A polaroid for a refugee, uno scatto per il viaggio della vita

La fotografa Giovanna Del Sarto ritrae persone in posa che decidono, magari divertiti, come farsi ritrarre, in posizioni che spesso ricordano i ritratti di famiglia. E che resteranno nelle tasche dei migranti che proseguono il cammino.


Evadere, scappare, fuggire via da un luogo per desiderio o necessità di cambiamento, o sotto la minaccia di un pericolo. L’emergenza dei rifugiati, che da anni lasciano le loro terre d’origine, è sotto gli occhi di tutti. Fuggono da guerre, violenze, carestie, povertà e persecuzioni; fuggono perché letteralmente cacciati dalle loro case. In Siria la guerra civile persiste ininterrottamente da sei anni e solo in Africa sono almeno 22 gli stati e 221, tra milizie guerrigliere e gruppi terroristi-separatisti, i soggetti coinvolti in conflitti armati. Quest’emergenza umanitaria senza precedenti di migranti, che con ogni mezzo cercano di fuggire lasciando a volte gli affetti è dettata non certo da spirito d’avventura, quanto dalla concreta necessità di scegliere tra la certezza di morire e il tentativo di fare il possibile per mettersi in salvo.

L’arte, da sempre sensibile alle dinamiche sociali, politiche ed economiche della contemporaneità, non rimane certo indifferente davanti ad un panorama così critico: la street art, la performance, l’arte fotografica o la video arte, come nel caso del “Global Migration Film Festival dello scorso dicembre”. Tuttavia è estremamente difficile raccontare queste vite senza cadere nella retorica e nella banalità. La fotografa documentarista Giovanna Del Sarto, nel 2015, ha sentito il bisogno di cercare di dare il suo contributo e sostegno alle persone che si trovavano ad affrontare il viaggio. A partire da ottobre di quell’anno, l’autrice ha quindi visitato, dando supporto ai volontari, molti dei luoghi caldi come Preševo in Serbia, Lesbo, Atene, Idomeni e Chio. Giovanna Del Sarto ha sempre portato con sé due macchine fotografiche tra cui un Polaroid Land Camera con la quale ha dato inizio al progetto A Polaroid for a refugee”, ora esposto negli spazi del collettivo romano WSP Photography (in via Costanzo Cloro n°58) fino al 9 marzo. Le fotografie, nonostante siano state scattate in momenti drammatici, non vogliono testimoniare la disperazione dell’esperienza della migrazione, quanto piuttosto offrire un momento di fuga dagli orrori del quotidiano, un istante di normalità. E offrire un punto di vista differente rispetto a quello che siamo abituati ad avere nei confronti di profughi e rifugiati, per guardare questi uomini e donne prima di tutto come persone, cariche sì del loro dolore, della paura e dell’angoscia della fuga ma, al contempo, anche colme di incredibile forza interiore, dignità e speranza. Non rifugiati da compatire o migranti da temere, ma prima di ogni cosa esseri umani, individui che tengono duro mentre stanno affrontando l’indicibile e capaci persino di sorridere nel momento dello scatto, malgrado la tragedia della fuga che stanno vivendo.

A Giovanna non interessa documentare volti impauriti e sguardi smarriti, i suoi scatti ritraggono persone in posa che decidono, magari divertiti, come e quando farsi ritrarre, in posizioni e atteggiamenti che spesso ricordano i ritratti di famiglia. Il loro valore risiede soprattutto nella possibilità di conservare un ricordo del viaggio. La fotografa, infatti, stampa due polaroid per ogni scatto, così da lasciarne una ai protagonisti dei ritratti come ricordo di quel momento, ma anche come piccolo dono, come restituzione di qualcosa. Sul retro, un messaggio di speranza insieme al suo indirizzo e-mail e al suo numero di telefono, con la promessa di rimanere in contatto nonostante le difficoltà e la distanza, per sapere se quelle fughe troveranno mai la loro destinazione.

A Polaroid for a refugee vuole rendere dignità e memoria al disperato viaggio di fuga che non si vorrebbe mai intraprendere, cattura per sempre un momento vissuto in uno dei tanti luoghi di passaggio che queste persone sono costrette ad attraversare. E mentre la fotogiornalista porta le storie dei rifugiati negli spazi espositivi di Londra e Roma, la speranza è che un giorno le madri possano mostrare quelle foto ai loro figli una volta che saranno cresciuti e che sempre più esuli riescano a mettersi in contatto con Giovanna per comunicarle che quella travagliata fuga abbia finalmente trovato il suo approdo.

 

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