Eros e Thanatos

La rappresentazione della morte come celebrazione della vita.

L’essenza stessa dell’umana esistenza si fonda sul precario equilibrio tra due istanze antitetiche, in ogni istante contrapposte e al contempo complementari: la pulsione vitale di autoconservazione e quella distruttiva, di morte, un continuo scontro tra le energie psichiche sintetizzate da Freud con i termini di Eros e Thanatos.

Come molte delle teorie dualiste, quella dicotomica tra Eros e Thanatos ha un potere di seduzione enorme, proprio perché ogni iniziativa umana è il risultato dell’azione congiunta, dello scontro tra queste due forze costruttive e distruttive. Riconducibili entrambe al principio di piacere, la concezione freudiana della dialettica pulsionale umana spiega perfettamente perché ogni essere vivente, malgrado il suo istinto di autoconservazione e di attaccamento alla vita, si senta di continuo attratto dalla morte, dal macabro, verso il quale prova spesso una meravigliosa repulsione.

Che la fotografia riconduca, in generale, al concetto di morte non è certo una novità, ma nessun altro mezzo espressivo più del linguaggio fotografico ha indagato l’assenza di vita così da vicino, restituendoci immagini di forte impatto emotivo, talmente perturbanti da arrecare sgomento, proprio perché in grado di toccare delle corde incredibilmente profonde che hanno a che fare con l’intoccabile universo dei tabù.

La violazione, la profanazione simbolica di questi imperativi etici, può scatenare infatti dei sentimenti ancestrali tali da provocare orrore, ripugnanza, disgusto o insulto, ma più di ogni altra, la violazione del tabù della morte è considerata un grande oltraggio alla dignità. Rispettare la morte è, nell’immaginario collettivo, prima di tutto rispettare la condizione umana. Da qui la conseguente censura nei confronti di quelle immagini che la rappresentano e spettacolarizzano, rendendone dolorosa l’evocazione.

Ma allora perché ci sentiamo così inspiegabilmente attratti e sedotti dalle immagini mortifere?

«Tutte le fotografie sono dei memento mori. Scattare una foto significa partecipare alla mortalità, vulnerabilità e mutevolezza di un’altra persona (o di un’altra cosa)». 

Susan Sontag

Diversi fotografi contemporanei hanno deciso di muovere le loro ricerche estetiche proprio in questa direzione, indagando la morte come ricerca sulla vita alla fine del suo corso. Hanno così dato vita ad immagini potenti, capaci di estetizzare ciò che normalmente viene reputato osceno, nella testarda convinzione di poter mostrare la meraviglia anche nel più triste e quotidiano degli orrori. Non è un caso che i luoghi di sepoltura siano sempre più frequentati dal cosiddetto necroturismo, attratto dall’atmosfera lugubre ma anche dal monumentale elogio che da sempre i viventi dedicano ai defunti e alla morte stessa. Tale è la fascinazione nei confronti delle necropoli che il cimitero acattolico di Roma, reputato uno dei più belli del mondo, è diventato il soggetto privilegiato del fotografo inglese Dan Kitwood che gli ha dedicato un suggestivo, e a tratti commovente, reportage. Tra le tombe di Gramsci e dei poeti inglesi, l’impressione è quella di un ossequioso rispetto verso Nostra Signora dell’Oscurità acccompagnato ad un’inspiegabile attrazione nei confronti di un mondo che con razionalità cerchiamo di respingere con tutte le nostre forze. Omaggiando i defunti in realtà celebriamo la vita, li (e ci) strappiamo dall’atroce oblio a cui ognuno di noi alla fine della sua esistenza è destinato, affrontando la morte in qualche modo l’accettiamo e, l’accogliamo.

Ma c’è chi attraverso l’arte fotografica si è spinto ancora oltre nell’indagine di queste pulsioni antitetiche che perennemente si incontrano e si scontrano, come Andres Serrano il cui sguardo soffermato con insistenza sui cadaveri d’obitorio può sembrare una violazione dell’intimità, un oltraggio alla dignità e dunque alla vita. Tuttavia il nostro occhio non può non cedere alla seduzione morbosa del macabro, in un misto di ammirazione e allo stesso tempo di malessere, quasi alla ricerca di qualche segreto dettaglio che dia significato alla morte stessa. I ritratti dalla composizione rigorosa e dalla luce caravaggesca arrecano un’emozione che sfugge alla comprensione, difficile da verbalizzare in quanto proiettano direttamente in un territorio senza filtri e senza scampo, sfidando altresì la comune idea di bellezza.

Identica è la reazione davanti alla serie Morgue Work dell’americano Jeffrey Silverthorne in cui l’artista crea raffinate immagini tese ad enfatizzare l’orrore dei dettagli. I cadaveri appaiono persone quasi dormienti, spesso sensuali, cosicché la repulsione di un primo momento cede immediatamente il passo alla seduzione, provocata dalla finezza dei colori e dalla perfezione formale.

Il suo intento è quello di scrutare le ansie, le ossessioni, di evocare desideri in una sorta di catarsi terapeutica che conduce gli uomini a confrontarsi con il proprio dolore per tentare di dominarlo. Secondo questa visione rapportarsi con la morte vorrebbe dire liberarsi dal terrore che questa incute. Ammirarne la mostruosa bellezza impone la riflessione sulle motivazioni dell’incontrollabile fascinazione nei confronti di immagini così ripugnanti… Le fotografie di Silverthorne sono pervase da una ricorrente ambivalenza tra la celebrazione dell’essere in vita e l’ossessione martellante del decadimento fisico, inducendo la riflessione sulla questione fondamentale della transitorietà della vita, la ragione dell’esistenza, l’origine dello spirito e del corpo in relazione alla sua finitezza.

Come non sorprendersi ad indugiare su una poetica immagine del visionario fotografo Joel-Peter Witkin? Nelle sue conturbanti composizioni ha spesso immortalato corpi ricuciti o seicentesche nature morte costituite da arti, pezzi di corpi o teste mozzate, ritratti esattamente come fossero modelli. Ed ecco allora che oltre che allegoria della caducità umana, la spettacolarizzazione del corpo morto diviene celebrazione della vita e una provocazione per lo spettatore di grande impatto visivo dove arti, feti e bambini deceduti interagiscono con modelli viventi in un barocco e infernale affresco, al fine di esprimere, secondo lo stesso autore, il mistero dell’esser vivi. Le opere fotografiche di Witkin sono terrificanti e meravigliose al tempo stesso: nell’ossessionata ricerca della bellezza unita al grottesco e all’osceno esse smantellano tabù e preconcetti, lasciandoci talvolta spiazzati e turbati, tuttavia sempre incredibilmente affascinati.

Alla repulsione sopraggiunge l’attrazione, una perenne, costante, incessante antitesi tra le pulsioni di vita e di morte in una perversa logica dualista che vede Eros e Thanatos tutt’altro che inconciliabili, bensì ineluttabilmente complementari.

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