Il vizio di Henry de Toulouse Lautrec

Nessuno prima di Henry de Toulouse Lautrec ha saputo rendere gli svaghi licenziosi e trasgressivi della borghesia parigina con altrettanta innovazione, sensiblità ed ironia.

In Circoli Viziosi vive e narra Henry de Toulouse Lautrec restituendoli con sguardo acuto e media nuovi per l’epoca.

Fu forse la malattia genetica, che lo costrinse a lunghi periodi d’immobilità e gli bloccò la crescita, a segnare l’animo del giovane Henry ed indirizzarlo all’arte con occhio puntato sul lato «freak» della Parigi fin-de-siècle. Ma forse è solo uno strascico positivista o la mania di leggere tutto in chiave psicanalitica a farcelo pensare. In ogni caso nessuno prima di lui ha saputo rendere gli svaghi licenziosi e trasgressivi della borghesia parigina con altrettanta innovazione, sensiblità ed ironia. Nemmeno Manet, qualche decennio prima, con la sua Olympia, pure scandalosa per stile e contenuto, aveva avuto l’interesse ad andare oltre l’aspetto retinico. Lautrec si è servito delle tecniche proprie di ciò che non era ancora considerata arte «alta”, come la litografia, piegandole in maniera inedita all’esigenza di penetrare l’essenza del soggetto ritratto.

Sì perché il suo «vizio» erano i soggetti, che fossero attori, attrici, saltimbanchi, impresari, cortigiane o i loro clienti, il contesto era spesso solo un pretesto per caratterizzare chi ritraeva. E allora la spirale dell’alcolismo, delle case chiuse, unita alla predilezione per le riviste e i teatri d’avanguardia, divengono esperienza utile a testimoniare quei personaggi.

Con lui l’immagine cessa di essere un'«impression» di cronaca borghese per divenire un documento storico dei tanti «volti», spesso quelli più in ombra, della Belle Epoque. Si avvertono i precedenti delle stampe giapponesi, con la mancanza di profondità e l’attenzione ai vuoti e alle asimmetrie, ma anche delle opere impressioniste, specie di Degas, capaci di quella resa immediata, debitrice della fotografia, che restituisce la frenesia cittadina in un’istantanea colta al volo. Corre invece in parallelo la contemporanea Art Noveau che fa della linea sinuosa e biomorfa il confine del nuovo stile e Toulouse la adotta per i soggetti che più lo attraggono e con cui spesso condivide amicizia e sorte, non tanto per il gusto estetizzante ma per centrare con piglio sintetico e preciso il cuore della verità. Una verità che abita per lo più a Montmarte luogo prediletto da Henry, ma che si espande presto in tutta Parigi quando le grandi litografie commissionategli per pubblicizzare i nuovi cafè-chantant divengono anche via preferenziale per quella democratizzazione dell’arte che stava germogliando. In mostra sono 170 le opere, tutte realizzate con la tecnica litografica e provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest, che scandiscono per sezioni tematiche la breve stagione di Henry. Un circolo non vizioso questo, perché pur essendo un’esposizione «da lente d’ingrandimento» (si scoprirà il monogramma applicato sulle stampe, le tirature speciali e la cura maniacale di ogni fase) delinea con tratto preciso il Toulouse artigiano e intimo che dovevamo ancora incontrare.

 

 

TOULOUSE-LAUTREC, Museo dell’Ara Pacis. Roma, 4 dicembre 2015 - 8 maggio 2016

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Passaporto ormai logoro e laurea in storia dell’arte confermano il pallino per i differenti “volti” del mondo e gli artisti contemporanei, suo ambito anche professionale. Ipercritica con discrezione ama la tenacia e la passione capace di “rivoluzioni”.

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