Roma, set da brividi

Dagli anni del cinema neorealista fino alle ultime produzioni: una "selezione da brividi" dei film girati a Roma

Brividi di emozione, brividi di paura o la cosiddetta “pelle d’oca”: quante volte avete utilizzato una di queste espressioni guardando un film al cinema o davanti la tv. I film sono in grado di suscitare in noi spettatori una miriade di sensazioni e reazioni; ci sono scene d’amore, d’azione e di paura che possono colpirci o sconvolgerci; ci sono personaggi in cui ci immedesimiamo o che ammiriamo per gli ideali che incarnano in poche battute, in una scena o in tutto il film; ci sono immagini cinematografiche che possono emozionarci più della storia raccontata e restare intatte nella nostra memoria per il tipo di inquadratura, per il raro stupore provocato o semplicemente per un motivo non spiegabile in maniera razionale.

Molti film vedono come protagonista Roma e sono stati girati nella capitale; non potendo fare un elenco completo, posso solo menzionare alcuni di questi film, quelli che in qualche modo sono entrati nella mia vita e non sono più andati via. Alcuni li ho amati sin dalle prime battute e inquadrature, altri ho imparato ad apprezzarli con il tempo, rivedendoli una o più volte.  Tutti quelli che citerò –  dai film della stagione del Neorealismo a quelli visti negli ultimi mesi –  hanno procurato in me forti emozioni, stati d’animo diversi, brividi indimenticabili.

Roma città aperta (1945), regia di Roberto Rossellini. I tedeschi avevano da poco lasciato il suolo romano e gli studi di Cinecittà erano utilizzati come rifugio per gli sfollati. Il regista e la troupe improvvisarono le riprese di alcuni interni nel vecchio Teatro Capitani, in via degli Avignonesi 32, dietro via del Tritone. La scena centrale del film, quella della corsa dietro il camion dei tedeschi e dell’uccisione di Pina, interpretata magistralmente da Anna Magnani, girata in via Raimondo Montecuccoli nel quartiere Prenestino-Labicano, è una delle sequenze più celebri del Neorealismo e del cinema italiano. Ho sempre i brividi ogni volta che rivedo la scena della fucilazione di don Pietro Pellegrini, interpretato da Aldo Fabrizi, personaggio con il quale Rossellini rende omaggio alla fermezza morale di due presbiteri e partigiani italiani, don Morosini e don Pappagallo, uccisi dai nazisti a Roma nel 1944. Il fischio dei bambini al di là della rete (emblema della generazione della ricostruzione post bellica) è il suono-richiamo dei più piccoli, autentico insegnamento morale per i più grandi.

 

 

Umberto D (1952), scritto e sceneggiato da Cesare Zavattini, regia di Vittorio De Sica. Uno dei film di De Sica meno compresi dal pubblico, come il precedente Ladri di biciclette (1948). «Rintracciare il drammatico nelle situazioni quotidiane, il meraviglioso nella piccola cronaca», con queste parole De Sica cercava di spiegare le scelte operate in quegli anni nelle vesti di regista. Anche se il dramma si consuma attraverso una narrazione lineare che nega ogni effetto spettacolare, il finale con il tentato suicidio di Umberto e la conseguente fuga del fedele cane Flaik mi commuove sempre. Brividi di emozione al pensiero di un ipotetico ritorno alla vita del protagonista grazie al suo amico a quattro zampe, con cui si riconcilia attraverso il gioco e una lieve ventata di ottimismo.

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Mamma Roma (1962), scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini.  È il secondo film del regista-scrittore, in cui mette in scena, come nell’Accattone (1961), la periferia romana e i suoi protagonisti. Mamma Roma (Anna Magnani) è una prostituta romana decisa a cambiare vita in cerca di riscatto per se stessa e per il giovane figlio Ettore. Le scene iniziali sono girate a Casal Bertone, le riprese della nuova casa al Quadraro (in particolare gli esterni nel Parco degli Acquedotti), le ultime scene a Tor Marancia davanti all’Istituto San Michele di via Odescalchi. La scena della morte in carcere di Ettore legato al letto colpisce per la suggestiva inquadratura dal basso, chiaro riferimento al Cristo morto del Mantegna. Mamma Roma tenta il suicidio dalla finestra, ma la vista della cupola della basilica di San Giovanni Bosco la fa desistere dai suoi propositi. Brividi!

L'Eclisse (1962), regia di Michelangelo Antonioni. Il film è un’evidente critica alla società del tempo, caratterizzata da un crescente benessere materiale e da una profonda crisi esistenziale. Le caotiche scene ambientate nelle sale della Borsa di Roma si alternano a lunghi momenti di silenzio e alle “fredde” inquadrature del quartiere dell’Eur. Le pause lente e le atmosfere sospese enfatizzano l’incomunicabilità che domina il rapporto tra Vittoria (Monica Vitti) e Piero (Alain Delon), i due protagonisti. Una mattina Piero saluta Vittoria: «Alle 8. Solito posto». Queste sono le ultime parole che si scambiano, perché nessuno dei due si presenterà all’appuntamento. Sul finale le inquadrature di architetture metafisiche, ispirate alla visione malinconica delle città dechirichiane, rivelano la natura di questa relazione interrotta e del vuoto interiore avvertito dai protagonisti e dalla generazione dell’epoca.

Nell’anno del Signore (1969), regia di Luigi Magni. Il film fa riferimento a un episodio storico realmente accaduto nel 1825: l'esecuzione capitale di due carbonari nella Roma papalina. La statua parlante di Pasquino si anima di pungenti satire in versi. Dietro le cosiddette “pasquinate” contro la corruzione e l’arroganza dei rappresentanti del governo si nasconde il ciabattino Cornacchia (Nino Manfredi), che con il suo ultimo epigramma invita il Papa a giustiziare i due carbonari nell'amara consolazione che «li morti pesano […] la barca della rivoluzione naviga sul sangue».

Roma (1972), diretto da Federico Fellini. Una Roma visionaria popolata da personaggi eterogenei e pieni di contraddizioni. Le suggestive inquadrature, anche degli angoli più segreti e impensabili della città, procedono una dopo l'altra senza un filo narrativo evidente e secondo un gusto a volte lirico, a volte satirico. Indimenticabile la sfarzosa sfilata degli abiti ecclesiastici.

Un borghese piccolo piccolo (1977), diretto da Mario Monicelli, tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami. Con questo film Monicelli sembra voler porre fine alla “commedia all’italiana”. Grande prova attoriale di Alberto Sordi, che restituisce credibilità alla complessa psicologia di Giovanni, personaggio che vede crollare le proprie convinzioni e certezze morali dopo la morte del figlio Mario, fino a diventare un crudele carnefice per vendetta. Le scene delle torture, a cui Giovanni fa assistere anche l’invalida moglie, lasciano lo spettatore senza fiato. E questo non è un episodio isolato; Giovanni, ormai macchiato da questa colpa, tornerà a farsi giustizia da solo.  

Una giornata particolare (1977) di Ettore Scola. È l’incontro di due anime diverse ma entrambe vittime della propria epoca: Antonietta (Sophia Loren) è una casalinga ingenua e poco istruita plagiata dal mito del Duce; Gabriele (Marcello Mastroianni), annunciatore radiofonico licenziato perché omosessuale, rappresenta quella parte del popolo consapevole ma impotente di fronte alla violenza squadrista. Il film è girato in una delle case di Viale XXI Aprile dei cosiddetti palazzi Federici, le case popolari costruite negli anni Trenta a Roma. La scena sul terrazzo è una delle scene d’amore – un amore insolito, fatto di comprensione e condivisione della solitudine, ma comunque amore – più emozionanti del cinema italiano.   

Amore tossico (1983) di Claudio Calligari. Il tema centrale è la dipendenza dall’eroina diffusa negli anni Ottanta. Il regista utilizza come attori persone realmente eroinomani o che comunque avevano avuto un passato di tossicodipendenza. Tra Ostia e Centocelle un gruppo di ragazzi trascorre la propria drammatica quotidianità tra consumo di stupefacenti, piccoli litigi e rapine per procurarsi le dosi. Calligari recupera il gusto narrativo del cinema neorealista, anche nel linguaggio volgare e realistico dei personaggi. La scena della morte di Michela è stata girata davanti al monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini, nel luogo in cui è stato rinvenuto il suo cadavere. Nel 1998, con L’odore della notte, Calligari continua a raccontare la borgata romana. Il protagonista stavolta è Remo Guerra (Valerio Mastandrea), poliziotto di giorno e di notte capo di una banda che rapina senza pietà i ricchi romani, sia uomini che donne, con violenze, feroci pestaggi e minacce, in nome di una “guerra” personale e di un riscatto sociale mai raggiungibile. Nel 2015, con Non essere Cattivo si chiude l’ideale trilogia del regista Calligari, deceduto poco dopo aver terminato le riprese del suo ultimo capolavoro.

La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana. Racconta trentasette anni di storia italiana, dall'estate del 1966 fino alla primavera del 2003, attraverso le vicende di una famiglia della piccola borghesia romana. Le strette inquadrature sugli occhi di Giorgia (Jasmine Trinca), la ragazza sottoposta all’elettroshock e amata da entrambi i fratelli protagonisti (Alessio Boni e Luigi Lo Cascio), sono rimaste intatte nella mia memoria.

Romanzo criminale (2005), regia di Michele Placido. Anche all’interno di una storia cruda ispirata alle vicende della Banda della Magliana è possibile trovare un’insolita storia d’amore da brividi, quella tra Il Freddo (Kim Rossi Stuart) e l’innocente Roberta (Jasmine Trinca). La scena della goffa ma tenera dichiarazione davanti alla Madonna dei Pellegrini del Caravaggio nella basilica di S. Agostino è emozionate come poche.

La nostra vita (2010), diretto da Daniele Luchetti. È un film lucido e duro, che narra la parabola di Claudio (Elio Germano), un operaio edile afflitto dalla morte della moglie e dai debiti. La cruda realtà dei cantieri e la disperazione emotiva ed economica lo portano a commettere azioni moralmente inaccettabili. Vittima e allo stesso tempo colpevole della società in cui vive, il protagonista cerca di mandare avanti la propria vita e quella dei figli senza capire che «non tutto s'aggiusta con il denaro», come gli rivela il figlio dell'operaio morto nel suo cantiere. La scena del funerale della moglie, in cui Claudio canta con i figli Anima fragile di Vasco Rossi, urlando tutto il suo dolore, è un lunghissimo brivido.

Un giorno perfetto (2008), regia di Ferzan Özpetek, tratto dall'omonimo romanzo di Melania Gaia Mazzucco. Film dai toni noir, racconta l'ossessione amorosa di Antonio (Valerio Mastandrea) nei confronti della moglie Emma (Isabella Ferrari), che termina in un’inaspettata tragedia. Il finale che nessuno vorrebbe immaginare è un amaro brivido lungo la schiena.

Sempre con Valerio Mastandrea come protagonista, Gli equilibristi (2012) di Ivano De Matteo. Giulio è un impiegato comunale che si separa dalla moglie dopo la scoperta di un tradimento. Il film è un autentico spaccato della società contemporanea e della situazione dei padri separati sovraccaricati dagli alimenti. Commoventi i tentativi di Giulio di andare avanti senza perdere completamente la propria dignità, con l’ormai amara consapevolezza che «il divorzio è per quelli ricchi». 

La grande bellezza (2013), diretto da Paolo Sorrentino. Il regista raffigura una Roma chiassosa, goliardica e piena di contraddizioni, secondo alcuni critici simulando quell'immagine della capitale già riportata da Fellini. Brividi “freddi” per la superficialità dei personaggi messi in scena, tutti sull’orlo di una disperazione frivola e senza rimedio. Più che la trama, ho apprezzato il ritratto fotografico di una Roma immersa nelle bellezza del passato e nel caos degli eventi mondani. Molti più brividi e partecipazione emotiva, invece, per la recente visionaria serie televisiva The Young Pope, girata da Sorrentino negli studi di Cinecittà, dove sono stati ricreati gli interni del Vaticano.

Il 2016 è stato un anno importante per il cinema italiano e ancora una volta con Roma protagonista. Grande successo per Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto e prodotto da Gabriele Mainetti, che inaugura un nuovo filone senza trascurare le problematiche della vita reale. Nel popolare quartiere di Tor Bella Monaca, Enzo (Claudio Santamaria) acquisisce dei super poteri e diventa un inconsapevole eroe. La scena al Luna park dell’Eur è un’immagine cinematografica già indimenticabile.

Brividi di paura, emozioni forti e suspense che lasciano senza fiato in caso di film horror o thriller. Dopo le famose pellicole di Dario ArgentoInferno (1977) e Terza Madre (2007) – molti registi internazionali hanno utilizzato Roma come set: Angeli e demoni (2009), thriller diretto da Ron Howard e basato sull'omonimo romanzo best-seller di Dan Brown; Il rito (2011), diretto da Mikael Håfström e con l’attore Anthony Hopkins nelle vesti di un prete esorcista; L'altra faccia del diavolo (2012), regia di William Brent Bell, un altro film sull’esorcismo con riprese a Roma e nella Città del Vaticano.

Concludo con Hope Lost (2015), diretto dal regista romano David Petrucci, con attori stranieri come Mischa Barton, Danny Trejo, Michael Madsen e Daniel Baldwin, e gli italiani Francesca Agostini Francesco Acquaroli. Il film, visto finora solo in lingua inglese, non è ancora uscito nelle sale italiane. La condizione di schiavitù delle prostitute straniere condotte a Roma con l’inganno e le sadiche torture a cui vengono sottoposte sono riportate all'interno di scene crude e realistiche, necessarie per raccontare in maniera veritiera uno dei drammi sociali più atroci di cui sono vittime le donne.    

 

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Storico dell’arte, archivista e curatore. 

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Cresciuta in una tranquilla città di mare, ho sempre mirato lo sguardo verso orizzonti indefiniti. Poi è arrivata la frenetica e caotica Roma e qui adoro perdermi tra i vicoli e le storie di quartiere. Non riesco a stare ferma, ho bisogno di fare più cose contemporaneamente, sempre credendoci! Sognatrice e idealista, amo mixare le mie passioni: arte, fotografia, poesia, cinema e teatro... altrimenti mi annoio. 

Come un cannibale di notte divoro libri e serie tv, oppure scrivo tutto quello che mi passa per la testa e che non farò mai leggere a nessuno. Raccolgo oggetti trovati per strada, sono sempre alla ricerca di nuovi amuleti.   

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