Le storie nascoste – o inventate – del Premio Zavattini: così la memoria si scrolla la polvere di dosso

L’archivio Aamod torna a nuova vita grazie al web: le lotte di Volonté, il Massimino di Scola ma anche una rivoluzione di androidi e un bambino mago. Ecco i progetti vincitori raccontati dalla voce dei registi. E fino al 20 maggio è aperto il bando per il 2017.


Per tramandare un ricordo è necessario raccontarlo, la memoria si fa narrazione e attraverso la voce – o nuovi occhi che la guardano – vive e cambia. Mia nonna mi ha raccontato “le sue storie della guerra” e io non sono mai sicura che riuscirò a ricordarle in modo preciso per ripeterle. Ma forse è così che il ricordo deve vivere, seguendo strade sconnesse e inciampando nei buchi della dimenticanza. La rimembranza ingessata d’altronde ci annoia. In questa direzione va il Premio Zavattini, un’energica soffiata sulle tracce impolverate del passato. Da pochi giorni è online il bando per il 2017 che resterà aperto fino al 20 maggio e che consentirà a filmaker professionisti e non di scavare nell’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Un “tesoro” di 1 mila filmati, 2mila audio, 15mila carte e 200mila fotografie.

Antonio Medici, direttore artistico del premio, spiega che l’intento è proprio quello di diffondere il patrimonio filmico dell’Aamod sfruttando le potenzialità del web. Ai giovani partecipanti selezionati viene data la possibilità di attingere dall’archivio (una parte dei filmati è caricata sul loro canale YouTube) e di inventare nuove narrazioni.

«Promuoviamo un riuso narrativo e creativo – ci spiega Medici – anche perché questi materiali, e la scena internazionale ce lo dimostra, escono sempre più dal confine del documentario storico per arrivare nei musei o nelle gallerie d’arte, nei film di finzione. Assistiamo a un riciclo che è certamente positivo».

Le maglie larghe del bando consentono di sperimentare: alcuni progetti sono ancorati al territorio e ricercano un’identità magari un po’ sbiadita dal tempo, altri sono liberi e quasi irriverenti, smontano e rimontano il materiale dando vita addirittura a un filmato di fantascienza e a un personaggio di fantasia.

«I ragazzi venivano qui in archivio e si immergevano in un mondo passato e più cercavano, più scoprivano: la curiosità alimenta altra curiosità, è così che la memoria esce dall’ingessatura della commemorazione e si fa creativa e viva» prosegue il direttore artistico.

Patrizio Partino, tra i partecipanti della scorsa edizione, per esempio non sapeva che Gian maria Volonté aveva realizzato dei cineracconti sul Vietnam con la sua voce narrante o che era stato regista per La tenda in piazza sulle lotte operaie del 1971.

«Volonté lo stimiamo tutti a parole ma poi lo si ricorda raramente – racconta Partino – ho voluto prendere l’attore scomodo e anti sistema e raccontarne il coté politico con Dimenticata militanzaDopo aver visto il materiale su YouTube ho iniziato a cercare materialmente nell’archivio trovando molto più materiale. E poi ho aggiunto altro come l’intervista a Scalzone. Volonté ha portato avanti lotte di ogni tipo, quella contro il doppiaggio per esempio: si era arrabbiato un sacco quando Sergio Leone lo aveva fatto doppiare!».

Alessandro Arfuso, insieme a Riccardo Bolo alla regia, hanno dato vita al progetto più originale Blue Screen: un corto di fantascienza. Alessandro e Riccardo hanno 26 e 31 anni ed entrambi hanno studiato alla Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volontè. La memoria viene qui capovolta e reinventata – come d’altronde spesso accade nella fantascienza o nelle distopie: gli androidi sono stati inventati e sono in ogni casa e la storia è la cronaca di un tentativo fallito di rivoluzione. In questa chiave vengono montati i filmati del Vietnam o delle manifestazioni di piazza italiane.

«Abbiamo iniziato con i filmati disponibili sul canale YouTube e poi ne abbiamo scoperti altri nell’archivio, Io personalmente ho scoperto Ansano Giannarelli, tra i fondatori dell’Aamod, e i suoi documentari che spiccano per tecnica e vivacità» dice Alessandro.

Piero Li Donni è partito da un documentario di Ettore Scola Vorrei che volo, commissionato dal Pci nel 1980 in occasioni di imminenti elezioni comunali. Il partito aveva chiesto un contributo per Napoli, Milano, Roma e Torino e al regista di Una giornata particolare era capitato il capoluogo piemontese.

«Mi volevo confrontare con materiale a colori e costruire una storia su un bambino. La mia intenzione era quella di fare un corto con materiale di archivio ma poi quando ho trovato il nome dell’attore la storia ha preso un’altra piega» spiega Piero che ha 32 anni ed è di Palermo. Il bambino – che nel documentario era simbolo di futuro e speranza – in realtà aveva passato la sua vita in carcere. «Ne è venuto fuori un confronto impietoso tra passato e presente, Massimino (che è anche il titolo del corto) fa parte di una famiglia di malavitosi di cui poi ho letto nell’archivio de La Stampa. E il confronto è anche quello tra un Paese animato da passioni civili e lotte – ieri – e dominato dall’individualismo oggi» prosegue il regista del corto che ha impostato il proprio percorso autoriale sulle città dello stivale.

«L’archivio dell’Aamod è sorprendente perché contiene un pezzo d’Italia e di mondo, non solo lotte sociali ma anche un repertorio più intimo, familiare. Quando ho visto i filmati delle colonie estive degli anni Cinquanta ho pensato che la mia storia dovesse partire da lì»

racconta Carla Oppo, nata e cresciuta sotto il sole della Sardegna e poi approdata a Roma per studiare storia. Il suo corto Fuori Programma è la storia di un bambino / mago, che con una voce ormai matura, vagabonda tra i ricordi: le colonie estive, l’infanzia, le interferenze del mondo adulto nell’universo infantile, e infine il desiderio di ribellione ed evasione. Un resoconto leggero e delicato, in cui i ricordi perdono man mano la loro solidità, si fanno più onirici, liquidi.

«E, cosa più importante, si fanno liberi – prosegue Carla – Io ho voluto marcare questo aspetto, l’idea di liberare le immagini dal loro significato più superficiale. È importante che gli archivi non prendano polvere, non si limitino a conservare, ma a riportare in vita. È un modo per tenere in vita la nostra storia, per arricchirla di nuove interpretazioni. Ed è stupendo, perché allo stesso tempo è la nostra memoria a tenere in vita il cinema. È un legame magico».

I corti saranno presto disponibili sul sito dell’Ammod, intanto si può pensare di realizzarne uno – per la nuova edizione del premio – immergendosi nelle immagini di ieri dell’archivio.

© Riproduzione riservata

Il luogo di questo articolo