Apollo 11, gloria al documentario (ma non solo)

Il cinema Apollo, nel cuore del quartiere Esquilino, dopo essersi trasformato nella sala a luci rosse Pussycat, è idealmente rinato grazie ad Agostino Ferrente. Sono passati 15 anni, il "vero" Apollo ancora è chiuso ma non lontano è nata una factory culturale che inventa e sperimenta

In origine era l’Apollo, un glorioso cinema romano situato all’interno di uno stabile in stile liberty in via Giolitti, nel rione Esquilino, fin dal 1917. Settecento metri quadri di superficie per una capienza totale  tra i 300 e gli 800 posti. Illustre vicino di casa di un’altra eccellenza del panorama romano, il Teatro Ambra Jovinelli, che aveva visto le proprie scene calcate da Anna Magnani e Totò. Ma intorno agli anni ’90 la situazione era drasticamente precipitata: la televisione aveva messo in crisi i cinema, costringendone alcuni a convertirsi in sale a luci rosse. La diffusione del porno in cassetta, però, rappresentò una concorrenza imprevista, tale da indurre molti gestori di sale cinematografiche ormai sull’orlo del fallimento a decidere di trasformarle in sale bingo, un business che all’epoca sembrava enormemente redditizio. L’Apollo, declassato a sala a luci rosse con il nome di Pussycat, sarebbe andato incontro al medesimo destino. È il 2000 quando passa di lì un giovane che viene dal Dams di Bologna, Agostino Ferrente.

Il mio percorso nasce a Bologna al Dams quando il Cinema Lumière, che si trovava ancora in via Pietralata, vedeva me che ero il primo che aspettava l’apertura il pomeriggio ed ero l’ultimo che ne usciva. Vedevo 3-4 film di seguito, spesso mi portavo da mangiare lì, mi addormentavo e nel sonno facevo dei montaggi strani dei film che vedevo, rielaborandoli... Quando mi sono trasferito a Roma, sono rimasto stupito che nella capitale non solo politica ma anche cinematografica italiana, non vi fosse un cinema come il Lumière. C’erano dei gloriosi piccoli cineclub che venivano da anni di militanza e di passione, ma non c’era un cinema con una capienza adatta per eventi importanti

L’idea di Ferrente è quella di trovare una sala in cui portare avanti un progetto culturale: dare uno spazio di prima visione a quei film contemporanei che il mercato censurava – super indipendenti, che i distributori non ritenevano di dover distribuire e quindi rigorosamente in lingua originale – secondo un’idea di «cinematografia orizzontale», come la chiama Ferrente. Una cinematografia che comprendesse le produzioni dei Paesi in via di sviluppo ma anche capolavori del cinema, delle origini o recenti, secondo un percorso verticale nella storia del cinema.

L’Apollo, con quella storia carica di fascino alle spalle e una struttura unica nel suo genere, sembra il luogo perfetto per portare avanti quest’idea. A ciò si aggiunge il desiderio di utilizzare il cinema come cassa di risonanza e vetrina delle culture cinematografiche, musicali e letterarie rappresentate dai nuovi cittadini migrati a Roma. Un rione come l’Esquilino, da sempre crocevia di culture, appare come l’ideale piattaforma di lancio di questa «missione spaziale».

Chiamando a raccolta le energie più disparate, tra cineasti, musicisti, scrittori, che abitavano o semplicemente amavano il quartiere, insieme a rappresentanti di comitati locali, nasce Apollo 11, un’associazione che si pone l’obiettivo di riscattare il cinema Apollo per farlo divenire un nuovo centro di produzione e diffusione culturale. Tra il 2001 e il 2002 partono le iniziative per convincere il Comune di Roma ad acquistare l’immobile dal proprietario, il produttore Massimo Ferrero (meglio conosciuto con il soprannome di Viperetta). E sarebbe poi l'Apollo 11 a gestirne le attività, iniziano allora le tante iniziative: un concerto su un camion degli anni ’50 adibito dai Tetēs de bois a palcoscenico su ruote, e poi, nel maggio 2002, una maratona di lettura di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana di Gadda all’interno dell’Auditorium di Mecenate. E poi a fine 2002, finalmente, partono le trattative e il Comune, sulla spinta delle migliaia di adesioni raccolte dall’Associazione Apollo 11,  giunge all’acquisto dell’immobile di cui, però, si propone il restauro.

Di fatto, a occhio, la struttura aveva bisogno di interventi e si temeva che le operazioni intraprese portassero ad un risultato simile a quello dell’Ambra Jovinelli: la facciata era intatta ma il teatro risultava ridotto di un terzo poiché lo spazio recuperato durante gli interventi era stato utilizzato per ospitare una banca e l’Upim. Dopo vari ricorsi, ad oggi, l’Apollo è ancora lì, inutilizzato.

Nel frattempo, però, l’associazione ha continuato a lavorare alacremente al progetto originario, pensando di avviare la propria attività poco lontano, all’interno di un locale seminterrato in via Bixio 80/a presso l’Istituto Galileo Galilei. Un vecchio scantinato inutilizzato a causa di un incendio e usato come discarica di ferraglia, rimesso a norma, in accordo con la dirigenza scolastica, a spese dell’Apollo 11, e denominato scaramanticamente Il Piccolo Apollo. Tutto. ciò in attesa dell’originale del Grande Apollo. Quindici anni di attività inesausta, senza finanziamenti pubblici, sostenendosi soltanto con le entrate dei biglietti calmierati e le tessere associative e con il merito di aver contribuito in modo fondamentale a sdoganare il genere documentario.

Nel periodo in cui abbiamo cominciato a programmarli con continuità, i documentari narrativi erano la forma di testimonianza cinematografica più originale; tranne lodevoli eccezioni, la fiction stava diventando stantia, molto sceneggiature erano scritte con gusto televisivo perché quello era il pubblico a cui i finanziatori pensavano. Il documentario all’epoca veniva percepito come qualcosa di divulgativo a carattere scientifico e nozionistico, non c’era l’idea di documentario inteso come narrazione cinematografica. C’erano i nostri cuginetti francesi che avevano inventato la definizione di documentario di creazione, film a tutti gli effetti in cui i protagonisti interpretano sé stessi.

Racconta Ferrente. Ed è anche grazie all’iniziativa pionieristica di Apollo 11 - la cui rassegna «Racconti dal vero» è la più longeva in Italia - che oggi il docufilm è un genere apprezzato in Italia. E anche se non ha un mercato effettivo, di fatto ormai è noto e gradito anche al grande pubblico e protagonista di un circuito creato di rassegne e cine-club dedicati. 

Ma che tipo di pubblico è quello della Casa del Documentario? Chiediamo a Ferrente.

Ci sono due tipi di pubblico. Da un lato quello locale che nel rione non ha molte alternative perché alla sera non si trova nulla. Le attività sono tutte chiuse, al centro dell’Esquilino è tutto un po’ spento, mentre noi siamo aperti sette giorni su sette, la mattina con i laboratori o i matinée per i bambini, e la sera con gli eventi. Dall’altro ci sono i cinefili accaniti che vengono da tutta Roma. Naturalmente molti nostri soci appartengono ad entrambe le categorie. Ogni tanto collaboriamo con autori ospitando i provini, per poi realizzare eventi aperti al nostro pubblico, usando i film realizzati come spunto per dibattiti soprattutto legati a temi multiculturali.

C’è da dire anche che gli incontri organizzati dall’associazione non hanno nulla a che vedere con il dibattito classico. Anziché invitare critico e regista per la presentazione di un film, Ferrente ha avuto l’acume di inventarsi una presentazione un po’ paradossale:

Nelle prime edizioni di Racconti dal vero il  film lo facevamo presentare, ad esempio, non solo dall’autore, in caso con parte della troupe e del cast, ma anche, provocatoriamente, dalla proprietaria di casa del documentarista, che doveva invogliare il pubblico a vedere il film così il regista poteva guadagnare quel tanto che bastava a pagare l’affitto... Ma soprattutto abbiamo allargato alla partecipazione di scrittori, musicisti, sociologi, psicologi, "paesologi", presenze insomma che stimolassero un incontro che andasse oltre lo schema un po’ arido del dibattito. Per la prima volta venivano mostrati su grande schermo film che prima si vedevano soltanto a casa del regista o nei festival specializzati e spesso auto-ghettizzanti, creando una consuetudine e non delle eccezioni.

Ma il Piccolo Apollo, ora chiamato per semplicità Apollo 11, è a tutti gli effetti un centro culturale a 360° che non propone soltanto la programmazione di documentari. C'è ad esempio il Premio Solinas – Documentario per il Cinema, presieduto da Anna Maria Granatello, che, proprio su proposta di Ferrente ha esteso al cinema di documentario il prestigioso premio di scrittura prima riservato alla finzione. La collaborazione con Zalab, l’associazione guidata da Andrea Segre, che propone laboratori video di auto-racconto. E ancora la Festa Romana, un format, nato dall’idea di Gianfranco Anzini che ne è curatore insieme a Daniela Mazzoli e Raffaella Lebboroni, quest’ultima conduttrice delle serate in cui chiama a raccolta i vari lettori: circa una volta al mese i lettori appassionati si riuniscono tutti insieme per festeggiare uno scrittore attraverso la lettura di brani tratti da sue opere, quelli più amati e magari dimenticati dall’autore stesso. Un modo alternativo di godere insieme della letteratura, trasformandola in una festa collettiva. La Festa romana raccoglie idealmente il testimone di quello che fu anni fa una manifestazione cult all’Apollo 11, realizzata da Lorenzo Pavolini e Francesco Piccolo dal nome Lavori in corso che prevedeva l’incontro tra autori e pubblico per presentare non un testo già dato alle stampe, ma le bozze di lavoro in fieri. Un confronto utilissimo per gli autori che hanno fatto tesoro dei feedback ricevuti, alcuni anche decidendo di non scrivere più quello che avevano in mente. E così l’appuntamento all’Apollo si rinnova ogni giorno, con la passione e le energie di chi lo tiene vivo non per ragioni di lucro, ma perché in questo progetto ci crede davvero.

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Sara Fabrizi, autrice e Social Media Manager di Roma Italia Lab.

Per contattarla direttamente, scrivile a: sarafabrizi@romaitalialab.it.


Biografia: Albano Laziale, 1992. Laureata in Filologia Moderna alla Sapienza di Roma, dal 2015 si occupa di giornalismo culturale come redattrice della rivista dell’associazione neaPOLIS. Nel medesimo anno è stata coordinatrice editoriale del volume “Peccati di lingua. Le 100 parole italiane del Gusto.” (Rubettino, 2015). Dopo l’esperienza nella segreteria organizzativa del Festival La parola che non muore (Civita di Bagnoregio, 2- 4 ottobre 2015) è divenuta responsabile comunicazione per l’associazione omonima, occupandosi del festival ANTICOntemporaneo e di Parole in Cammino. Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia. Il suo racconto Il battesimo del fuoco è stato selezionato tra i vincitori della seconda edizione del concorso letterario Cultora e pubblicato nell’antologia I racconti di cultora. È stata formatrice per social network, SEO e SEM per il corso “Una rivista di giovani per i giovani” patrocinato dalla Regione Lazio e vincitore del bando “Idee creative”. Le parole, sulla carta e nel web, sono la sua passione.

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