Li Chevalier: "La mia arte per salvare il contrappunto culturale in un mondo che non sa integrare"


RIL ha incontrato Li Chevalier, artista e musicista cinese: è piena di passione mentre guarda le persone che si fermano ad ammirare Cantabile per archi, la sua installazione di violini. Gli strumenti sono decorati con simboli e volti orientali e occidentali, in bianco e nero, che si specchiano tra giochi di luce in una sala buia. Parla mescolando italiano, francese e inglese, guidata da un entusiasmo puro, quasi infantile. Cinese di nascita, francese di adozione, Li ha un solo desiderio che è ben evidente in questa retrospettiva sui suoi ultimi dieci anni di lavoro: ricercare una bellezza perduta. Le Traiettorie di desiderio di Li Chevalier, dai canali della Biennale Arte di Venezia sono arrivate al Macro di Testaccio grazie all'idea e alla cura di Paolo De Grandis e Claudio Crescentini (nel progetto From La Biennale di Venezia & Open to Macro. International Perspectives).

Ci parli di Polifonia, la sua esposizione al Macro Testaccio di Roma.

«La polifonia designa la scrittura musicale a più voci, una convergenza di melodie parallele in un insieme musicale armonico. Così l’incatenamento verticale degli accordi arricchisce la composizione globale. Ma questa globalità non esclude la singolarità. Il mondo che riflette la mia opera Polifonia è un mondo che non può più rallentare e prendere una direzione dove si integrino diverse civiltà, dove si intreccino storie ed eredità. Mi chiedo se in questo mondo interconnesso siamo condannati alla divisione e al caos. La mia installazione vuole quindi salvaguardare il contrappunto culturale, sovrapporre delle linee melodiche diverse, resistere all'uniformazione, rifiutare il pensiero unico. Per testimoniare una vitalità creatrice nata da tutti quei valori che costituiscono l’Europa come io l’ho scoperta».

Cosa vuole trasmettere con la sua arte?

«Un’emozione estetica forte. Vorrei restituire all'arte tutto quello che i minimalisti le hanno tolto. Il culto della semplicità non mi dispiace: lo spirito minimalista è molto presente nell'arte orientale (principalmente giapponese). Nonostante ciò, ciò che separa radicalmente il minimalismo occidentale dallo spirito minimalista orientale è che quest’ultimo non sacrifica l’emozione estetica al primato della semplicità. Le grandi opere metalliche di Richard Serra o le placche di acciaio di Carl Andre si costruiscono industrialmente e puntano alla fine della soggettività. L’artista si ritira intenzionalmente dal processo creativo in vista di una de-estetizzazione dell’opera.

Io mi muovo sul fronte opposto. Non può esserci astensione, né sul piano tecnico né su quello emozionale: l’opera è specchio di un’interiorità, punto a svelare la massima emozione estetica dell’opera».

Lei ha una doppia radice: parigina e cinese. Coma la influenzano?

«La Cina mi ha dato la vita e la Francia, anzi più precisamente la cultura europea e nello specifico quella italiana, mi ha fatto crescere. I miei lavori rappresentano questo incontro. L’influenza dei miei ultimi venti anni è esplosa nei miei lavori e mi ha allontanato, tecnicamente e mentalmente, dagli stereotipi orientali. Il mio universo non è quello di una lettera, della contemplazione di una montagna o una foresta alla ricerca della pace interiore. Io sono cupa come l’inchiostro e mi rivedo in questa frase di Victor Hugo: “L’uomo che non medita vive nella cecità. L’uomo che medita vive nell'oscurità. Non possiamo scegliere che il nero”. Ma la creazione della bellezza mi porta una luce passeggera».

Lei scrive: «Il mondo occidentale che immaginavo essere un Paradiso per le arti, dove la bellezza trionfava, è diventato un campo di battaglia post-rivoluzionario». Cosa significa?

«I diversi movimenti artistici nati in Europa dopo Marcel Duchamp sono il riflesso di una lunga storia: l’arte è azione e reazione. La mia arte non è separata dal mondo o dalla storia, è una protesta contro la brutalità. La mia infanzia ha toccato con mano la follia della Rivoluzione culturale cinese: il frastornante vandalismo delle guardie rosse, le accuse sommarie, le denunce, gli arresti, le confessioni forzate, i suicidi… In questo gigantesco processo rivoluzionario la cui parola d’ordine era “trasformare l’uomo”. L’essere umano si è visto ridotto allo stato di cosa, un pedone sulla scacchiera dell’ideologia. L’uomo era un oggetto, interscambiabile e modellabile alla volontà della macchina alla quale era asservito. In questo senso se la rivoluzione culturale calpestò il bello, oggi in Occidente i cercatori della bellezza si ritrovano ad essere membri di una Resistenza».

Lei ha anche detto: «Per me l’arte è uno spazio per il ritiro spirituale». Che rapporto ha con la religione e la fede?

«Ho incontrato la religione in Italia: ai corsi di lingua italiana ci sono solo artisti e preti! Non sono né buddista né cristiana, ma sono affascinata dalla religiosità dell’uomo. L’artista è condannato a morire di passione come Cristo, nella speranza di essere risuscitato attraverso le sue opere. In fondo, la religione come l’arte e l’amore chiamano all'uscita da sé, alla trascendenza».

Cosa pensa di Roma?

«Roma è una città di una bellezza unica al mondo! Malgrado la mancanza evidente di fondi per musei e arte, mi sembra che gli artisti non rinuncino a esistere. Credo che uscendo dal ventre della madre, l’italiano cada necessariamente e direttamente nella bellezza e questo spesso lo influenza».

 

La mostra sarà aperta fino al 26 marzo

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Emiliana di campagna trapiantata in suolo romano di città, scrivo di musica, teatro, arte e cose belle. Vorrei dire qualcosa di più originale del fatto che mi piace viaggiare, leggere e ascoltare musica, ma purtroppo è proprio quello che amo di più fare. Anche mangiare, ma pure qui nulla di nuovo.

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