[ph] Rosso Fiorentino, Cristo morto fra gli angeli, int

Santa Maria della Pace si tinge di Rosso (fiorentino)

La storia di Rosso Fiorentino, protagonista indiscusso del Rinascimento.

 


A pochi passi da Piazza Navona, dove le esplosioni barocche berniniane gareggiano con il rigore borrominiano, percorrendo via dell’Arco della Pace dopo pochi metri l’angusta strada si apre per accogliere una piazzetta trapezoidale di rara bellezza e invenzione.

Fu Pietro da Cortona, altro grande artefice del barocco, a definire questo spazio in virtù della nuova sistemazione dell’antica chiesa dedicata a Sant’Andrea de Acquarenariis, poi Santa Maria delle Virtù e, infine, Santa Maria della Pace.

L’intervento del Cortona, come vedremo, non fu l’unico nei secoli a cambiare e arricchire l’originaria chiesa ma certamente il più importante sotto il profilo urbanistico. Il progetto e la realizzazione previde la demolizione di palazzi o parte di essi che insistevano nei pressi della stessa chiesa: all’epoca l’afflusso dei pellegrini era così alto che non vi era posto per far sostare o defluire cocchi e carrozze dei nobili pellegrini e, per tale motivo, Papa Alessandro VII incaricò il Cortona di risolvere il problema.

Il progetto fu realizzato e completato nel 1667 con la soluzione scenografica del portico della facciata a pianta semicircolare convessa a doppie colonne; esso si affaccia sulla piazza ed è arricchito da due ali che, attraverso un sapiente gioco di soluzioni concave e convesse, mascherano e allo stesso tempo danno accesso alle vie laterali per mezzo di semplici portali aperti: tutto questo decreterà tale intervento urbanistico come una summa della teatralità barocca, laddove in Roma trova irradianti accenti.

Nell’arco del Seicento altri artisti coevi al Cortona produssero significative espressioni all’interno di Santa Maria della Pace e gli interventi di architetti, pittori e scultori come Orazio Gentileschi, Carlo Maderno, Carlo Maratta, Francesco Albani, Cosimo Fancelli, Ercole Ferrata, Il Passignano e Raffaello Vanni testimoniano l’importanza che la chiesa, con la sua miracolosa immagine, continuava ad avere dopo quasi tre secoli

Dell’antica chiesa, forse cappella, se ne hanno notizie dal 1400: dedicata a Sant’Andrea de Acquarenariis in nome dei venditori d’acqua presenti nei dintorni, che “purgavano” l’acqua del Tevere eliminandone la rena presente in essa, la cappella conservava, sotto il portico, l’immagine della Vergine con il bambino, che nel 1480, secondo credenza, colpita da un sasso sgorgò sangue.

Il Papa Sisto IV, accorso a verificare il miracolo, decise di cambiare il titolo della piccola chiesa in Santa Maria delle Virtù, ed implorò la sacra immagine affinché mettesse fine alla guerra che intercorreva fra lo Stato Pontificio, Venezia e il Regno di Napoli; a questa richiesta il Papa promise, per contro, di ammodernare la struttura già all’epoca fatiscente.

Ottenuta la grazia, nel 1482, Sisto IV mantenne la promessa e commissionò l’ammodernamento dell’edificio: notizie non documentate individuano in Baccio Pontelli l’artefice. Risale a questo periodo anche il cambiamento del nome in Santa Maria della Pace.

Nel 1500 il Bramante progettò il chiostro e il convento annesso realizzando una delle opere capitali del Rinascimento romano accrescendo il culto legato all’immagine di Maria.

Nel corso del Cinquecento altri importanti artisti si avvicendarono nell’abbellimento della chiesa come Raffaello che, prima di morire, dipinse i mirabili affreschi con le Sibille ed angeli della Cappella Chigi; nella Cappella Ponzetti, poi, spiccano gli affreschi del grande pittore ed architetto Baldassarre Peruzzi; di Antonio Sangallo il Giovane, invece, sono la tribuna ottagona e il progetto della Cappella Cesi.

In quest’ultima Rosso Fiorentino, protagonista indiscusso del Rinascimento, ed esponente di quella corrente chiamata Manierismo, affrescò le due lunette raffiguranti la Creazione di Eva ed il Peccato originale.

Giovambattista di Jacopo Guasparre, meglio noto come Rosso Fiorentino, nacque a Firenze il 18 marzo del 1494; insieme al Pontormo frequentò la bottega di Andrea del Sarto interpretando e rompendo gli schemi rigidi del Rinascimento movimentandone e dissacrandone quella cultura visiva oramai ritenuta obsoleta in Firenze, anche Siena non fu immune alle novità manieristiche attraverso quell’esplosione coloristica rappresentata del Beccafumi.

Il Rosso dopo aver lasciato indelebili tracce in terra toscana come l’Assunzione della Vergine alla Santissima Annunziata, lo Sposalizio della Vergine in San Lorenzo a Firenze e la Deposizione di Volterra, summa dell’inquietudine a tratti visionaria del Nostro, alla fine del 1523 o inizi del ’24 si sposta a Roma, lasciando Firenze in quel tempo impegnata nella lotta alla peste, nella speranza che il nuovo papato del fiorentino Giulio de Medici - Clemente VII - possa aprire nuove prospettive di lavoro.

Nell’aprile del 1524 Rosso riceveva il primo pagamento da Antonio da Sangallo il Giovaneincaricato da Angelo Cesi di progettare la cappella funeriaria in Santa Maria della Pace; la critica concorda nel ritenere che il progetto, per il quale il Nostro era stato ingaggiato, fosse più ampio di quello che vediamo realizzato oggi e cioè i già citati affreschi ed una parte degli stucchi che ornano l’interno della cappella.

Gli affreschi Cesi realizzati da Rosso, lontani nella forma, nella magrezza e nella “crudezza” dell’impasto coloristico dagli episodi toscani, verranno aspramente criticati da Vasari che nella biografia del Nostro, ne stigmatizza la pochezza imputando al trasferimento a Roma la perdita di quella cifra stilistica che lo aveva fino ad allora distinto, aggiungendo che altri artisti ben più consolidati di lui, nell’arte del dipingere, come Andrea del Sarto e Frà Bartolomeo ne avevano già pagato lo scotto. In sostanza il confrontarsi con quel turbinio di epoche e di stili che l’Urbe offre poteva sopraffare qualunque credo artistico.

La Creazione di Eva ed il Peccato originale non paiono far parte delle opere meglio riuscite dello stesso, l’impostazione fortemente influenzata da esiti michelangioleschi e talvolta raffaelleschi non riesce a trovare accenti appropriati: certamente resta un importante esercizio accademico che comincerà a dare i suoi frutti nella pala, oggi al Museum of Fine Arts di Boston, del Cristo morto fra gli angeli che ha detta del Vasari fu dipinto a Roma su committenza del vescovo Leonardo Tornabuoni.

Antonio Natali, già Direttore degli Uffizi, che a più riprese e assieme a Carlo Falciani, si è occupato di ricostruire l’opera di Rosso avanza un’ipotesi interessante: egli individua nell’altare Cesi la vera collocazione della Pala di Boston a riscontro di un percorso iconologico che ne attesta la veridicità e proponendo che il Vescovo Tornabuoni ne sia giunto sì in possesso, ma in un secondo tempo.

È certo che i contrasti del Rosso con il Sangallo, peraltro riportati dal Cellini, abbiano interrotto il sodalizio fra i due e da qui il possibile rifiuto da una o dall’altra parte di posizionare la pala di Boston nell’altare della cappella Cesi, dove oggi vi si conserva la Sacra Famiglia con Sant'Anna di Carlo Cesi.

Nella pala di Boston, il Cristo è nudo e adagiato su quello che potrebbe essere un altare, sostenuto da quattro angeli ricciuti, due dei quali reggono torce di forma tortile laddove un alito di vento ne piega la fiamma; bellissimo il brano dei piedi che sovrapposti quasi che il rigor mortis avesse mantenuto la posizione dell’inchiodatura sulla croce, trova nella rigidità della morte il "naturale" appoggio sull’altare; in basso gli strumenti della tortura. La luce entrando da sinistra illumina le chiome degli angeli e il corpo perfettamente modellato, su esempi ellenistici, del Cristo.

Attraverso lo schema ad esse tanto caro ai manieristi, la composizione acquista slancio: nella crudezza del corpo ostentato non può non colpire l’assoluta mancanza di segni di sofferenza, la ferita al costato è leggera, quasi impalpabile e la corona di spine, pare, adagiata sulla testa come attributo di regalità piuttosto che di martirio; nessuna traccia di sangue, quasi che il Cristo - liberato dai dolori umani - possa finalmente ascendere alla destra del padre.

Del periodo che vide Rosso a Roma rimane, oltre la cappella Cesi, i disegni tradotti in stampa dall’Alberti e dal Caraglio. Certamente, i sopraccitati dissapori con il Sangallo pesarono non poco nell’ambiente della grande committenza romana: il Cellini riporta che il Nostro fu ridotto in miseria per le illazioni che lo stesso Sangallo usava ripetere, in più le chiacchere non vere - a detta del Nostro - su un suo presunto giudizio poco lusinghiero sulla volta della cappella Sistina fecero il resto.

Il Sacco di Roma nel 1527 interruppe la parentesi durata tre anni nell’Urbe e il Rosso, prima catturato poi liberatosi, fuggì alla volta di Perugia per poi ritornare in terra toscana; da lì a poco sarebbe partito alla volta della Francia, dove finalmente alla corte di Francesco I avrebbe raggiunto la fama e la ricchezza fondando la scuola di Fontainebleau, e traghettando oltralpe il manierismo toscano.


[caption id="attachment_7355" align="alignleft" width="473"] Rosso Fiorentino, Cristo morto fra gli angeli, intero e particolare, 1524-1525, Boston, Museum of Fine Arts[/caption]

 

 

 

 

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Per metà toscano e metà romano: tenore, fotografo, direttore di Museo, direttore artistico di vari Festival. Ho pubblicato dischi di Opera e Pop, libri fotografici, curato ricerche su pittori e luoghi toscani. Mi interessa tutto ciò che è Arte.

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