L'Inferno di Valentina Vannicola

La visionarietà altissima di Dante ci viene restituita, negli episodi scelti dall’autrice, con un realismo che consente una riflessione sulla nostra condizione di uomini e donne di questo nostro tempo.

Attraverso le sue fotografie, frutto di puntuale indagine, ottenute con la collaborazione degli abitanti della comunità della Tolfa, sua terra d’origine, Valentina Vannicola ci offre una interpretazione della Divina Commedia di Dante che sembra superare addirittura la bidimensionalità, tanta è la forza delle immagini, la loro verità e il dramma che descrivono.

S’avverte immediata la potenza della scenografia e della regia di cui l’autrice ha vissuto la creatività e che dà vita a queste immagini attraverso la peculiarità dell’arte fotografica. Il suo lavoro è riconducibile al genere della staged photography, la tendenza della fotografia contemporanea a presentare come reali scene costruite secondo le dinamiche proprie della cinematografia.

La visionarietà altissima di Dante ci viene restituita, negli episodi scelti dall’autrice, con un realismo che traduce la possente metafora, l’allegoria dantesca in un orizzonte pienamente umano in cui il simbolo rivela apertamente il suo significato.

Ognuna delle trasposizioni fotografiche, attraverso l’arte, ci consente una riflessione sulla nostra condizione di uomini e donne di questo nostro tempo.

I dannati, biancovestiti, come privi ormai di qualsiasi possibilità di pentimento e di riflessione su se stessi, che si avviano ad entrare in un tunnel oscuro e senza prospettiva, non ricordano forse l’uomo di oggi che si aggira in un universo di segnali sempre più incomprensibili, ostili e privi di speranza?

E le scarpe che si lasciano dietro non sono forse metafora di una concreta umanità perduta? Questo a me sembra il messaggio dell’autrice che tuttavia nelle foto dedicate alla favola, nei suoi altri lavori, recupera la fantasia e la freschezza, la gioia e l’ironia.

Nella fotografia di Valentina Vannicola i dannati acquistano una verità che attinge alla cronaca dei nostri tempi perché sembrano piuttosto dei condannati ai lavori forzati, degli animali urbani legati a una condizione esistenziale che ci riguarda.

Gli avari spingono su per la montagna i loro carichi di insostenibile peso. Dante intende per avarizia, non solo un vizio o un peccato economico, ma ancor più la totale assenza di generosità e di sentimenti umani, proprio come in questi nostri tempi ossessionati da una sorta di diffusissimo freddo autismo, vera piaga contemporanea.

Volano Paolo e Francesca, ancora avvinti all’albero della vita, travolti dalla passione che è la bufera infernale «che mai non resta», tenendosi per mano, per sempre uniti, dominati e trasfigurati dalla loro lussuria. Dante descrive questa scena con tanta dolorosa e struggente intensità da cadere svenuto «come corpo morto cade», anche perché pensa, in quanto si riconosce lussurioso, che forse quella pena, un giorno, potrebbe essere sua pur avendo certezza di scampare alle punizioni infernali come Virgilio gli ha promesso.

E cosa fanno quei dannati sulla riva di un mare da cui non possono attendere altro se non la definitiva condanna?

L’interpretazione di Valentina Vannicola ci offre innumerevoli spunti di riflessione oltre che la bellezza di immagini che ci lasciano come in un incanto sospeso, con i nostri dubbi, pensieri, suggestioni.

 

 

Valentina Vannicola

Valentina Vannicola è nata a Roma nel 1982. Dopo essersi laureata con una tesi in Filmologia a La Sapienza di Roma si è diplomata alla Scuola Romana di Fotografia. Le sue immagini fotografiche sono state fortemente influenzate dalla tradizione cinematografica, letteraria e teatrale. Il suo lavoro è stato esposto in molte ed importanti gallerie e Festival internazionali.

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Fotografa e curatrice, interpreta l’arte fotografica come un mezzo privilegiato di indagine sulla bellezza e sulle gravi minacce che la insidiano. Scorre nelle sue arterie spirito di giustizia mentre nelle vene il mare in risalita verso il cuore. Amante degli animali, nutre per i gatti un autentico culto.

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