Dicotomie apparenti: il ruolo del bianco e nero nell’incisione

In un’epoca in cui “la società dello spettacolo” ha inglobato se stessa ed in cui le immagini si muovono velocissime, trasformandosi continuamente, parlare di bianco e nero suona come un monito. Navigando online, aprendo pop-up o scorrendo i contenuti sui social, vediamo immagini che si accavallano, si accatastano, per sovrapporsi allo sguardo e poi dileguarsi, scappando da possibili ricordi. Immagini e altrettante manipolazioni impazzano, i colori e il movimento dei video creano un caleidoscopio visivo e intermittente, o meglio danno avvio a quell'«arte dell’accecamento» già preannunciata da Paul Virilio. In questo contesto, come detto poc’anzi, la scelta del bianco e nero può suonare come un passo indietro, può sembrare una retroguardia dietro a cui celarsi, al riparo dal presente e dal futuro. Invece no. Non è (solo) questa l’accezione possibile. Può essere, infatti, una scelta poetica, una possibilità per dare avvio ad una «vita delle forme» - per dirla alla Focillon - attraverso modalità espressive, linguaggi e tecniche in cui il fare, l’attenzione al procedimento, trasformano i limiti in nuovi punti da cui partire, creano argini da cui sporgersi oltre.

 

Nell’incisione, ad esempio, il punto di vista è rovesciato: è il colore ad essere anomalo. L’inchiostro è nero. La carta bianca. Un’unica dicotomia da cui hanno preso – e prendono - vita una pluralità di voci e tecniche, una molteplicità di forme, di iconografie, di stili e maniere. Secoli di immagini (ricordiamolo: moltiplicabili) e del colore nessuna mancanza. Sì, certo, la litografia è (anche) a colori: ma bisogna aspettare il XVIII secolo. Per la serigrafia l’attesa è anche oltre.  

E prima? Abbiamo solo sporadiche apparizioni del colore in ambito incisorio tra cui il camaïeu o l’aggiunta di stesure a mano su silhouette nere. Dove sono, dunque, i valori cromatici? Non sono assenti, ma vengono "tradotti" in equivalenze luministiche. I segni - puntiformi, rettilinei, fratti o continui - si intersecano, si diradano, si espandono o contraggono, dando plasticità, profondità o voluta piattezza alle immagini attraverso texture di luce. E su quest’aspetto ecco un (notissimo) brano di Paul Valéry:

 «scopro, nell'incisione come nella scrittura letteraria, la stessa intimità tra l'opera che si forma e l'artista che vi si applica. La lastra è molto simile alla pagina: [...] con uno stesso sguardo abbracciamo l'insieme e il particolare [...]. Noi comunichiamo col bianco e il nero, da cui la natura non sa ricavare nulla. Non sa fare nulla con un po' di inchiostro. Ha bisogno di un materiale letteralmente infinito. Noi invece di pochissime cose, e, se possibile, di molto spirito. Ecco perché amo l'incisore».

Valéry descrive così la sua visione dell’incisione. Le parole, come il segno inciso, si stagliano in nero su di un fondo bianco che per entrambi – prima dell’era digitale – era cartaceo. Un’affinità atipica, tra due mondi apparentemente diversi, eppure vicini in questa capacità di trasformare, di dare vita, tramite un’apparente riduzione di mezzi e codici espressivi, ad un universo creativo e immaginifico. Le frasi che scorrono a formare pagine, così come le texture che si muovono sulla superficie della stampa, creano un impatto visivo ed emozionale senza restituire la realtà così come appare di fronte a noi, ma trasformandola per astrazione, interpretandola in una visione, oppure negandola in simboli, iconografie o rifrazioni aniconiche.

 

Una dimensione dell’immagine incisa rappresa nei percorsi tracciati sulla matrice, in quei piccoli tratti, nella moltitudine dei segni che diventano più di un elemento grafico, acquisendo il ruolo di strumenti di rivelazione per l’artista. E quando parlo di queste immagini, immagini che vengono stampate, non parlo di stampe posterizzate o di riproduzioni di opere pittoriche, ma di un linguaggio flessibile e aperto, un’espressione “originale” con cui esplorare ed esprimere nuovi svolgimenti formali ed immaginativi. Un’incisione (sia essa calcografica, xilografica, o realizzata in altre tecniche) prende vita dai momenti, distinti ma complementari, dell’elaborazione della matrice, dell’inchiostrazione e della stampa.

Non esistono, infatti, stesure, ma trame di segni che, ottenuti nella materia (per intaglio, scavo, graffio o altro lavorìo sulla matrice), si inverano nell’inchiostro per posarsi, attraverso la pressione del torchio, sugli orditi della carta. Il tutto in un tempo graduale, una lentezza, intesa in senso poetico oltre che temporale, che non ha nulla a che vedere con la ritrosia all’accelerazione del tempo, con l’avversione alla modernità, ma è parte dell’acquisizione del codice incisorio, della sperimentazione, delle possibilità infinite racchiuse in ogni piccolo “avanzamento”, in questa “sequenza” che diventa conoscenza e, infine, nascita di una forma.

I diversi passaggi, l’uno dopo l’altro - le morsure in ambito calcografico, l’affilatura dello strumento, l’inchiostrazione così come la scelta della carta, del metodo di stampa e di molti altri step - fanno sì che l’immagine si formi gradualmente, prenda forma nel gesto, sotto lo sguardo dell’artista, e si inveri nel segno. Un segno inciso che, privo del corpo della pennellata e delle stratificazioni additive del colore, convoglia a sé la luce e l’ombra, la profondità e l’ampiezza dello spazio dell’immagine.

 

Nel corso dei secoli, attraverso l’uso di diversi strumenti, tramite differenti processi lavorativi, si è creato un patrimonio di esperienze e di conoscenze unico in cui l’incisione si è riscattata dall’essere “arte minore”, ancella (in particolar modo) della pittura, per divenire espressione creativa tout court. Una diversità di risultati che ha dato vita ad un alfabeto formale molteplice in cui riusciamo a captare le metamorfosi, le iconografie, le concordanze, ma anche le divergenze, le sfasature, così come le sincronie, in un susseguirsi di immagini nel corso di epoche e stili. Certo non si tratta di un linguaggio à la page, di grido o di culto, ma per restituire l’incisione ai nostri occhi di fruitori moderni dobbiamo vederla come un’arte impegnata in un lavoro silenzioso e tenace, portata a confrontarsi col tempo.   

 

Guardando rapidamente l’evoluzione del linguaggio incisorio, le declinazioni tecniche come la calcografia, la xilografia fino alla litografia e ancora la serigrafia e le sperimentazioni più recenti, rincorrono secoli di artisti. I nomi? Impossibile una sintesi. Solo per l’ambito calcografico un accenno: dai primi anonimi nielli, a Mantegna, Parmigianino, Raimondi, Callot, Della Bella, Rembrandt, Piranesi e ancora Pinelli, fino ai più vicini Fattori, Bartolini e oltre nel tempo Giorgio Morandi (ma è ancora mezzo secolo fa) e Guido Strazza. E per zoommare più vicino geograficamente e cronologicamente, Strazza è attivo proprio a Roma dove prende avvio, dagli anni Sessanta e Settanta, una diffusione dell’incisione di respiro internazionale (con le sperimentazioni del metodo Hayter portate avanti, in particolare, da Luca Maria Patella e poi da Pasquale Ninì Santoro) ed in cui il linguaggio inciso viene rinnovato dal di dentro, diventando espressione privilegiata delle ricerche sul segno (tra gli artisti, oltre a Strazza, Giulia Napoleone, Lorenzo Bruno, Peter Willburger e molti altri). Il tutto con la centralità a Roma della Calcografia Nazionale (attualmente parte dell’Istituto Nazionale per la Grafica) che, in quegli anni, apre le proprie sale agli artisti e ad allestimenti di corsi di incisione rivolti anche ad un pubblico di non addetti.

Una breve carrellata più che incompleta e parzialissima di nomi che, come un carosello, accosta artisti distanti tra loro. Ma, come in un elenco di partecipanti ad una mostra collettiva, la selezione è utile per dare una piccolissima idea (anche ai neofiti) della presenza dell’incisione nel corso dei secoli, della sua continua trasformazione ad opera di artisti e incisori.

«Nella grafica albergano i fantasmi e le fiabe dell’immaginazione»

scrive Paul Klee nella sua Confessione creatrice. Fantasmi e fiabe in cui l’assolutezza dei contrasti trova una propria forza espressiva. In una storia tutta (o quasi tutta) in bianco e nero.

 

 

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