Moira Ricci: lupi, cinghiali e uomini sasso viaggio tra storia e finzione

Moira Ricci adopera a suo favore le nuove tecniche di manipolazione digitale per creare connessioni e disconnessioni con la realtà e l’immaginario.

Moira Ricci, nata ad Orbetello nel 1977, ha presentato alla Sedicesima Quadriennale di Roma l’opera fotografica  Da buio a buio - Lupo Mannaro, bambina cinghiale e uomo sasso, un lavoro che oscilla tra realtà e finzione, la realtà oggettiva del mezzo fotografico e la finzione ottenuta attraverso la manipolazione digitale di storie e leggende popolari. Il lavoro si inseriva perfettamente nel contesto della sala curata da Matteo Lucchetti De Rerum Rurale, dove si è dato spazio alle “cose della ruralità”, a queste realtà secondarie ma allo stesso tempo protagoniste nel nostro paese, in continua trasformazione, lasciando agli artisti il compito di ri-assemblare la visione generale attraverso le singole indagini.

Moira Ricci propone una ruralità più intima e casereccia, ci porta nei suoi ricordi e nella sua terra di origine mostrandoci, attraverso una ricerca fotografica abilmente manipolata, la vita di questi personaggi-mostri che hanno spaventato e suggestionato alcuni degli abitanti delle campagne toscane. Ancora una volta l’artista fa riferimento a un suo vissuto, a una sua esperienza diretta e rende l’osservatore partecipe di queste vicende grazie al fascino di ciò che viene raccontato e che ha il sapore delle memorie di infanzia. Lasciando da parte la questione regionale, probabilmente ognuno di noi può attingere a quella suggestione derivata da un ingenua credulità, alle vicende surreali che ci venivano raccontate durante la nostra fanciullezza. La riuscita di questo progetto sta però nell’inganno che subisce l’osservatore. All’inizio si segue con passione la storia di questi personaggi, siamo guidati da documenti fotografici e interviste audio che ci portano a conoscere la loro vita rimanendo totalmente agganciati, successivamente qualcosa si infrange, si percepisce la menzogna di una realtà modificata a mestiere.

Moira Ricci in questo lavoro riesce sapientemente a dare vita al dubbio. Solo attraverso l’uso del mezzo fotografico ciò poteva essere possibile; l’artista ha intelligentemente usato una delle tante qualità intrinseche della fotografia cioè la sua componente partecipativa.

Partecipazione avuta dal profondo rapporto che la fotografia ha con la realtà, essendo per sua natura in intimo collegamento con il suo referente originale e la sua incapacità di non poter rappresentare altro che una verità oggettiva. Ma qui avviene il corto circuito, la fotografia ha sempre potuto mentire e anche Da buio a buio sta mentendo.

Questione non da poco è quella della verità che la fotografia si porta con sé, e questione che da decenni si fa protagonista di molte ricerche artistiche che lavorano proprio sullo stretto rapporto tra artificio e natura, una dialettica che probabilmente iniziò con la perdita della cara e nostalgica pellicola e l’avvento del digitale e le sue innovative tecniche di manipolazione. Artisti come il cinese Li Wei o, convincente per il nostro discorso, Hiroshi Sugimoto, lavorano da tempo sulla peculiarità fotografica di esibizione diretta della realtà e la sua potenzialità di attribuire credibilità a ogni soggetto.

Anche Moira Ricci adopera a suo favore le nuove tecniche di manipolazione digitale per arrivare a definire e creare connessioni e disconnessioni con la realtà e l’immaginario. Dietro c'è una minuziosa ricerca di foto d'archivio e la successiva manomissione delle stesse con astuti inganni digitali, necessari per rappresentare una suggestione in divenire. Ad esempio, l'immagine che ritrae Vasco Lucediluna da adolescente proviene dall’archivio della famiglia Leandri, che ha conservato le fotografie trovate a Montiano nella casa acquistata dalla famiglia Lucediluna. Questa fotografia crea, oltre il tempo, connessioni tra realtà e persone disconnesse; attraverso questa foto, il suo ritrovamento e conservazione si è instaurato una sorta di legame tra le due famiglie e il territorio di appartenenza. Moira Ricci, a sua volta, recuperando queste immagini, non fa altro che appropriarsi di queste storie, che simula, cambia e reinterpreta all'interno della sua opera. Le fotografie e questi personaggi-mostri trovano così un nuovo "senso" nella manipolazione narrativa dell'artista.

 

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