitore deve essere guidato ed accompagnato come se fosse al primo approccio con l’artista proposto. Un’altra variante da non sottovalutare che ci ha spinti ad inserire altro che non fosse grafica, è stata la possibilità di reperire opere di spicco o inediti dell’artista come ad esempio l’olio ritraente la scena di maternità tra Giulia e Ariel che mai prima di questa occasione era stato esposto in precedenza. Non può immaginare l’emozione di vedere gli occhi di Ariel Mafai all’inaugurazione che ammirano questo dipinto che sin a qualche giorno fa non conosceva.

La teca invece è un angolo della memoria curato dalla figlia Giulia. Al suo interno vi si può trovare di tutto, sinceramente la ritengo una parte fondamentale dell’esposizione, per chi ha avuto modo di conoscere o studiare l’artista è difficile non emozionarsi. Tra gli oggetti di memorabilia più interessanti mi pare doveroso citare l’antico drappo cinese che contornava il letto dell’artista, alcuni spartiti, piccole sculture anch’esse di provenienza cinese, la tavolozza ancora sporca di colore ed alcune tra le pubblicazioni coeve di spicco dell’artista.

So che in occasione della chiusura della mostra ci sarà la presentazione del catalogo, ci vuoi  anticipare qualcosa?

La data è ancora da definire, ma nei prossimi mesi annunceremo la presentazione di una monografia dedicata ai disegni di Antonietta Raphaël , una raccolta ragionata di 103 disegni, che è da ritenersi attigua ad un vero e proprio diario privato, che abbraccia quasi tutto il periodo produttivo della Raphael dal 1928 sino al 1975 anno della sua scomparsa. In catalogo tra gli altri ci saranno i testi critici di Edoardo Sassi, Lea Mattarella e della figlia Giulia Mafai. Prodotto dalla casa editrice londinese DFRG Press, main sponsor della mostra al Bilotti, il volume punta a dare il giusto lustro alla disciplina che per troppo tempo è stata rilegata ad un ruolo secondario delle produzione dell’artista.

 

 

Antonietta Raphaël Mafai - CARTE

 

Museo Carlo Bilotti Aranciera di Villa Borghese

23 Novembre - 21 Gennaio 2018

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Sono nata il 14 febbraio del 1988 a Roma. Da bambina sognavo di fare l'artista, ma fortunatamente mia madre ha sempre cercato di dissuadermi. L'arte è sempre stata il motore della mia vita, e anche se non avevo le qualità per creare vere opere, ho deciso di studiarla, sponsorizzarla e raccontarla. Dopo la laurea in Storia dell'arte, mi sono trasferita a Londra. Qui ho scoperto il fantastico mondo del mercato dell'arte e mi sono introdotta nel campo delle vendite. Ora vivo a Roma, una città che ha ancora molto da offrire per chi vuole scoprirla, la mia passione, soprattutto per l'arte contemporanea, mi porta a partecipare a diversi eventi, mostre e performance, che amo documentare e condividere con chi ha voglia di leggere i miei articoli.

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