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Remo Remotti, un antieroe di strada al Macro

Remo Remotti classe 1924, una laurea in Legge e molte vite in una sola, compresa l’esperienza del manicomio, è mancato lo scorso giungo dopo novanta primavere ed è ora protagonista di una retrospettiva per la prima volta dedicata ai suoi disegni, in corso al Museo Macro.

«Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell'orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini... Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Roma caput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di piazza Venezia, dell'Altare della Patria, dell'Università di Roma, quella Roma sempre con il sole - estate e inverno - quella Roma che è meglio di Milano...»

(Estratto da Mamma Roma Addio, Remo Remotti)

 

La decadenza di Roma e non solo, era già stata raccontata molto prima de La Grande Bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, anche se come teneva a precisare il suo autore, era quella di una città che ora non c’è più, la Roma degli anni Cinquanta vista dall’occhio critico di un poeta romano, un cantastorie, paroliere polemico secondo alcuni, profeta del popolo per altri, pittore, scultore, autore teatrale, attore, scrittore, cantante e l’elenco potrebbe continuare, ma in poche parole un artista a tutto tondo, Remo Remotti.

Remo Remotti classe 1924, una laurea in Legge e molte vite in una sola, compresa l’esperienza del manicomio, è mancato lo scorso giungo dopo novanta primavere ed è ora protagonista di una retrospettiva per la prima volta dedicata ai suoi disegni, in corso al Museo Macro di Via Nizza (fino al 30 Marzo 2016).

«'Sti disegnetti» come li definiva lui, pur innalzandoli alla sua arte più importante, ed era uno che di arte se ne intendeva, carriera iniziata da giovane e fuori Patria e proseguita lungo tutta la sua vita con l’ultima mostra nel 2014 alla Galleria romana De Crescenzo & Viesti e con le sue opere ancora parte della collezione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Diceva che se ne andava in Perù nel mitico testo Mamma Roma Addio, dove era veramente espatriato nel dopoguerra lavorando come tassista, per scoprire ben presto la sua vena artistica nelle scuole serali di Lima. Da pittore nel 1964, era stato assistente di Emilio Vedova, che lo aveva voluto accanto durante la sua esperienza berlinese. Proprio in quella città piena di fermento artistico era ritornato invitato con una sua borsa di studio e poco dopo, era stato ricoverato in manicomio per avere corso nudo per le vie.

Era un uomo fuori dagli schemi Remotti, che pure apparteneva alla buona borghesia romana di un tempo, sentiva strette le etichette, timbrare il cartellino e mettersi la cravatta, se doveva scegliere con chi stare sempre meglio i pazzi e chi preferiva essere fuori dal sistema, cosa che mise in atto nel 1975, proprio quando stava per decollare la sua carriera di pittore, tappezzando all'opposto Roma di manifesti con la sua foto e la scritta «Remotti è matto». Una polemica aperta con il mondo artistico vigente, che lo portò a mettere in vendita le sue opere con prezzi esigui al di fuori di qualsiasi mercato riconosciuto.

La fama tardiva alla fine giunse, ormai cinquantenne, non come pittore bensì come attore, quando su invito dell’amico Renato Mambor esordì a teatro, dove fu notato da Marco Bellocchio che decise di scritturarlo per la televisione.

Piaceva quel volto da caratterista solo apparente, disegnato da una mappa di rughe e con la barba divenuta presto bianca, ma dall’occhietto vispo del tipo un po’arrabbiato, che ha sempre da ridire e al quale ad ogni modo si perdona l'insolenza, per quell’invidiabile vena d’umorismo e poesia sinonimo di grande ingegno.

Remotti, vale la pena di citarlo, oltre a Marco Bellocchio ha lavorato con Francis Ford Coppola, Ettore Scola, i fratelli Taviani, Carlo Mazzacurati, Woody Allen, ma anche Maurizio Nichetti, Nanni Loy che fu suo cognato, Carlo Verdone, Aurelio Grimaldi, Enzo de Caro, Christian De Sica, Francesco Nuti, Silvio Soldini e più recentemente Aldo, Giovanni e Giacomo. È comparso ancora in produzioni internazionali piuttosto recenti tra le quali Hudson Hawk (1991) di Michael Lehmann, Nine (2009) di Rob Marshall, Letters to Juliet (2010) di Gary Winick e persino Mangia Prega Ama (2010) di Ryan Murphy. Oltre alle parti per la televisione come negli ultimi anni I Cesaroni o Un medico in Famiglia, si ricordano inoltre le sue ultime interpretazioni per il regista Massimiliano Bruno con Nessuno mi può giudicare (2011) e Viva l’Italia (2012).

Tra questi grandi nomi della cinematografia italiana e straniera, tuttavia per molti Remotti sta al regista che davvero l’ha lanciato, Nanni Moretti con cui ha recitato in tre film Sogni d’oro (1981), Bianca (1984), Palombella Rossa (1989), e che meglio di altri ha saputo valorizzarlo. In Bianca, l’interpretazione di Siro Siri dà luogo a una sorta di suo alter ego, il vivace vicino di casa di Michele Apicella, pieno di giovani donne, sempre pronto a spronare il misogino professore e a lanciare un invito per un bicchierino, uno che «nella vita è questione di carica… O si è automatici o carica!».

Ha vissuto proprio così, sempre al massimo, questo romano tanto originale e dal rapporto soffocante con la madre, che leggeva di Churchill, si appassionava di psichiatria e di religione orientale come raccontano i suoi autobiografici disegni. Una mostra che è narrativa d’immagini, un diario per raccontare esperienze vissute da poeta, dove satira e umorismo caustico s’intrecciano a un pensiero militante, a rabbia e a malessere, scanditi in bianco e nero per volontà stessa dell’autore, perché sperava che a colorare fosse il pubblico con le sue percezioni, come scriveva «a vestire un’idea».

Una vita, anche dolorosa quella di Remotti, come spesso accade alle persone dotate di grande sensibilità, ma ricca di quella gamma di emozioni intense, che solo ad alcuni è dato saper esprimere nel mezzo artistico, strumento che qui diventa un antidoto contro il fastidio provato difronte a un amaro quotidiano, alla rovina della società e alle brutture di una città un tempo (ancora), tanto amata.

La mostra narra in tre cicli di fumetti Viaggio in Perù, Remotti a Fumetti, Manco li Cani, un legame indissolubile tra parola e immagine, una storia che inizia nel dopoguerra ed è uno specchio attraverso il quale l’autore/attore guarda con irriverenza la società e allo stesso tempo da questa è osservato, ora cantore ora protagonista dell’umana condizione di vizi pubblici e privati, pensieri politici ed esperienze al limite del magico e mistico, senza mai abbandonare un corrosivo, trascinante, spirito di scherno verso tutto e tutti, ivi incluso ovviamente, sé stesso.

Noi romani lo sappiamo bene chi è Remo Remotti e chi leggendo pensasse di no, colga l’opportunità del Macro in via Nizza, per riscoprire questo storico personaggio, un antieroe di strada di cui la città avrebbe ancora tanto bisogno, che dichiarava «Se vuoi essere libero non c’è epoca o latitudine che tenga».

Remotti di Carta, MACRO - Museo d’Arte Contemporanea Roma, Project Room #1, Via Nizza 138, 18 febbraio - 30 marzo 2016

 

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