Giovanni Albanese [ph] Dino Ignani

Giovanni l’artista & Albanese il regista

L’arte e il cinema, due interessi diversi ma non inconciliabili nella vita e nella produzione artistica di Giovanni Albanese

Quando si entra nello studio di un artista, per poche ore ci si addentra anche nella sua vita, quasi in un suggestivo viaggio tra opere, passioni e ricordi. «Io sono una dicotomia vivente», queste sono le prime parole che mi riferisce Giovanni Albanese, artista e regista di origine barese, attivo nella scena romana sin dagli anni Ottanta.
Nelle sue opere l’ironia, il paradosso e la denuncia graffiante sono sempre presenti, ma con una personale sensibilità, a volte leggera e volutamente fanciullesca. Famoso per le sue installazioni e sculture “fiammeggianti”, nel 2002 gli viene conferito il prestigioso Premio Pino Pascali per l’Arte Contemporanea. Anche nel cinema non sono mancati importanti riconoscimenti, tra cui nel 2003 la vittoria al Giffoni Film Festival con il lungometraggio A.A.A. Achille.

In Italia, rispetto a quanto è avvenuto in passato, il mondo dell’arte e il mondo del cinema procedono parallelamente su binari diversi, spesso non si incontrano mai. Possiamo dire che sei un caso raro. Come fai conciliare – se ci riesci – queste due distinte sfere di interesse?

In Italia è vero che il mondo dell’arte e quello del cinema spesso non coincidono. A me questo sembra assurdo, anzi lo ritengo una follia pura. Io sono una dicotomia vivente. Io sono un artista che ogni tanto fa un film, per cui vivere una vita dicotomica è proprio la mia realtà. Io vivo al cento per cento di arte quando faccio arte e vivo al cento per cento di cinema quando faccio cinema, però mi dedico di più all’arte che al cinema; di film in media ne faccio uno ogni sei anni quando trovo un’idea che veramente mi interessa e quindi mi muovo per concretizzarla. Invece l’arte, come dicevo, la faccio tutti i giorni, è la base della mia vita e non solo. Credo che l’arte visiva possa dare a chi fa cinema un rigore enorme e che il cinema possa, d’altro canto, dare all’artista visivo un senso di completezza e di responsabilità. Il regista è come un pater familias che deve gestire la troupe. Essere un regista mi ha fatto capire che non puoi vivere da solo. Se gli artisti frequentassero di più l’ambiente del cinema acquisirebbero sicuramente un maggior senso di umanità. Negli anni Sessanta c’era Pino Pascali che faceva le scenografie per le trasmissioni della Rai firmandosi Cesarini da Senigallia. Quando mi hanno conferito il Premio Pascali, che è un Oscar per l’arte, Sargentini mi ha detto: «Pino sarebbe veramente contento per il lavoro che fai, per le dicotomie presenti nei tuoi lavori come nelle sue, perché sei di Bari come lui, insomma per tutta una serie di coincidenze».

Partiamo dalla tua formazione, innanzitutto la laurea in Architettura, tanto che oggi sei titolare della cattedra di Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Roma. Quanto questa formazione ha poi influenzato la tua successiva produzione artistica?

La mia laurea in Architettura al Politecnico di Torino paradossalmente mi è servita per la cosa opposta, ovvero per capire che non volevo fare l’architetto ma soltanto l’artista. Influenzato quindi no, ma mi ha aiutato a scegliere. Ho fatto l’architetto per un brevissimo periodo a Roma, arrivavano i primi progetti, avevo uno studio, la sicurezza economica... In totale incoscienza, ancora mi ricordo, una sera del 1982 sono andato a San Lorenzo, dove poi sono rimasto per altri venticinque anni, continuando a fare l’artista. C’eravamo io, Abate, Dessì, Pizzi Cannella, Ceccobelli, Nunzio e gli altri artisti attivi nel quartiere. Il mio lavoro, rispetto alle pitture ambientali di Ceccobelli e Pizzi Cannella o alle sculture di Nunzio, era più isolato. Io facevo meno gruppo perché lavoravo con le calcolatrici, i fulmini, le sabbie mobili, sembravo un marziano

Nei tuoi lavori c’è sempre una particolare attenzione verso la tecnologia e i procedimenti meccanici e un forte interesse verso il connubio arte e scienza. Tornando indietro negli anni, pensando all’Optical art e alle ricerche condotte dall’Arte cinetica e programmata, ci sono degli artisti o dei gruppi di ricerca di questo filone che hanno in qualche modo influenzato le tue opere, il tuo percorso o a cui hai solamente guardato?

Mi piacevano tantissimo, soprattutto Colombo e Julio Le Parc. L’Optical art è un momento pazzesco! Tuttavia la mia formazione e interesse per il rapporto arte e scienza lo devo alla mia famiglia. Mia madre si era laureata in Matematica e Fisica con il famoso Renato Caccioppoli (quello del film La morte di un matematico). Mia madre, nata nel 1922 in un paesino della Puglia, era diventata a Napoli una delle assistenti di Caccioppoli e mi raccontava che un giorno il podestà di Napoli, che era fascista, fece un editto insolito: per una settimana era vietato portare cani al guinzaglio. Il professor Caccioppoli per tutta la settimana si presentò in aula con una gallina al guinzaglio in segno di protesta. Sono cresciuto così, nasce da qui il mio amore per la scienza, la fisica e la matematica, poi mia madre dipingeva.

Colonna, Sedia, Mezzocuore a sega, Ufo, Talismano, Tartarughe felici, sono solo alcune tra le opere in cui l’elemento della luce diventa fondamentale. Dalla metà degli anni Novanta, infatti, hai realizzato i primi oggetti “fiammeggianti” utilizzando rottami, motori elettrici, pezzi di vecchi elettrodomestici e lampadine a fiamme, che ricordano nella forma le candele votive.

L’idea della luce nasce dalla Puglia, dalla mia infanzia, dall’idea di illuminare, dallo stupore … essere pieno di stupore e poterlo trasmettere

E l’opera intitolata Gabbiadorata del 2012?

Gabbiadorata è un gioco di parole tra gabbia “dorata” e “adorata”. La struttura della gabbia l’ho ottenuta dall’unione delle chiavi originali delle celle dei carcerati di Rebibbia. Ogni chiave porta il numero della cella e del braccio.

In molte opere, come Strumento per parlare con Marilyn, Comunisti in vacanza, L’arte per l’articolo 9, Vota Antonio, I Talebani, è chiaro il riferimento a temi politici e sociali ed è evidente la vena ironica, sarcastica, in alcuni casi addirittura giocosa, con cui affronti certe tematiche. La ricerca di questo contrasto (temi socio-politico/toni leggeri o ironici) ha un fine preciso?

Achille Bonito Oliva mi ha giustamente definito «un portatore sano di cinismo attivo». Il cinismo serve per corazzarti, l’arte secondo me è totalmente nella realtà. Se la realtà presenta delle difficili situazioni socio-politiche è una follia che l’artista stia fuori da questo meccanismo. Per me l’etica e l’estetica procedono insieme e non possono esistere l’una senza l’altra, per cui le situazione politiche e sociali non vanno denunciate perché l’artista non denuncia direttamente nulla – almeno io – però l’artista può far vedere certe cose. Io uso l’ironia, il sarcasmo, il veleno o quello che ritengo sia il linguaggio più giusto in quel momento. La lingua dell’arte per me è l’enfasi. È un modo sottile di vedere le cose, se restituissi in maniera oggettiva e puramente politicizzata le cose allora non farei arte, ma il cronista.

Nel 2001 hai realizzato il film A.A.A. Achille, scritto con Vincenzo Cerami e con le musiche di Nicola Piovani. Il film affronta con delicatezza il tema della balbuzie. Colpisce perché si denota un’insolita sensibilità al tema senza cadere nel patetico. Perché hai deciso di realizzare questo film?

Io sono un balbuziente e mi fa piacere dirlo. Nel film faccio dire a Sergio Rubini «io non mi considero un ex balbuziente, ma un balbuziente a riposo». La balbuzie che per anni mi ha umiliato, massacrato ed avvilito poi l’ho “sconfitta” – non so se è l’espressione più esatta – ma ho vinto io. La maturità aiuta… lo si capisce con il tempo che è una forma superiore di sintesi: la balbuzie secondo me è altamente rivoluzionaria. Oggi ne sono certo più che mai perché fa due cose ben precise: costringe il balbuziente a fare uno slalom tra le parole e questo procedere ti apre la testa e non ti fa stare mai fermo o immobile su dei pseudo valori acquisiti; costringe chi ti sta di fronte a fermarsi e ad ascoltare. Il balbuziente attua questo doppio miracolo nel momento in cui balbetta: apre la sua testa e costringe il suo interlocutore ad ascoltare e partecipare al dialogo con tutto il corpo, con la pancia, con il cuore, con le emozioni. È una rarità se ci pensate.
La rivoluzione più grande compiuta da questo film credo sia stata quella di invertire l’immagine del balbuziente rappresentandolo in un’ottica positiva: ce la puoi fare se non ti lasci schiacciare da questo mostro. Dopo dodici anni hanno prodotto Il discorso del re.

Sei Achille, il bambino con difficoltà nel linguaggio, o il logopedista che costruisce strane macchine?

Il film in qualche modo è la mia storia. Achille sono io. Il logopedista sono io. Entrambi i personaggi mi rappresentano nelle fasi diverse della mia vita. Nel film ho inserito le mie opere spacciandole come “giochi da balbuzienti”, quelle che costruisce il logopedista-artista.

Senza arte né parte è l’altro tuo film molto discusso, in cui un pastificio ormai in crisi diventa un magazzino per una collezione d’arte contemporanea con opere di Pascali, Fontana, Manzoni, etc. Possiamo considerare questo film una critica al mondo dell’arte, alle gallerie, agli estimatori e ai finti intenditori d’arte, oppure una critica più sottile al linguaggio dell’arte contemporanea?

È nata da un’idea semplice, quella di contrapporre due mondi distanti: quello degli scaricatori di pasta, gli ultimi fra gli ultimi, e il mondo elitario dell’arte contemporanea. Non è una critica al mondo dell’arte in sé – ma ha sollevato questo problema perché faccio l’artista a tempo pieno – ma è riflessione critica, anche ironica, sul mercato dell’arte. I miei operai non dicono mai la frase stupida «questo lo so fare anche io», dicono invece «che ne capiamo noi d’arte, proviamo a rifare le opere e come va va» e gli va bene perché senza saperlo mettono in moto un meccanismo che è quello dell’arte: l’artista fa senza pensare troppo e poi le cose funzionano. Loro scoprono quanto costano le opere d’arte, per esempio i bachi da setola di Pascali in asta a un milione e duecento mila euro. Sono opere meravigliose ma fanno parte di un mercato impazzito. Se c’è una critica quella è solamente nei confronti del dissennato mercato dell’arte.
Dopo questo film molti esponenti dell’arte mi hanno tolto il saluto, ma in altri film o pubblicità sono comparse opere di arte contemporanea, è diventato un trend. Se posso prendermi un merito è quello di aver parlato per la prima volta di arte contemporanea non in un documentario ma in una commedia. In tutta colpa di Freud di Genovese, per fare un esempio, c’è una scena girata intorno a una mia opera, neanche lo sapeva il regista che era la mia, perché nel mondo del cinema mi vedono solo come un regista e in quello dell’arte come un artista. Per loro sono mondi inconciliabili.

E dentro Giovanni Albanese l’arte e il cinema, questi due mondi apparentemente contrastanti e a volte complementari, comunicano?

Sempre. Giovanni credo che faccia l’artista, Albanese fa il regista. Giovanni pesca nel mondo dell’arte, Albanese è un extracomunitario che per avere il permesso di soggiorno in questa realtà fa il regista, altrimenti non lo fila nessuno.

Giovanni Albanese è sicuramente uno degli artisti più interessanti ed eclettici del panorama italiano. L’ironia, la poesia e il senso dello stupore guidano le sue opere sia quando è un artista (Giovanni), sia quando è un regista (Albanese). Nella sua produzione le dicotomie sono presenti, ma non sono contraddizioni irrisolte né frammenti inconciliabili, piuttosto energie diversificate da cui trae costantemente linfa la sua creatività.

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Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

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