DICOTOMIE TRA ARCHEOLOGIA CLASSICA E INDUSTRIALE

Siamo nel Museo della Ex Centrale Termoelettrica Montemartini dove, per necessità di spazio, alcuni reperti archeologici hanno trovato posto sposandosi bene a quella che è una scenografia totalmente industriale.

 

Cosa ci fanno delle statue classiche accanto a dei macchinari industriali?

 

 

Con quel bianco puro, quasi a sporcarsi di carbone vicino ad una caldaia grigia e fredda. Ferro e marmo si accostano l’un l’altro, contrapponendosi ma anche evidenziandosi; questa è la percezione che si ha quando si entra in questo posto un po’ insolito.

 

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Siamo nel Museo della Ex Centrale Termoelettrica Montemartini dove, per necessità di spazio, alcuni reperti archeologici hanno trovato posto sposandosi bene a quella che è una scenografia totalmente industriale.

La Centrale si trova nel quartiere Ostiense di Roma a sud della città, a ridosso delle Mura Aureliane e del fiume Tevere, la più antica area di industrializzazione della capitale che comprende oltre alla Centrale stessa, il Mattatoio, il Gazometro, strutture portuali, l’ex Mira Lanza e gli ex Mercati Generali.

 

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Inaugurata nel 1912, la Centrale fu il primo impianto elettrico pubblico per la produzione di energia elettrica della “Azienda elettrica municipale” oggi Acea; intitolata a Giovanni Montemartini, teorico delle municipalizzazioni delle aziende di servizi di interesse pubblico e assessore al tecnologico. Nel periodo fascista la stessa venne potenziata ulteriormente per sostenere il consumo energetico per la Grande Esposizione Universale del 1942 che però, a causa della Seconda Guerra Mondiale non si svolse mai anzi, anche la Centrale subì i bombardamenti bellici, ma fortunatamente poco evidenti.

 

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Nel 1963, a causa di un impianto ormai obsoleto e  poco conveniente per eventuali investimenti di rinnovo, la produzione di energia elettrica venne interrotta e rimase in stato di abbandono per circa 20 anni, finché l’Acea decise di recuperarne la struttura; l’intervento, nel 1989 seguì il progetto dell’ingegnere Paolo Nervi che interessò la Sala Macchine e la nuova Sala Caldaie, rispettando le forme originali e recuperando gran parte delle decorazioni e dei macchinari originali, tra questi la grande turbina a vapore del 1917.

Ma la vera rinascita della struttura è nel 1997 quando, a seguito di un intervento di ristrutturazione all’interno dei Musei Capitolini, un centinaio di sculture vennero trasferite temporaneamente negli spazi dell’Ex Centrale allestendone una mostra intitolata Le macchine e gli dèi, il cui titolo descrive alla perfezione una vera è propria dicotomia, materiale e temporale tra archeologia classica ed archeologia industriale. Questo nuovo linguaggio ha funzionato e l’esposizione è diventata permanente e arricchita sempre di più con recenti ritrovamenti archeologici dei primi del Novecento; nel periodo post Unità d’Italia quando nuovi tesori vennero alla luce dagli scavi che interessarono le zone centrali di Roma, con l’avvio di nuovi progetti urbanistici.

 

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L’allestimento dello spazio espositivo mette in evidenza la zona dei ritrovamenti dei reperti, sviluppandosi su tre tematiche: la Roma repubblicana, quella dei reperti di ambito funerario e gli arredi di lusso, trova spazio nella Sala delle Colonne; la Sala delle Macchine dagli arredi liberty, è dedicata al centro monumentale di Roma, area del Circo Flaminio, tempio di Apollo Sosiano, mentre nell’ultima Sala, detta delle Caldaie, trovano posto i ritrovamenti degli sfarzosissimi horti privati Romani e i giardini delle lussuose residenze imperiali.

Una novità, a partire dal 4 novembre sarà possibile vedere un nuovo spazio, la Sala del Treno di Pio IX, dato da complessi lavori di ristrutturazione che hanno reso possibile l’adeguamento della Sala delle Caldaie n. 2, ospitando così permanentemente le carrozze del treno papale.

 

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Qui sembra di trovarsi in un tempo zero, dove moderno e antico si fondono alla perfezione, pur contrastandosi, ogni parte fatta sia di marmo che di ferro trova la propria identità storica; si riesce a percepire qualsiasi tonalità e forma, sia delle macchine che dei reperti, forse perché decontestualizzate ogni singolo elemento riesce ad esaltarsi in modo completo ai nostri occhi. In un orario in cui il sole è ancora alto, il chiaroscuro è il protagonista assoluto di questo Museo; la luce colpisce  il ferro e i bulloni rendendo le macchine ancora più potenti, con un rimando sul bianco marmo caratterizzando la brillantezza e la purezza delle opere.

Mi piace immaginare che a luci spente e a porte chiuse, i macchinari riprendano a funzionare e che le statue degli dèi inizino una nuova danza  fino al sorgere di un nuovo giorno.

© Tutte le fotografie sono state realizzate da Cecilia Cicci.

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