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Confessioni

Sì, finalmente un po' di pace. Ossigeno nella nostra vita. Ne abbiamo bisogno e non sappiamo più dove trovarlo. Tiriamo il fiato, respiriamo a fondo, prima di essere risucchiati nuovamente nel vortice di rabbia, frustrazione, competizione, disonestà, individualismo, intolleranza che si è impossessato delle nostre esistenze.

Lo confesso, senza vergogna. Confesso di aver pianto due volte nelle quattro ore che hanno preceduto la stesura di questo articolo. Eppure, in questo spazio di tempo non mi è capitato nulla di brutto, né qualche evento eccezionale. Ho pianto nel salotto di casa, dopo pranzo, seduto alla poltrona accanto a mia moglie. Sullo schermo, le scene finali di Maccheroni, uno dei capolavori di Ettore Scola. Poco dopo, ho pianto sulla metro, mentre andavo al giornale, nel tratto tra Eur Palasport e Colosseo, sette fermate per leggere uno dei racconti di Daniele Del Giudice recentemente usciti da Einaudi, Popiove.
È facile dedurre che vi trovate di fronte al classico esempio di uomo fragile, sensibile, emotivo, uno dalla lacrima facile, insomma. Siamo tanti, molti più delle stime ufficiali (tanti uomini fanno fatica ad ammetterlo anche a se stessi). Per quel che mi riguarda, è certamente così, ripeto, non me ne vergogno. Ma non è questo il punto. La questione è un'altra e molto più ampia. Innanzitutto, bisogna interrogarsi sul motivo: perché ci si commuove così facilmente? 

Nella scena finale di Maccheroni, Antonio, l'archivista-commediografo napoletano interpretato da Marcello Mastroianni, è morto e il giorno dopo la sua famiglia è riunita per il pranzo. A tavola, c'è anche Robert, un fantastico Jack Lemmon, il manager americano tornato a Napoli dopo quarant'anni che in due giorni gli è diventato amico e che ora, mentre sta per scoccare l'una, aspetta che Antonio nella stanza accanto resusciti, come ha già fatto due volte nella vita, con una fame da lupo e si sieda a mangiare il piatto di maccheroni preparato dalla moglie. Lo sguardo pieno di speranza che Robert rivolge alla campanella, nell'attesa che l'amico tiri la cordicella e la faccia suonare, e la tenerezza con cui sposta il suo piatto di pasta e le sue posate a capotavola, nel posto che occuperà Antonio appena si risveglierà, sono inni all'amicizia, messaggi di speranza e due carezze sui cuori di tutti noi. 

Popiove è il nome del gatto grigio e paffutello, un "cicciobello negro", a cui dopo la morte Daniele Del Giudice dedica un raccontino, apparentemente solo l'elenco dei posti negli appartamenti di Roma, Milano e Venezia dove lo scrittore ha vissuto e dove il felino ha trascorso le sue giornate. «Posso elencarli - scrive lo scrittore -, perché con gli anni avevo imparato dov'era in ogni momento della giornata, e così lui di me». Basterebbe questo, ma in realtà c'è molto, molto di più. Chiunque abbia condiviso con un animale un pezzo della propria esistenza, può facilmente riconoscersi nella nostalgia con cui lo scrittore elenca i luoghi scelti da Popiove: una poltrona, il bracciolo del divano, una lampada, il letto, il gradino della cucina, la moquette al centro del salotto... E può facilmente identificarsi in quell'idea, in realtà un sentimento, che un gatto, o un cane, che mangia con te, che si sveglia e va a dormire con te, che ti aspetta a casa, sia molto più di un animale, sia il compagno di viaggio con cui sogni di fare, un giorno o tutti i giorni, quello che Del Giudice immaginava due mesi prima che Popiove morisse: «... un giorno prenderò l'aereo e decollerò dal Lido, metterò la prua verso il mare, chiuderò la radio e piano piano me ne andrò col mio gatto, e per sempre nelle notti e nei giorni noi due voleremo...».E a leggerla, questa immagine, sembra sempre realizzabile, nonostante la morte poi sia arrivata, il dolore sia passato così velocemente da generare un senso di colpa, e sia rimasto un vuoto che il resto della vita e nuovi compagni difficilmente colmeranno, quello che a distanza di mesi o anni fa scrivere all'autore: «Da un po' di tempo mi sembra di perdere senza nulla acquisire: perdere componenti fondamentali del mio equipaggio, che la vita aveva messo insieme».
Queste parole mi hanno commosso, come gli sguardi di Jack Lemmon nei panni di Robert, come le lettere piene di imprese che per quarant'anni Marcello Mastroianni nei panni di Antonio scrive a nome dell'americano, da ogni angolo del mondo ma in realtà sempre dallo stesso posto, la sua scrivania nell'archivio del Banco di Napoli, perché la sorella Maria, che si era innamorata di quel giovane soldato durante la Guerra, e poi il resto della famiglia che cresce e aumenta nella casa un po' sgarrupata di Bagnoli, continuino ad avere di lui un'idea quasi mitologica. 

Sì, tutto questo ci emoziona. Perché, seppure solo per lo spazio di un film o di un racconto, ci trasmette messaggi positivi. Amicizia, amore, fedeltà, solidarietà. La solidità dei rapporti che fa la bellezza della vita. In una parola, pace. Sì, finalmente un po' di pace. Ossigeno nella nostra vita. Ne abbiamo bisogno e non sappiamo più dove trovarlo. Tiriamo il fiato, respiriamo a fondo, prima di essere risucchiati nuovamente nel vortice di rabbia, frustrazione, competizione, disonestà, individualismo, intolleranza che si è impossessato delle nostre esistenze. Siamo continuamente arrabbiati, con i nostri cari, col vicino, con il nostro capo, con i ricchi, con gli evasori (ma noi siamo vergini?), con il governo, con gli immigrati, con i tedeschi, con i poverissimi e i ricchissimi.
Siamo arrabbiati e disorientati, non abbiamo più guide, punti di riferimento, narrazioni efficaci della realtà in cui riconoscerci, pensieri dominanti a cui sentire di appartenere. Ci manca terribilmente la figura dell'intellettuale organico, così come lo definì Gramsci, colui che era in grado di trasformare un corpus di idee e valori in un nuovo spirito del tempo, in una nuova egemonia culturale.
La sinistra è sparita, prima che politicamente, culturalmente. Come ha scritto il saggista francese Christian Salmom, l'intellettuale organico di Gramsci ha ceduto il passo prima all'intellettuale al servizio del capitalismo, il cui unico scopo era gestire (e possibilmente, eliminare) gli inevitabili conflitti prodotti dalla globalizzazione del capitale, mentre oggi nel nostro panorama culturale c'è spazio solo per quel triste fenomeno che Salmon definisce "trumpizzazione (o lepenizzazione, o salvinizzazione, a seconda delle latitudini) degli spiriti", che ha successo nell'opinione pubblica ma non crea una nuova soggettività e si limita a fare da cassa da risonanza quotidiana a tutti i nostri risentimenti (e proprio per questo riscuote facile successo). Mancano gli intellettuali che mettano ordine nel racconto del mondo, che, per dirla alla Foucault, producano un nuovo ordine narrativo in grado di ispirare e "condurre le condotte".
La sinistra è vittima della fine delle ideologie. Da allora, come ha detto recentemente Walter Veltroni in un’intervista a Sebastiano Messina, ha smesso di immaginare. Si è appiattita sul presente e oggi, incredibilmente, appare una forza che «garantisce la continuazione di una società che ha un livello di ingiustizia, di diseguaglianza, di precarietà, e dunque viene investita dalla protesta della gente». È vero, nel voto ai Cinquestelle, a Torino e soprattutto a Roma, c’è tanto voto a sinistra. Il voto di chi si sente smarrito, arrabbiato e vuole protestare. Se la sinistra sarà in grado di cambiare, saprà farsi carico del disagio sociale e assumere su di sé il malessere e il dolore che ormai sono esplosi dappertutto, quel voto tornerà. E sarà meglio per la nostra società. Altrimenti, i populismi dilagheranno, qui e altrove.

Se non siamo in grado di offrire modelli nuovi ai nostri figli, se li facciamo crescere nel vuoto culturale, se non sappiamo dargli anticorpi, se non riusciamo più a spiegargli l’importanza che ha la qualità dei rapporti umani, perché ci stupiamo se molti prodotti delle borgate vanno a ingrossare le organizzazioni xenofobe e parafasciste, gli eserciti che trasformano in azione quasi sempre violenta quella gamma di risentimenti alimentata quotidianamente dal pensiero di destra? Ha scritto egregiamente Eraldo Affinati, candidato allo Strega: «Lasciate stare le bandiere sventolate nei salotti della Grande Bellezza. Scendete da cavallo e baciate il lebbroso (spirituale) dei giorni nostri: ha una moglie e due figli, abita a Casetta Mattei, lavora ai ponteggi, guadagna mille euro. Per mantenere la sua famiglia fa una rivoluzione al mese. Se non parlate con lui, continuerete a vincere soltanto a Corso Francia».

È proprio questo che ci manca. Ed è per questo, purtroppo, che mille Sorrentino non faranno mai un Ettore Scola. Che un Jep Gambardella non farà mai una Donna Amalia, la mamma dell’Antonio di Maccheroni, quando tra le piante e i frutti del suo terrazzo, in un malinconico pomeriggio napoletano, ammonisce:«La vita sceglie a chi le vuol bene». Non serve aggiungere altro.

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