Negli abissi con Proserpina

Una riflessione sul celebre gruppo scultoreo “Il ratto di Prosepina” di Gian Lorenzo Bernini conservato alla Galleria Borghese.

È negli abissi infernali che Plutone ha intenzione di trascinare Proserpina quando la strappa alla quieta vita agreste. E lei, giovane e innocente fanciulla, intravede nella violenza subita tutto l’orrore di quelle tenebre. Il mito racconta di un raptus amoroso: Plutone, re degli Inferi, folgorato dalla bellezza di Proserpina decide di rapirla per farne la regina dell’Ade. La madre Cerere, dea della Terra, diffonde il suo dolore su tutto il creato rendendolo sterile e gelido, solo grazie l’intermediazione di Giove otterrà il ritorno della figlia per nove mesi l’anno e allora la terra ritornerà a fiorire. Ovidio riporta in versi la spiegazione dell’alternarsi delle stagioni e Bernini concentra nell’attimo pietrificato tutta la storia. Sceglie un preciso istante delle Metamorfosi, quello di maggior tensione, in cui raptus amoroso e rapimento di fatto sono un tutt’uno con la lotta tra i due protagonisti.

È l’acme del dramma reso ancor più forte sia dalla sapiente costruzione, che invade lo spazio dello spettatore, sia dal trattamento della materia che riesce a rendere viva di corpi e sentimenti tutta la rappresentazione.

Il gruppo scultoreo infatti “esce” dal piedistallo grazie all’abile resa del movimento dei corpi: Plutone sembra proseguire oltre il limite del marmo la sua corsa verso Proserpina e gli Inferi, il suo torso è ruotato verso la preda mentre le gambe sono tese nello scatto della fuga. Proserpina agita lo spazio della sala spingendo la mano verso l’alto e ruotando il capo nel vuoto. Cerbero invece, con la sua stabilità ai piedi della fanciulla, evidenzia per contrappasso l’andamento spiraliforme della costruzione.

C’è poi l’abile gioco di sguardi che rende ancor più “mobile” l’opera, Plutone con gli occhi cupi di desiderio rivolti verso la fanciulla enfatizza il movimento interno al gruppo, mentre Proserpina volgendosi atterrita verso il vuoto instaura il legame esterno con il fruitore, invitandolo alla partecipazione.

Ma la spettacolarità non si ferma allo spazio, procede diretta alla seduzione dei sensi facendo percepire la “verità” di quei corpi contorti e la natura da cui scaturiscono quei sentimenti selvaggi. La grande attenzione naturalistica del Bernini, cui le lezioni di Caravaggio e Rubens non sono estranee, rende ancor più straordinaria la sua realizzazione – quasi avesse avuto tra le mani anche l’aiuto di un pennello – e concorre all’eterna competizione fra scultura e pittura molto sentita nella cultura del ‘600.

Pare vera carne quella in cui affonda le dita Plutone, realmente agitate dallo sforzo le chiome dei lottatori. Palpitanti anche i sentimenti: la bramosia e la ferrea volontà di possesso del dio degli inferi è nella potenza muscolare che tratteggia ogni fibra del suo corpo. Il terrore misto alla necessità di salvarsi della fanciulla lo vediamo nello scalpitare delle gambe, nella caparbietà di difesa delle braccia, nella lacrima che sfugge sulle sue guance. Anche Cerbero nel suo agitar di teste sembra triplicare la concitazione del momento.

Il gruppo marmoreo fu commissionato da Scipione Borghese, nipote dell’appena defunto papa Paolo V, per Ludovico Ludovisi, “cardinal nepote” del nuovo papa Gregorio XV. Un dono politico e un ammonimento: come Plutone irrompe inaspettatamente sconvolgendo la vita di Proserpina così anche il potere, che stava per giungere al nuovo cardinale, è qualcosa di effimero pronto a svanire in un soffio. Il distico che corredava il gruppo scultoreo, ad opera di Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII, rimarcava il monito. All’epoca la lettura concettuale dell’opera utilizzava il mito pagano in chiave cristiana, in quella contemporanea si sovrappone una coscienza diversa: l’indignata sensazione di essere di fronte ad un atto di inaudita violenza. La forza bruta si appropria di una vita innocente e non consenziente, spargendo terrore e dolore. Siamo con Proserpina, avvertiamo il sopruso, invochiamo una giustizia che non sia quieta mediazione mitologica ma vero atto riparatore e ci interroghiamo sulle radici della nostra cultura. Sentiamo che gli abissi non sono solo quelli degli inferi ma anche quelli insondabili dell’animo umano.

Bernini riesce a colpire anche oggi costringendoci a “sentire” l’ingiustizia della follia prepotente e dimostrando l’attualità del passato se chi ne fruisce non è un semplice e distratto voyer. Anche Scipione Borghese ha saputo essere lungimirante e a suo modo attuale. A corredo della Villa, fatta costruire come scrigno protettivo per le sue “gioie”, appone la famosa lex hortorum, un’iscrizione in cui invitava romani e forestieri a godere della sua dimora e delle bellezze custodite. Stupisce come, sotto la famosa “ingordigia” di capolavori, Scipione Borghese celasse una sensibilità così moderna, quella di sentire l’opera d’arte come un bene talmente prezioso da dover essere condiviso pubblicamente.. non sempre la si ritrova fra chi oggi governa il nostro patrimonio artistico!

 

Il mito in Ovidio, Metamorfosi, libro V, vv.379-404

E Cupido aprì la faretra, e ubbidendo alla madre, tra le sue mille frecce ne scelse una che più acuminata e più stabile e più sensibile alla corda non avrebbe potuto essere. Aiutandosi col ginocchio curvò flessibile, e con la canna uncinata,  colpì  Plutone diritto nel cuore.

“Non lontano dalle mura di Enna c’è un lago che si chiama Pergo; l’acqua è profonda. Neppure il Caistro sente cantare tanti cigni sopra le onde della sua corrente. Un bosco fa corona alle acque cingendole da ogni lato, e con le sue fronde fa schermo, come un velo, alle vampe del sole. Frescura donano i rami, fiori variopinti l’umido terreno. Qui la primavera è eterna. In questo bosco Prosèrpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli,  ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e le falde delle veste, e faceva con le compagne a chi ne coglieva di più, quando Plutone- fu quasi tutt’uno — la vide, se ne innamorò e la rapì. Tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita, la divina fanciulla si mise a chiamare con mesta voce la madre e le compagne, ma soprattutto la madre, e poiché si stracciò l’orlo superiore  della tunica, questa si allentò e i fiori raccolti caddero per terra: e tanta semplicità c’era nel suo cuore di vergine, che anche la perdita dei fiori le causò dispiacere. Il rapitore lanciò il cocchio incitando i cavalli, chiamandoli ciascuno per nome, scuotendo sui colli e sulle criniere le briglie del cupo colore di ruggine; passò veloce sul profondo lago, sugli stagni dei Palaci, tra le esalazioni del golfo che erompe dalla terra e li fa ribollire…

 

Titolo dell’opera: Il ratto di Proserpina

Autore: Gian Lorenzo Bernini (1598-1680)

Datazione: 1621-1622

Tecnica: marmo bianco (225 cm, base 109 cm)

Collocazione: Roma, Galleria Borghese

 

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Passaporto ormai logoro e laurea in storia dell’arte confermano il pallino per i differenti “volti” del mondo e gli artisti contemporanei, suo ambito anche professionale. Ipercritica con discrezione ama la tenacia e la passione capace di “rivoluzioni”.