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Francesco Campese: linee di fuga tra passato e futuro

Nelle sue opere l'architettura diventa la vera protagonista. Linee di fuga collegano passato e futuro, con un occhio spalancato sulla città contemporanea e l'altro rivolto verso i grandi Maestri della pittura italiana

I lavori di Francesco Campese si distinguono per l’originale sguardo pittorico che “fotografa” e reinventa il contesto urbano circostante: scorci di edifici, strutture che si alzano verso il cielo, viste dall’alto o dal basso, inquadrature da destra o da sinistra, e il volto della città che velocemente muta ma continua a dialogare con la sua storia.

L’architettura è la vera protagonista, sia nelle opere pittoriche e murali in cui l’artista scandisce la superficie con forme geometriche alternate, sia nelle tele in cui rende omaggio ai grandi Maestri del passato.

Francesco Campese, nato ad Avellino nel 1986, dall’età di diciannove anni vive a Roma. La sua formazione è avvenuta presso l’Accademia di Belle Arti, dove ha frequentato il corso di pittura di Giuseppe Modica. All’inizio, Campese ha concentrato la sua ricerca verso una rappresentazione figurativa e ha indagato la realtà circostante meditando sull’incidenza della luce in tutte le sue variabili.
Successivamente, procedendo oltre la dimensione reale, ha elaborato un interessante e personale linguaggio artistico, capace di “erigere” misteriose strutture architettoniche che in maniera ritmata modulano lo spazio delle tele. Le composizioni, denotate da una ricercata qualità pittorica, hanno un sapore contemporaneo, parlano della città di oggi, delle alte e solide costruzioni industriali che sorgono tra le vecchie mura della capitale.

Eppure, la cifra stilistica di Campese ha anche un sapore antico, memore dell’insegnamento dei Maestri del Trecento e del Quattrocento, delle leggi della prospettiva rinascimentale e delle atmosfere sospese della Metafisica e del Realismo magico.

Linee di fuga tracciate verso un punto di proiezione stabilito e una dimensione nostalgica che spesso ricorda il de Chirico dei Bagni misteriosi.

Il richiamo ai modelli del passato è esplicito nei titoli, nella struttura compositiva proposta e nelle suggestioni ricreate. In alcuni casi si tratta di un vero e proprio omaggio, come in Studio di San Girolamo, dove la rappresentazione architettonica è un chiaro tributo all’omonima opera di Antonello da Messina; manca la figura del santo seduto nel suo studio e gli oggetti che lo caratterizzavano, ma la riproposizione geometrica dello spazio, gli archi, le colonne e le finestre in alto possono rivelare, a un attento osservatore, un antico modello di riferimento ancora attuale.
Francesco Campese, Studio di San Girolamo, olio su tela, 2016[/captioUgualmente, in Dopo l’Annunciazione, Campese spoglia l’ambiente dei suoi protagonisti e propone il  noto episodio sacro realizzato da Beato Angelico sotto una struttura con volte a crociera. Non c’è l’Arcangelo Gabriele né la figura della Vergine, tuttavia la monastica struttura sembra “bastare” a se sessa per inscenare un episodio biblico ormai consolidato dalla rappresentazione di molti grandi artisti del passato. Campese ritrae l'attimo dopo l'annuncio, il momento in cui tutto è già stato svelato. Resta una vuota scenografia architettonica, luogo in cui l'apice dell'evento è già accaduto e dove si prefigurano avvenimenti futuri.
L’architettura diventa l’unica interprete possibile e attraverso essa Campese colpisce il pubblico nell’immediato processo di riconoscimento di una scena senza “attori”; è il linguaggio, il canone stabilito che utilizza a “parlare” e a rappresentare la storia senza il bisogno di ricorrere alla figurazione.

Interessanti anche le opere in cui Campese impiega strutture architettoniche per scandire lo spazio della tela. In alcuni lavori utilizza la visione dall’alto, che potremmo collegare all’Aeropittura e in generale all’interesse per la modernizzazione della città mostrato dai pittori futuristi.

In particolare, alcune opere del 2013 sembrano ricordare il giovane Boccioni intento a registrare, all’inizio del Novecento, l’industrializzazione della periferia milanese.

In altri lavori, sia in quelli pittorici che in quelli scultorei, lo stile di Campese si fa più asciutto ma dinamico nel ritmo; primeggiano sempre le architetture, ormai ridotte a forme a geometriche, che servono a dare una precisa modulazione dello spazio, secondo un andamento ripetuto ma mutabile in base ai punti di vista.
Dal 2010, Campese lavora presso il laboratorio artistico StudioSotterraneo, insieme a Carlos Atoche, Luis Albeto Alvarez, Luis Cutrone, Mattia Arduini e Antonio Russo, con i quali porta avanti un discorso più sociale dell’arte, mediante la realizzazione di opere di street art e la riqualificazione urbana di molti quartieri romani. Tra le opere di strada spicca quella realizzata all’interno del MAAM - Museo dell’Altro e dell’Altrove, dove l’artista si rivela ancora una volta capace di ideare un personale codice linguistico attraverso la formulazione di misteriose strutture architettoniche che abbandonano la realtà e scompongono le loro forme.
All’interno degli spazi di StudioSotterraneo abbiamo incontrato Francesco Campese, che ha risposto alle nostre domande.
Nelle tue opere rappresenti strutture architettoniche e in qualche modo racconti la tua personale visione della città. Le strutture che vediamo nei tuoi lavori sono reali, oppure “innalzi” edifici unendo la realtà alla fantasia? Puoi spiegarci brevemente da dove trovano origine le tue creazioni?

Nel mio percorso artistico alcune rappresentazioni traggono spunto dalla realtà visibile, altre sono costruite con il solo uso della prospettiva, o altre ancora sono una rivisitazione di alcune opere del passato come la celeberrima Ultima cena di Leonardo o L'Annunciazione di Beato Angelico. In queste opere partendo dallo scenario architettonico vado a sottrarre gli elementi per me superflui compresa la figura umana. Il soggetto diventa l’architettura stessa, la luce e l’ombra evocano lo spazio e l’inarrestabile scorrere del tempo, uno spazio in cui l’assenza evoca la presenza. Penso sia la pittura a indagare e cercare di scoprire un'origine, come un archeologo che riporta alla luce i resti di una civiltà passata. Picasso ha impiegato tempo per imparare a dipingere come un bambino arrivando a scoprire l’origine della sua ricerca.

Nei titoli e nelle composizioni sono rintracciabili chiari riferimenti ai Maestri del Trecento e del Quattrocento, ma anche l’insegnamento della poetica metafisica dechirichiana e le atmosfere del Realismo magico. Quali sono i pittori che maggiormente hanno segnato la tua formazione e che continui ad omaggiare?

Guardo con molto interesse maestri del passato come Giotto e le sue architetture "surrealiste", le atmosfere di Piero della Francesca,  la minuziosa e raffinata pittura di Antonello da Messina; mi affascina la metafisica di  de Chirico, la plasticità e sensibilità delle nature morte di Giorgio Morandi, i scenari soleggiati di Edward Hopper…  penso che tutti gli artisti, anche quelli in apparenza lontani dalla mia ricerca, possano dare un contributo al mio lavoro.  

L’interesse per la prospettiva, le linee di fuga e le inquadrature da diversi punti di vista sono elementi ricorrenti nelle tue opere. La tua ricerca pittorica dove sta mirando? Qual è la direzione di queste linee di fuga?

Nel mio recente lavoro l’interesse non si ferma solo alla costruzione e rappresentazione, quello che cerco è una superficie sensibile, dove il soggetto echeggia alonato da bagliori determinando l’atmosfera. Non c’è una vera e propria direzione, è come cercare qualcosa, inseguire l’essenza della pittura quadro dopo quadro; anche se si percepisce la costante, la stessa è determinata da infinite probabilità  pittoriche che rendono l’opera unica e non riproducibile.

Parliamo della tua collaborazione con StudioSotterraneo e della tua proposta artistica in strada. Cosa cambia in Francesco quando è in studio davanti a una tela e quando è in strada davanti a lunga superficie murale?

Lo StudioSotterraneo è il luogo in cui porto avanti la mia ricerca artistica, uno spazio condiviso da altri artisti uniti dalla stessa passione.
Premetto che pur avendo realizzato qualche opera in strada non mi considero un “addetto ai lavori”, mi sento più vicino a una pittura da “cavalletto”, immerso nell’alchimia dei materiali alla ricerca di una qualità pittorica costruita da stratificazioni sottili di velature, con l’intento di catturare la vibrazione tra luce e oscurità, di dipingere  il pulviscolo che c’è nell’aria che avvolge la rappresentazione.

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