le fughe impossibili

Il pathos nei fotogrammi di Mario Giacomelli. Un dialogo aperto tra arte antica e arte contemporanea.


Tacitamente e meticolosamente, l'occhio contemporaneo fissa e scruta i fotogrammi di Mario Giacomelli. Stupore, sgomento e tremore, sono gli stati d'animo di fronte l'opera alta e complessa del fotografo di Senigallia. La sua ricerca, affonda le radici nei sentimenti e nelle condizioni più complesse e drammatiche dell'uomo contemporaneo. L'accostarsi lentamente, in punta di piedi, quasi non varcando totalmente quell'uscio che apre uno scenario melanconicamente drammatico, diviene per il fruitore l'unico strumento di difesa per non essere travolti dal pathos.


 


un mondo parallelo al nostro, che sappiamo nella sua tragicità esistere, ma che in fondo allontaniamo inconsciamente per proteggerci.

Si tratta della serie di fotografie che a partire dagli anni cinquanta dello scorso secolo, Giacomelli ha prodotto: Verrà la morte ed avrà i suoi occhi, titolazione questa che resta un omaggio ai versi di Cesare Pavese e alla cultura neorealista in genere.

Sorprendentemente drammatici e convulsi sono gli scenari che egli indaga. Sorprendentemente melanconici (ed uso nuovamente questo termine) sono i corpi che l'obiettivo restituisce alla contemporaneità: larve ingabbiate e martirizzate, visi rugosi, stanchi di vivere in un universo (il nostro) dove tempo non vi è più, per riflettere, per fermarsi o solamente per comprendere.


 


Sbalordisce come Giacomelli, per quasi trent'anni abbia ciclicamente fotografato gli anziani negli ospizi e abbia proposto al pubblico una visione così totalizzante dell'attesa.

L'attesa d'esserci ancora, l'attesa di voler vivere e di morire. Un aspettativa inquieta ma profondamente composta che ricorda come fosse un flash: La bambina malata di Edvard Munch. Ma mentre il pittore norvegese dipinse mnemonicamente, sulla base dell'esperienza vissuta il dramma della sorella al capezzale; Giacomelli invece indaga con occhio antropologico il tema della vecchiaia, della malattia e delle dipartite.


 


Il concetto antichissimo di pathos che si rintraccia in tutti i fotogrammi è ora attualizzato e nuovamente riplasmato. Ed è questo che meraviglia: la connessione tra l'arte antica, in particolare con la grande statuaria greca di età ellenistica e la complessità d'indagine dell'arte contemporanea.

Se un tempo, la Vecchia ubriaca capolavoro ellenico è stato nella storia dell’arte antica l’effige del trapasso e della trasfigurazione, attraverso la resa realistica delle vene e della rugosità della pelle; oggi nella contemporaneità, quel pathos profondo e sofferto si rintraccia nelle istantanee di Giacomelli. Questa drammaticità, al pari delle tormente Menadi danzanti di Skopas e poi ai gruppi scultorei di età ellenistica, dal Laocoonte alla Gigantomachia dell’altare di Pergamo, sintetizzano il dialogo complesso, aperto e possibile tra l’antichità e la contemporaneità.  

È questo il colloquio tra il passato ed il presente, tra un tempo lontano ed il nostro, tra un mondo distante ed uno, invece più a portata di mano fatto di fughe impossibili e di voli instabili.


 


Giacomelli, attraverso la propria opera, attualizza ciò che è negato; rende vivo ed attuale il tema remoto del pathos al pari Francis Bacon; magneticamente restituisce all’occhio contemporaneo ciò che si cela segretamente per sgomento e per disagio, rendendo l’uomo nuovamente consapevole del proprio dramma e della propria labile esistenza.

In fondo è questo il compito della fotografia: fissare e restituire la realtà, riproporre immagini dove il soggetto catturato non è più occultato, ma diviene, come ha scritto R. Barthes, un testimone di ciò che non è più.

 

Si ringrazia Simone Giacomelli per la disponibilità e le immagini.

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Storico dell'arte e docente, collabora presso l'Università di Roma Tor Vergata. Si occupa di tematiche antropologiche e di come queste si riverberano nella storia dell'arte. E' autore di numerosi saggi specialistici.

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