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A. Warhol, Tina e Lisa Bilotti, 1981 © Museo Carlo Bilotti

Tutto sul Museo Carlo Bilotti, la storia, la collezione permanente, le esposizioni

La storia della nascita del Museo Carlo Bilotti e la sua collezione. In mostra, fino al 26 marzo, i progetti architettonici dei movimenti dell'avanguardia giapponese e italiana e le opere astratte di Francesco del Drago

LA STORIA

Nel 2006, all’interno del Parco di Villa Borghese, viene aperto il Museo Carlo Bilotti, frutto della collaborazione instauratasi tra il Comune di Roma e il collezionista Carlo Bilotti. La storia della sistemazione pubblica della collezione si intreccia con quella dell’edificio scelto come sede, denominato Aranciera, di cui non tutti conoscono gli avvenimenti passati.

All’origine l’Aranciera è la residenza nobiliare della famiglia Ceuli, già presente nell’area prima della realizzazione di Villa Borghese, voluta dal cardinale Scipione verso la fine del Cinquecento. Alla fine del Settecento, negli anni del suo massimo splendore, il Casino viene arricchito e valorizzato per volontà di Marcantonio IV Borghese dalla presenza scenografica del Giardino del Lago; in questo periodo l’edificio, denominato “dei Giuochi d’Acqua”, assume una funzione prettamente ludica per gli eventi mondani dell’epoca. Successivamente, ormai ridotto in ruderi dopo la caduta della Repubblica Romana (1849), viene impiegato durante i mesi freddi come deposito di vasi d’agrumi, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Aranciera. Entrata nelle acquisizioni del Comune di Roma nel 1903, l’Aranciera vede trasformare ancora una volta la propria destinazione, prima in abitazione e sede di uffici comunali, poi, grazie all’accordo stipulato con Carlo Bilotti, in una struttura museale destinata ad ospitare una preziosa collezione permanente. L’accordo prevede anche l’organizzazione a rotazione di esposizioni temporanee per garantire al pubblico un continuo aggiornamento del museo.

LA COLLEZIONE PERMANENTE

È giunto l’inverno, il vento gelido di gennaio è arrivato anche a Roma. La storica Aranciera può essere ancora oggi un giusto riparo dal freddo invernale, stavolta per trascorrere, dopo una passeggiata nel verde di Villa Borghese, un piacevole pomeriggio tra le sale del museo, ammirando la collezione permanente e due esposizioni temporanee in programma.  

La collezione permanente, formata da ventitré opere tra dipinti, disegni e sculture, ha origine dal mecenatismo di Carlo Bilotti, imprenditore internazionale nel campo della cosmetica ed entusiasta collezionista d'arte. La passione per l’arte viene favorita dal suo lavoro, dai contatti internazionali e dall’amicizia con molti artisti, quali Giorgio de Chirico, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Salvador Dalí, Niki de Saint-Phalle, Larry Rivers e Mimmo Rotella.

All’interno del museo è esposto un significativo ritratto di Carlo Bilotti, un dipinto a rilievo realizzato nel 1994 da Larry Rivers, dove sullo sfondo è riprodotta un’opera di Dubuffet della collezione Bilotti. Il ritratto esemplifica la personalità estrosa del collezionista, con quel tocco dissacrante e ironico che contraddistingue lo stile di Rivers.

Un altro importante ritratto presente nella collezione è quello che ritrae Tina e Lisa Bilotti, rispettivamente moglie e figlia del collezionista, realizzato da Andy Warhol nel 1981 che, attraverso la tecnica serigrafica, evidenzia i contorni somiglianti dei due volti femminili, caratterizzati dalle labbra accentuate e dall’eleganza del collo allungato, in richiamo al modello dei Primitivi italiani del Trecento e del Quattrocento.

Il resto della collezione è composta da un nucleo consistente di opere di Giorgio de Chirico, diciassette esposte nella seconda sala del museo e una scultura, Ettore e Andromaca, collocata all'esterno. Le opere di de Chirico, datate tra la seconda metà degli anni Venti e gli anni Settanta, ripercorrono i temi salienti della produzione dell’artista, dal periodo metafisico alla successiva rilettura dei modelli antichi e della tradizione pittorica italiana, sino alle repliche dei propri capolavori eseguite negli anni Sessanta: gli archeologi, i cavalli in riva al mare, gli interni metafisici, i guerrieri antichi, gli autoritratti e i nudi femminili. Altre interessanti opere presenti nella collezione sono L’estate di Gino Severini, dipinto del 1951, in cui la stagione viene personificata da una figura geometrica quasi astratta, e il Grande Cardinale di Giacomo Manzù, scultura in bronzo realizzata nel 2004 da un calco originale del 1965, contraddistinta dalla schematica struttura piramidale.

Architettura invisibile

Nelle sale del museo, fino al 26 marzo, sono presenti due interessanti esposizioni. Architettura Invisibile. Movimenti dell’avanguardia giapponese e italiana ridefiniscono temi fondativi del dibattito contemporaneo, collettiva curata da Rita Elvira Adamo in collaborazione con la Fondazione Italia Giappone e l’Ambasciata del Giappone in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario delle relazioni tra il Giappone e l'Italia. 

Il progetto espositivo prende in considerazione due fondamentali fenomeni dell’avanguardia architettonica: i Metabolisti in Giappone e i Radicali in Italia. Tali movimenti, sviluppatisi negli anni Sessanta e Settanta, anche se attivi in contesti culturali ed artistici differenti, presentano temi di ricerca e percorsi paralleli. Innanzitutto, il ruolo centrale affidato alla tecnologia per gli sviluppi futuri della società e la prospettiva di immaginare un’architettura innovativa in grado di elaborare e prospettare nuove possibilità per abitare il pianeta.  Molti gli autori selezionati: Arata Isozaki, Archizoom (Andrea Branzi, Gilberto Corretti, Paolo Deganello, Massimo Morozzi, Dario e Lucia Bartolini), Kiyonori Kikutake, Kisho Kurokawa, Fumihiko Maki, Otaka Masato, Superstudio (Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo Di Francia, Roberto Magris, Alessandro Magris, Gian Piero Frassinelli e Alessandro Poli), Kenzo Tange, UFO (Lapo Binazzi, Carlo Bachi, Patrizia Cammeo, Riccardo Foresi, Titti Maschietto, Sandro Gioli). Le idee utopistiche dei Metabolisti e dei Radicali non hanno mai trovato una concreta realizzazione, ma sono a noi pervenute in fase progettuale o teorica.

Tuttavia, i loro ambiziosi progetti e le teorie elaborate su una nuova ipotetica architettura, hanno influenzato le successive generazioni di architetti, sia italiani che giapponesi, sul concetto di abitabilità dello spazio.

L’esposizione dimostra proprio questo, presentando anche i progetti di quegli architetti che in qualche misura hanno ereditato idealisticamente le teorie dei loro predecessori, interpretando a distanza di cinquant’anni gli stessi temi: Ambiente, Tecnologia e Abitare. Quest’ultimi progetti sono esposti sulla terrazza del museo, dove è stato allestito un grande elemento gonfiabile progettato dallo Studio Analogique come “contenitore” delle esperienze progettuali dei seguenti artisti: Sou Fujimoto, Kentaro Yamazaki, Onishimaki + Hyakudayuki Architects, Yuko Nagayama, Alphaville, Jun Igarashi per il Giappone e 2A + P/A, DAP Studio, Ian+OFL Architecture, Orizzontale, Studio Wok, Tipi Studio per l’Italia. I giovani architetti in mostra, rispetto alle precedenti esperienze dei Metabolisti e dei Radicali, esibiscono un approccio più pratico di fronte alle questioni urbanistiche del XXI secolo.

La personale di Francesco del Drago

L’altra mostra in programma è la personale Francesco del Drago. Parlare con il colore, a cura dell’artista Pietro Ruffo con la consulenza scientifica di Elena del Drago.

Francesco del Drago, nato a Roma nel 1920 e morto nel 2011, ha percorso quasi un secolo di storia partecipando attivamente alle trasformazioni politiche e artistiche che si sono manifestate nel corso del Novecento. Viene ricordato come un artista e un intellettuale rigoroso nella vita quanto nella pratica pittorica. Fondamentali le sue ricerche sulla fenomenologia del colore, che si distinguono per le teorie del Nuovo Cerchio Cromatico: «i contrasti cromatici e la giustapposizione di determinate forme concorrono nel creare uno stato di eccitazione nelle aree cerebrali deputate alla visione».

In mostra, insieme ai documenti e ai filmati dell’epoca, una selezione delle ultime opere astratte realizzate dall’artista accanto ai lavori precedenti, che testimoniano il valore teorico e scientifico degli studi sul colore compiuti da del Drago, straordinario protagonista del dibattito sulle problematiche dell’arte astratta del Novecento.

 

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