Achille Pace, Itinerario, 1960

Il filo della memoria storica attraverso le opere e le parole di Achille Pace

Nello studio dell'artista, insieme a Bruno Aller, ripercorriamo le tappe salienti del percorso artistico di Achille Pace, dall'Informale alla nascita del Gruppo Uno, fino all'istituzione del Premio Termoli. La coerenza del suo filo, la socialità dell'arte e l'impegno dell'artista sono diventati negli anni principi fondamentali di riferimento per le future generazioni


Achille Pace ha attraversato con il suo “filo” anni cruciali della storia dell'arte italiana a partire dall'ultimo dopoguerra, diventando protagonista della questione inerente alla crisi dell'Arte informale in Italia e alla necessità di superarla attraverso l'indicazione di itinerari alternativi. Nato nel 1923 a Termoli, nel 1935 si trasferisce a Roma e dal 1943 inizia a dipingere. Dopo le prime esperienze legate al segno, passa a composizioni informali caratterizzate da una violenta e concitata esplosione della materia. Già a partire dal 1959, l'artista sente la necessità di distaccarsi dall'Informale, quasi fosse una sorta di missione, e sceglie la poetica del filo come indirizzo di ricerca. Pur inserendosi nell'ambito della fenomenologia razionalista di Argan per la riduzione essenziale e astratta delle sue composizioni, l'artista non cade mai nella trappola delle schematiche forme geometriche, ma conserva una personale ed intima interpretazione dello spazio. Pace parte da un fondo neutro nel quale si librano le tracce del passaggio umano: sottili fili, graffi sul colore e arcani puntini. L'artista esprime così un'esigenza personale in cui la mente interviene nei procedimenti artistici e nel fare, con lo stesso grado di valore del segno sensibile, caricandolo di significati esistenziali ed etici. Il filo di cotone è sovraccaricato di contenuti, alcuni avvertibili - quali la ricerca di equilibrio e stabilità, la sospensione e la fragilità dell'esistenza, il rigore logico e continuo della ragione e la ricerca costante di comunicazione con l'altro - altri imperscrutabili, o meglio invisibili, sembrano rimanere nell'immaginario merleau-pontiano degli «oggetti di pensiero pensati a metà, dei semi-oggetti o fantasmi che non hanno nessuna consistenza, nessun luogo proprio, […] che sono solo un sottile strato di impensato fra il pensiero e ciò che esso pensa». Sia all'interno del Gruppo Uno sia nell'esperienza individuale, Pace si ricollega alla tradizione artistica europea (Klee, Mondrian, Kandinsky), riannodando così i fili della storia, per mettere in scena la rappresentazione di uno spazio che evoca il vuoto, che è sicuramente lirico-poetico, seppur consapevole della dimensione dolorosa dell'esistenza umana. L'esperienza artistica di Pace resta coerente negli anni, allacciata alla tematica del filo, attraverso la quale riesce ad esprimere giorno dopo giorno quel senso di sospensione, di meraviglia e sbalordimento di fronte alla vita.

Nella dichiarazione poetica del 1960, Pace scrive: «Il filo segue, momento per momento, la nostra esistenza e ne testimonia, con il suo itinerario, i pericoli, la gracilità, il rigore, la forza, il pensiero in tutte le sue manifestazioni».

Nello studio dell'artista abbiamo ripercorso, insieme all'amico Bruno Aller, il filo di questa memoria storica, artistica e culturale, ricordando i passaggi fondamentali dell'evoluzione del pensiero nelle fasi di passaggio dall'esperienza dell'Informale e al suo superamento, passando per la fondazione del Gruppo Uno e il noto Premio Termoli.

Aller: Achille è un vero piacere incontrarti, insieme alla cara Maria, dopo anni nel tuo studio, tra le tue splendide opere, che ci parlano di te, opere dai molteplici significati, un linguaggio del segno (filo) che in se già rimanda ai processi della memoria. Allora vorrei chiederti: che cos'è per te la memoria e quanto è importante per il tuo lavoro?

Pace: «La memoria è fondamentale. Ogni gesto è valido quando è inconscio, ma inconscio vuol dire aver depositato nella propria interiorità i valori. Il gesto è sempre espressivo, se però ha subito un travaglio molto intenso allora il gesto diventa più tipico, più caratterizzato. L'arte è un divenire, non è un assoluto e dunque è sempre speranza, qualcosa che si deve ancora fare. Questo divenire rende l'arte storica, quindi segue i tempi e le condizioni sociali, morali, etc. La ricerca è un'attività che non tutti sopportano, se però qualcuno ha trovato una propria formula è già sufficiente. Tuttavia ci sono nature che non si adagiano alle formule, sono in una continua ricerca e questo rende più vitale l'identità del segno, altrimenti il segno diventa programma, mentre deve diventare essenza della propria tensione interiore. Dunque il segno è espressivo, no estatico.

Quando si adopera la materia, come il filo nel mio caso, questa cosa si trasmette. Se avessi adoperato una materia pesante non avrei seguito la mia natura. Bisogna aver assimilato il processo creativo e a sua volta i valori temporali dell'arte presente in quel tempo perché l'arte riflette le condizioni difficili di quell'epoca. Questo è difficile, ma serve al segno, altrimenti il segno diventa inerte. Quindi deve contenere le identità di una parabola di ricerca. Si sente se il segno è inerte oppure significante, questo dipende anche da chi guarda».

Aller: Per te quindi la memoria è laddove vai a "pescare" contemporaneamente attraverso il ricordo delle esperienze?

Pace: «C'è una differenza difficile da definire tra il segno inconscio e il segno reale. Non è soltanto la mano, c'è uno spazio in mezzo non facilmente percepibile. Se fosse soltanto la mano sarebbe un segno calligrafico. Quando si sceglie una poetica è insita una teoria, che l'artista ha sicuramente formulato ed è la sua poetica. Però la poetica del segno non è solo limitata al segno in sé, ma si è ampliata, è diventata gesto, azione, politica, ideologia, quindi il segno racchiude una molteplicità di problemi lirici e poetici, ma anche creativi in quanto gesto di un artista ed indica molte possibilità espressive. Una certa democrazia dell'azione artistica potremmo dire, non aristocratica, insomma un gesto reale, comune. La libertà espressiva dell'artista è importante, però se non c'è dietro una poetica intesa come valore personale allora il segno non ha alcun significato. Il segno significante ha una concretezza fisica e morale, per non dire intellettuale e politica, quindi un atto esistenziale necessario in un momento di passaggio da una società all'altra.

La materia è determinante, ha una sua regola, ogni materia indica già un significato, però l'azione mentale e culturale è indicativa della realtà psico-fisica dell'autore. Ma attenzione, questa libertà totale dell'artista può portare anche a condizioni di smarrimento, solo con l'Accademia non ci si perde perché questa dà delle formule. L'Informale non è formula, è informe, cioè spinge l'essere a essere se stesso nella sua nudità o meglio identità psico-fisica. Il gesto non è un messaggio ideale, non è intellettuale, è più psico-fisico. C'è stata la pittura di gesto pura per avvalorare la condizione fisica della persona (fisica come coscienza dell'essere), mentre nelle culture idealistiche l'io è astratto. L'informale ha reso l'io più esistenziale; se io adopero una materia voglio dire una cosa».

Aller: La corrente informale verso la fine degli anni Cinquanta iniziò a declinare verso una sorta di “accademia” e la sua forza espressiva originaria a mutare in altro. Da qui nasceva l'esigenza di molti artisti e di alcuni critici allora “militanti” a non accettare la condizione di un'arte lacerata e depauperata dalla sua stessa essenza e il contenuto sostituito dalla sopraggiunta “moda informale”. E penso che anche per questo sentore di stagnazione da neo-accademia che Argan chiamò a simposio storici dell’arte, artisti e critici a Verrucchio, (compreso te insieme al Gruppo Uno) per quel famoso convegno evento, Oltre l'Informale nel 1963, dove appunto si aprì una prima riflessione allargata sullo stato dell’arte. Achille cosa è maturato e cosa si è perso a tuo avviso da quella stagione, dove l’impegno non era soltanto di superficie?

Pace: «Dal punto di vista linguistico ed espressivo poco perché l'Informale non era un inizio, ma era un momento di crisi dei valori espressivi e si lavorava sull'inconscio automatico. Non era un progetto, era una poetica. Tutte le poetiche hanno un loro sviluppo, poi si evolvono e trovano altre vie: la libertà dell'uno aiuta la libertà dell'altro. La poetica del gesto è libertà espressiva, ma come poetica non poteva durare, neppure la poetica del segno, è un viatico per aprirsi alla fenomenologia esistenziale espressiva, cioè seguire i tempi esistenziali con un gesto apparentemente inconscio.

La scelta di un dato segno indica il messaggio, la coerenza, un certo modo di pensare, un ordine psichico, fisico e sociale ben preciso. È libero, ma c'è un rigore, altrimenti non puoi adoperare una materia se non metti un minimo di rigore. L'informale rappresentava il momento della caduta della materia, un momento di crisi, di impersonalità, di anonimia. Però ha avuto un merito, si ritrovava l'essere, quello non più di tipo idealistico (l'esclusività di classe), ma democratico. L'arte dell'Informale, quella del segno, è un'arte democratica, anche se è difficile da far comprendere perché siamo abituati a vedere l'arte dei grandi. C'è stata una prima crisi nel Seicento e Settecento, poi nell'Ottocento si è cominciato a costruire qualcosa fino ad arrivare all'identità del non-io. Non vorrei essere astratto nel parlare: il non-io è l'inconscio, è la parte non voluta dalla mente che ha raggiunto un limite oramai non più autentico per la nostra realtà. Sono più autentici alcuni gesti automatici, sicuramente più spontanei, perché le teorie dell'arte portavano dietro il retaggio di certe concezioni idealistiche e assolutiste, metafisiche per parlare di de Chirico (condizione sociale autoritaria). La Metafisica era "altro da sé", cioè l'ideale astratto. Questo è stato superato con la partecipazione fisica dell'artista nell'opera. De Chirico è stato l'ultimo metafisico, non ha resistito la corrente metafisica perché non aderiva più alla cultura del nostro tempo, era fuori dei tempi; d'altra parte ha avuto molto successo soprattutto nelle classi sociali elitarie. L'Informale ha quindi il merito di aver riportato l'essere al centro dell'interesse artistico, ma divenne anche negazione della forma. Bisognava superare l'Informale e le sue contraddizioni ragionando sulla ricostruzione della forma attraverso l'essenza del segno, nel mio caso il filo».

Aller: La memoria come ricordo... nel 1962 con l'appoggio di Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli nasce il Gruppo Uno, che rappresenta per la capitale l'unico corrispettivo di spicco delle ricerche dell'Arte cinetica e programmata diffusa nel nord Italia. Eravate uniti dal comune intento di opporvi alla diffusione dell'alienante cultura di massa, recuperando alcuni aspetti fondamentali delle avanguardie storiche, soprattutto il fine didattico e sociale maturato dalla Bauhaus. Vuoi raccontare come è nata questa esperienza collettiva e come vi relazionavate con gli altri gruppi che prendevano vita in Europa?

Pace: «In quegli anni c'era una corrente culturale che aspirava alle forze unitarie, nascevano i primi gruppi italiani, come il Gruppo N di Padova e il Gruppo T di Milano. L'idea di formare il Gruppo Uno è nata a Termoli nell'agosto del 1962 in occasione della Commissione per l'assegnazione dei “Premi acquisto” di cui facevo parte, composta da Argan, Palma Bucarelli, Nello Ponente, Franco Sossi e Filiberto Menna. Conversavo con il professore Argan sulla condizione artistica e culturale del momento in un periodo di transizione della ricerca informale. Parlavamo proprio della socialità dell'arte. I gruppi del Nord non erano interessati all'andare oltre l'Informale, non consideravano la portata esistenziale e storica del linguaggio che con l'Informale era stato distrutto.

Questa fotografia è stata scattata quel giorno durante il quale Argan mi chiese se me la sentivo di formare un gruppo. L'ho promosso un po' io, conoscevo alcuni amici artisti che frequentavano Termoli e che subito hanno aderito a questo movimento. Eravamo sei artisti: io, Ninì Santoro, Nato Frascà, Nicola Carrino, Giuseppe Uncini e Gastone Biggi. Anche il nome l'ho scelto io. Poi Argan ci ha tenuto a battesimo insieme alla Bucarelli. Io organizzavo le mostre del Gruppo Uno a Termoli per far conoscere questi artisti coerenti uno con l'altro; pensavano tutti all'evoluzione dell'arte come linguaggio, come esempio e modello culturale. La guerra aveva distrutto le case ma anche i linguaggi. Bisogna ricostruire lo spazio partendo dagli elementi primari indicati da Klee e Kandinsky come genesi del processo formale e distrutti dall'Informale».

Aller: Il gruppo era eterogeneo, c'era chi veniva dal cinema, chi dal teatro, chi l’interesse per la musica, etc. con te si sono allineati in questo percorso di ricerca collettiva.

Pace: «Come diceva anche Argan, da soli non serve a niente. Ad esempio Burri ha avuto l'inventiva della materia, dei sacchi, era un artista di talento, però quando penso a Burri penso ai sacchi; se penso a Fontana penso ai tagli e ai buchi, non è un movimento, ma una poetica singola. Il Gruppo Uno aveva anche una linea politica e sociale, eravamo tutti, come si direbbe oggi, “di sinistra”».

Aller: Lo dicevamo anche anni fa che Fontana ha dato una spinta maggiore in tal senso, verso un processo sociale dell'arte e del pensiero.

Pace: «Fontana era più sociale di Burri. Entrambi hanno apprezzato le ricerche del Gruppo Uno, però la loro era una poetica individuale. La nostra poetica voleva essere collettiva, voleva estendersi. Se Burri si allontanava dai sacchi, da quella materia, si perdeva, Fontana anche lui se finiva quel segno (taglio o buco) si perdeva o comunque non avrebbe ottenuto quell'incidenza storica che meritava. Questo ha indicato la necessità di un'identità con il mezzo, per cui il mezzo espressivo ha unito gli artisti. Non eravamo uguali ma simili, la similitudine di certe scelte tecniche ha unito i gruppi e ciò è stato positivo dal punto di vista sociale e culturale».

Aller: Certo perché questo atteggiamento rappresentava che qualcosa di nuovo si stava verificando, rappresentava una possibilità alternativa, era un modo diverso di fare arte e cultura in forma collettiva, era un pensiero politico strettamente marxista nella definizione migliore.

Pace: «Marx se n'è guardato bene dal dare indicazione all'arte, però il materialismo storico, quello di identificare il processo della società dei consumi in evoluzione innescava la poetica degli artisti, i quali scelsero una poetica determinata, comunque allargata perché la poetica non è mai fissa».

Aller: Arriviamo al Premio Termoli, che è stata una tua creatura. Iniziato nel 1955, è poi diventato a partire dal 1960 una vera e propria ricognizione della ricerca artistica in Italia. Di tutti gli artisti che hai conosciuto e a cui hai dato possibilità di esporre, come Vasco Bendini o Novelli, chi ricordi come artista fondamentale di quegli anni?

Pace: «Novelli, ad esempio, ha inteso il segno come una sua poetica. Nel Premio Termoli ho coinvolto degli artisti che all'epoca facevano scandalo. Termoli è un piccolo paese, non ha potuto abbracciare una cultura internazionale, non c'erano molti mezzi economici. Sul piano teorico io e altri però ci siamo impegnati a dare con la parola qualche cosa. Con le opere era più difficile per i costi delle assicurazioni, non avevamo le possibilità della Galleria nazionale d'arte moderna. Però ho fatto anche una bella mostra di Burri e altre cose buone pur non avendo molti soldi a disposizione. Oggi hanno una buona raccolta di opere. C'erano Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, che erano il fior fiore di quelle avanguardie. Termoli era il mio paese nativo e mi ha aiutato a organizzare gli eventi proprio Argan, con cui avevo un rapporto di amicizia e fiducia. Poi in giuria ci sono stati tanti esperti importanti, Argan stesso, Palma Bucarelli, Nello Ponente, Tommasoni, Giuseppe Gat, Zevi, Umbro Apollonio, Guido Baldo, Franco Sossi, Filiberto Menna, ecc. Termoli è diventata quasi città d'arte».

Aller: Tra gli artisti che hai ospitato c'erano anche il gruppo di Arte concreta del MAC, vado così a memoria, e mi ricordo Zevi e il convegno sull'arte e l'architettura. Quando si parlava di Termoli si parlava in parallelo con la Biennale di Venezia e a volte la precedeva. Ricordo Capogrossi, Michelangelo Conte, Cannilla, Nedda Guidi, Bice Lazzari, Nangeroni, poi Forma Uno, Accardi, Dorazio, Perilli ecc. e quest'ultimo fece sempre grazie a te un importante personale Perilli architetto. Poi ancora Maria Lai, Edgardo Mannucci e una magnifica mostra di Masson con testi di Roland Barthes e Benincasa. C'è stata la rassegna sul disegno del Novecento, poi Turcato, ecc. Il premio consisteva anche in una ricompensa economica, prevedeva l’ospitalità degli artisti invitati e insomma un riconoscimento e un fare non scontato e comunque importante al di la dell’entità economica sul piano della civiltà; ad esempio Boille mi raccontava di aver preso 500 mila lire nel 1973 come premio-acquisto. È una di quelle cose che sanno di “miracolo” e solo uno come te Achille poteva mettere in funzione una macchina così complessa, perché se è vero che sei “oltre” il mercato, è pur vero che sei dentro i processi della cultura e profondo studioso d’arte, spaziando nel panorama artistico da Paolini a Beuys, da Klee a Licini, comunque sempre con un'attenzione al linguaggio e all'autenticità dell’opera. Poi il premio era democraticamente presieduto sempre da un comitato scientifico, che si riuniva per decidere gli artisti da presentare. Tra gli altri Argan e Bucarelli venivano gratis anche perché eri tu il catalizzatore, l’unico referente garante, attendibile.

Pace: «Abbiamo fatto quello che potevamo fare, Termoli ha toccato i punti nevralgici del nostro pensiero storico. Siamo riusciti a portare la cultura più importante dell'epoca a Termoli. Argan è venuto gratis, anche la Bucarelli partecipava sempre alle commissioni e agli inviti. Termoli mirava ad esprimere i significati salienti del pensiero esistenziale del nostro tempo. Se c'è un pensiero esistenziale si deve all'arte, l'arte ha consumato tutte le scorie. Il Premio Termoli ad esempio è nato con il compito di ridefinire il linguaggio artistico. L'arte moderna non riusciva ad avere spazio, si diceva “noi dobbiamo iniziare da capo”. E come? “Il punto e il movimento”, ecco il Kandinsky, che è stato maestro in questo. “Il punto e il movimento” rimette in moto il punto e l'essere, come una scrittura, ci vuole la mano dell'artista (l'identità dell'essere).

Le teorie di Klee e Kandinsky sono l'abc della partecipazione dell'essere all'azione creativa. Allora fu una grande novità. L'esistenza dell'artista vuol dire essere contenuto dell'opera. L'errore nostro storico è quello di considerare l'uomo solo sul piano intellettuale, ma non basta, ci vuole la partecipazione, l'azione. Pensa alla pittura d'azione, è il valore dell'autore che conta. La metafisica è sterile dal punto di vista sociale. L'arte moderna è realtà, è partecipazione fisica dell'autore all'opera».

Aller: Collegandomi a questa idea di partecipazione dell'artista all'opera, parliamo del filo che ti accompagna da anni nel tuo percorso, il filo della cultura, il filo della storia, che ne porta con sé la sua fragilità e forza.

Pace: «La cultura non è guida perché la guida dell'arte è l'essere, ma l'essere non viene da un altro mondo, vive qui. Klee e Kandinsky non facevano politica, erroneamente l'arte astratta venne ritenuta antidemocratica, invece era semplicemente lontana dalle gabbie dei partiti».

Aller: Quindi arte-politica, ma apartitica

Pace: «Certo era per distinguere la profondità dell'essere. L'arte di gesto era necessaria secondo me per dare anche la prova fisica dell'identità, che non è solo mentale o di scelta, è anche comportamentale».

Aller: Tu usi il filo come poetica. Il Capitale di Marx inizia proprio con il filo di refe quale incipit dell’analisi del processo economico; ma c'entra qualcosa con i tuoi lavori?

Pace: «È simbolico. Il filo indica coerenza, mantenere l'autenticità di quello che proponi. Ma non è solo coerenza, dipende come lo adoperi. Io ho adoperato il filo in modo esistenziale come programma non politico o ideologico ma esistenziale, l'arte di fronte alle tante teorie che il mondo moderno ha fatto convergere tra loro ha scelto il comportamento, cioè il tuo segno ti appartiene secondo me è stato un atto coraggioso e democratico, il segno deve essere identificato con l'essere, è personale come la firma. Naturalmente l'artista ne paga le proprie conseguenze, perché è un impegno. Il mondo moderno ha provato in diverse forme le dittature, le delusioni, le sofferenze …L'essere è come la calligrafia, non inganna; quando analizzi la calligrafia non ti interessa se fa parte di un sistema politico ma osservi l'espressione psicologica, fisica ed esistenziale di chi ha scritto. Il segno ha avuto questo compito: liberarsi dalle teorie dittatoriali che miravano al potere. Il pensiero esistenziale è democratico, non gli interessa il potere, ma essere, liberarsi delle sovrastrutture politiche e culturali istituite. La continuità della ricerca fa parte della sincerità e onestà dell'autore che deve essere sempre coerente. Se io assumo un impegno, lo devo sentire, Il segno costruisce, altrimenti è falso. Il segno che io adopero è identità del mio essere psico-formale e anche ideologico, è fuori dalle ideologie ma diventa ideologico ed esprime l'indipendenza politica dell'autore».

Interrompo per un attimo questo intenso dialogo per chiedere ad Aller quando ha conosciuto Achille Pace e soprattutto che cosa ha rappresentato nel suo percorso artistico la strada tracciata dal filo di Achille.

Aller: «Prima ci siamo conosciuti a via del Corallo, nel 1986, in occasione di una mostra; c'erano Lorenzetti, Corpora e Turcato e ci presentò Emilio Villa. Poi abbiamo iniziato a frequentarci dal 1994, dopo averlo rincontrato nello studio del reciproco amico lo stampatore Saverio Brancorsini; allora Achille stava realizzando delle incisioni a ceramolle, una più bella ed affascinante dell’altra, conoscevo anche gli altri componenti del Gruppo Uno, soprattutto Nato Frascà e Ninì Santoro e bene anche il lavoro di Giuseppe Uncini. E devo dire che Achille ci ha trasmesso tutto quello che anche oggi ci ha riferito: ha mantenuto con il filo la continuità della memoria e l'azione attiva delle cose, l'attività politica implicita in quello che fa, che è la sua identità e quello che attraverso il suo corpo-essere “totale” (nel tempo) si riconosce e dà una possibilità di chiarificazione, intesa come chiarezza etica, sociale.
Il filo non è ideologico, come giustamente dice, ma diventa tale nel fare, nell’essere, riconoscersi nel fare chiarezza del mondo che vorremmo. Fondamentale lezione soprattutto dopo l'invasione del mercato avvenuta a partire dagli anni Trenta e infinitivamente più cruenta e determinante oggi, dove l’iper mercato e la post-industria culturale domina e trasforma a se e per se le cose, ogni cosa. E cosa è successo? È rimasto il pensiero, l’opera in piena autonomia, un pensiero vitale sociale ed è ciò che ha fatto e fa Achille, sia con il “suo” premio Termoli che con la sua opera rappresentata dalla poetica del segno-filo, il suo processo ininterrotto sempre in divenire. In Achille non c'è nulla dell'artista narciso, non ha paura di perdersi nel confronto nel rapporto con gli altri artisti anzi, è lui che ci ha permesso (almeno a due generazioni di artisti) non ultimi noi “I Diagonali” quando nel 2002 ci ha supportato aprendoci le porte del “suo” premio Termoli … tutto questo ci ha permesso Achille ed altro ancora ci ha trasmesso, per tanto tempo e come vedi continua a farlo. Voglio ricordare che grazie ad Achille a Termoli hanno una magnifica ed importante raccolta di oltre 400 opere di altrettanti artisti di rilievo internazionale, un “capitale” da lui creato grazie alla sua opera di grande operatore culturale, donata alla collettività, una infinità di testi e cataloghi realizzati dalla miglior critica, con la prima di copertina di autori come Ninì Santoro, Giulio Turcato, Bruno Conte ecc. Tra le cose fatte ci sono anche i tre volumi della galleria civica d’arte contemporanea (Catalogo Generale) dove c’è tutta la documentazione e le opere della collezione curata da Carlo Fabrizio Carli, Daniela Fonti e Claudia Terenzi».

Pace: «La scelta di una poetica non è politica. La povertà fa paura. Noi siamo stati prima di tutto sofferenti di perdita di identità. Le guerre, ad esempio, scoppiano quando c'è la paura di perdere un'identità».

Aller: Visto che parli della guerra hai ancora i disegni del 1944 quando eri nella Resistenza? Apro questa parentesi perché credo sia un aspetto della tua vita di cui si parla poco.

Pace: «Sì, li ho raccolti. Io ho partecipato sempre alla classe sociale più sofferente, sofferente nel senso che viene messa ai margini, la povertà insomma. Ad esempio mi piaceva molto Burri perché usava una materia povera, i sacchi».

Aller: Burri dichiarò che i sacchi gli ricordavano la sua prigionia in America, però di fatto ha usato i sacchi come “colore” non specificatamente soltanto come materiale. Il materiale voglio dire non è rappresentativo come per te è il filo. Per Burri penso fosse una questione diversa simile in fondo all’uso del “tonalismo” per Giorgio Morandi.

Pace: «È così, in Morandi influisce il sentimento ancestrale e religioso, questa povertà del tono che per quell'epoca era significante ed evocativa. Inconsciamente era un senso di umiltà sociale. Anche Morandi ha avuto un riconoscimento dal mercato, ma non è stata colpa sua. L'arte sociale è un valore sociale non individuale; se è sociale ha un valore d'essere, se è uno sfogo personale narcisista non serve a nessuno. Burri non si identificava con il sacco, era geniale ed è riuscito a dare forza al sacco, ma non era democratico».

Vogliamo concludere con un ricordo di Boille, artista scomparso da pochi anni, con cui Pace ha partecipato a molte mostre e che ha premiato a Termoli nel 1973.

Pace: «Boille era un bravo artista, in lui c'era questa continuità del segno e i suoi lavori erano attinenti alla sua esistenzialità, vicino alle condizioni di smarrimento e perdita, ma anche di conquiste. I mezzi poveri non umiliano ma rafforzano e lui adoperava i mezzi semplici in collegamento con il suo essere».

La profondità di questo incontro è stata un'esperienza indimenticabile. Ringrazio Achille Pace e Bruno Aller per la possibilità che mi hanno dato di ripercorrere insieme a loro il filo della memoria storica di anni fondamentali per la realtà artistica, culturale e sociale italiana. Un particolare ringraziamento a Maria Bellante, moglie di Achille Pace, custode del suo archivio e autrice anch'essa di interessanti opere firmate con lo pseudonimo Marbel's.

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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