La realtà svelata di Giacomo Costa

Le impalcature, le strutture, le sovrastrutture che sorreggono una natura spogliata della sua bellezza, circondata da caos o da un eccesso d’ordine comunque spersonalizzante, hanno evidentemente un valore reale ma anche metaforico. L’autore, tuttavia, non si limita alla semplice registrazione del fatto ma intuisce la proiezione del fatto, il destino al quale la città, e con lei la civiltà, sono forzosamente trascinate.

L’opera di Giacomo Costa risolve in immagini di grande interesse artistico la metafora penetrante e rivelatrice di un mondo solo apparentemente «irreale» e che invece mostra tutta la sua verità più nascosta e oscura.

Sotto il suo occhio, la Città, che diventa simbolo della nostra civilizzazione (non civiltà, dunque), ci rivela la sua vera realtà, spinta a negare vita e bellezza, prigioniera come è di intenzioni che in sostanza mirano solo alla speculazione e, di fatto, all’impoverimento umano e culturale: così, la natura è snaturata e ingabbiata, il terreno è sconvolto come da un evento tellurico, totale è la assenza di  esseri umani, come su un pianeta impazzito.

L’autore, tuttavia, non si limita alla semplice registrazione del fatto ma intuisce la proiezione del fatto, il destino al quale la città, e con lei la civiltà, sono forzosamente trascinate.

Tutto ciò è realizzato attraverso una visione onirica e surreale che fa di queste fotografie qualcosa che irresistibilmente ci richiama al «Ritratto di Dorian Gray» la cui orribile verità è rivelata soltanto dallo sguardo introspettivo e implacabile di Oscar Wilde.

Così è per me lo sguardo di Giacomo Costa.

 

Ho proposto dunque all’Autore alcune domande che ritengo importanti per penetrare e comprendere meglio il significato profondo e il valore del suo lavoro.

Conoscendo la tua biografia e la poliedricità dei tuoi interessi e talenti, credo sia interessante per chi intenda comprendere la tua opera sapere se la fotografia è il mezzo attraverso il quale ritieni di realizzare compiutamente te stesso. Il violino, la barca a vela, la montagna, l’arrampicata, il volontariato credo siano espressione di un carattere votato alla conoscenza. Il tuo è un lungo e complesso cammino attraverso il quale, dalla tradizione arrivi al digitalizzato e al surreale. Come è nata in te l’esigenza e il desiderio di compiere questo passaggio?

Tutte le attività alle quali mi dedico, alcune delle quali tu hai citato, rappresentano, oltre ad un piacere fondamentale, il lato vissuto della mia vita, quel bagaglio di esperienze senza le quali mi sarebbe impossibile comprendere il mondo e la società nella quale vivo e che mi danno lo spunto per ogni riflessione. La fotografia senza una storia da raccontare e senza una personale visione del mondo sarebbe solo un esercizio di stile e di tecnica. Avevo sei anni e sostenevo di essere un extraterrestre e per cercare di convincere i miei amici delle mie storie portai loro la prova provata delle mie fantascientifiche origini: una polaroid che mostrava la mia astronave. Il risultato fu incredibile e tutti restarono terrorizzati dal fatto che quindi le mie non erano fantasie ma racconti veri (anche perché è difficile pensare che a sei anni un bambino possa ricorrere al fotomontaggio usando la vecchia polaroid della nonna). Capii subito che la fotografia aveva la forza di persuadere molto più delle parole e che potevo quindi usarla per raccontare storie anche totalmente di fantasia. Questo è l’approccio che ho sempre avuto sia con la fotografia tradizionale sia con l’elaborazione digitale.

 

Alcuni ambienti, faccio l’esempio di Paris Photo, ti considerano un fotografo borderline visto che la tua attività artistica ha una fortissima componente legata alla postproduzione e alla digitalizzazione in 3D. Cosa è per te la fotografia?

La fotografia è un linguaggio visivo che si esprime attraverso un oggetto (la foto) e una qualità che fa apparire reale ciò che si vede. Non trovo che la veridicità sia la caratteristica distintiva della fotografia perché sebbene essa porti in se l’idea di rappresentare il vero, in realtà è sempre finzione…anche perché il mondo raramente è bidimensionale e magari pure in bianco e nero. Essa è dunque un’interpretazione di qualcosa che solo il fotografo vede. È un racconto della mente e non il mondo reale che ci scorre davanti agli occhi e che noi congeliamo in uno scatto. E se l’essenza è il racconto, questo può riguardare fatti reali o di pura fantasia esattamente come accade nel cinema dove poco importa sapere se quel che si vede esiste o è finzione. Questo approccio spesso viene mal digerito dai tradizionalisti che ritengono che la fotografia sia il segno di luce che un oggetto lascia sulla pellicola attraverso una lente, dimenticandosi di ciò che Man Ray faceva in camera oscura…

 

Mi ha molto colpito la parte onirica e simbolistica delle tue fotografie, quanta parte realtà esiste nelle tue immagini e come la proietti nella creatività?

Nelle prime serie partivo da immagini da me scattate che poi elaboravo al computer. A partire dal 2002 la tecnologia mi ha reso completamente indipendente dalla fotografia tradizionale dandomi gli strumenti per poter modellare i miei mondi integralmente in 3d usando i software che si usano nel cinema per gli effetti speciali. Potrei dunque dire che sebbene le mie immagini siano delle fotografie esse sono fatte senza alcuna parte di fotografia tradizionalmente intesa.

 

È chiaro che esiste in te un forte interesse sociologico. Che parte di te rappresenta e come trovi i soggetti che scegli? Qual è la tua visione del mondo e della società?

Ho iniziato a fotografare con continuità mentre ero impegnato a scalare montagne in Valle d’Aosta. Quando decisi di tornare a vivere a Firenze, il confronto tra la vita in un ambiente dominato dal silenzio, dalla solitudine, dal senso di infinto e la frenesia individualista metropolitana, mi gettarono in un periodo di confusione e sconforto dal quale uscii usando la fotografia come strumento per esteriorizzare il mio disagio. Mi venne istintivo identificare nella città il simbolo perfetto per rappresentare la distanza tra le mie precedenti esperienze e la mia attuale condizione. Da allora ho costruito il mio linguaggio utilizzando l’architettura come metafora dell’essere umano e dei suoi comportamenti. Come si può facilmente intuire dalle mie immagini, ritengo che l’uomo con la sua tendenza al miglioramento della condizione di vita, stia rendendo il nostro impatto ambientale non più sostenibile. La spinta al benessere, paradossalmente, finisce per peggiorare complessivamente la qualità della nostra vita al punto da poterne immaginare la fine stessa se non interverremo per tempo…tempo che sta scadendo.

 

Le impalcature, le strutture, le sovrastrutture che sorreggono una natura spogliata della sua bellezza, circondata da caos o da un eccesso d’ordine comunque spersonalizzante, hanno evidentemente un valore reale ma anche metaforico. Quale concetto vuoi esprimere attraverso questa metafora? Qual è il senso profondo del tuo lavoro?

La natura rappresenta l’essenza della vita, lo spazio dove tutto si svolge e dal quale l’uomo cerca di staccarsi quasi non ne facesse più parte. È abbastanza comune ritenere che le nostre conoscenze tecniche e la nostra operosità possa permetterci di controllare la natura e piegarla al nostro volere e alle nostre necessità. Viceversa la natura, nonostante subisca ferite profondissime, ha una forza che va molto oltre ciò che potremmo ritenere. Questa riflessione è al centro di molte mie serie come ad esempio nei Secret Gardens dove un mondo che ha visto la scomparsa dell’uomo, viene invaso da una natura selvaggia e maligna che, quasi con cattiveria, si riappropria degli spazi che l’uomo le aveva sottratto. Altre volte, come nella serie dei Plants la natura si manifesta con alberi fuori scala quasi fossero un elemento metafisico, una divinità solitaria e decontesutalizzata che l’uomo cerca di inquadrare imbrigliandola nella sua logica con effimere strutture. Come dicevo il mio lavoro si regge sul continuo rapporto tra l’uomo con le sue debolezze e le sue scelleratezze e la natura che non si cura minimamente di noi e che rappresenta quindi completamente un altro piano, materialismo e spiritualità.

 

Consideri il tuo lavoro come un avvertimento, un messaggio per ricordare a tutti noi di preservare la nostra natura?

Il mio lavoro rappresenta come potrà essere il mondo se continueremo a perseguire gli attuali modelli di sviluppo, incuranti di preservare la natura che poi vuol dire preservare anche noi stessi.

 

 

© Riproduzione riservata
Per approfondire

www.giacomocosta.com


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Sturm und Drang, tempesta e impeto. Fotografa e curatrice, interpreta l’arte fotografica come un mezzo privilegiato di indagine sulla bellezza e sulle gravi minacce che la insidiano. Scorre nelle sue arterie spirito di giustizia mentre nelle vene il mare in risalita verso il cuore. Amante degli animali, nutre per i gatti un autentico culto.