Dove eravamo rimasti?

Ecco, in questo quadro desolante l'evasione sarebbe una facile via d'uscita, per chi se la può permettere. Con l'estate, del resto, viene sempre voglia di fuggire, almeno con la... fantasia. Non costa granché, giusto l'amaro in bocca che inocula l'inevitabile risveglio, ma nella fuga ci si sente più leggeri, freschi, asciutti.

Dov'eravamo rimasti? Ah, sì. La chiamavano estate, l'aria immobile, l'afa nelle nostre stanzette affogate e ogni cosa, vestiti, utensili, mobili, sembrava cascarci addosso, come in un racconto di Moravia.

Il peso di questo tempo si fa ogni giorno meno sopportabile, in questo universo non c'è posto per la grazia né per una qualche forma di ispirazione. Siamo eternamente in conflitto, tanti soldati con l'elmetto calato e il fucile imbracciato, ognuno in lotta per la propria sopravvivenza. Contro il vicino, contro il capo, contro l'immigrato, contro il diverso. L'autunno del patriarca è in realtà di ognuno di noi. L'estate, almeno così la chiamavano, non ci ha aiutato. Una volta ci rendeva tutti più tranquilli e rilassati al sole, ci dava il tempo di mettere gli occhi sulle pagine di un libro e spegnere la luce sul mondo e le sue infelicità. Oggi, la realtà è diversa. Praticamente, il tempo libero non esiste più, nemmeno d'estate. Siamo diventati tutti dei criceti sulla ruota, e continuiamo a girare, sempre di fretta, perennemente incazzati. E anche quando rallentiamo, siamo stati così invasi dagli smartphone e dalle altre diavolerie tecnologiche (tanto idolatrati da offrirgli in sacrificio le nostre vite sulle autostrade) che non riusciamo proprio a disconnetterci con il mondo, gli occhi sempre fissi sullo schermo, instancabilmente rapiti dall'attualità, dall'ansia di possibili colpi di Stato, attentati terroristici, nuovi disastri economici. E anche, forse, profondamente soli, perché abbiamo perso l'abitudine ai rapporti umani.

Ecco, in questo quadro desolante l'evasione estiva sarebbe stata una facile via d'uscita, per chi se la può permettere. Con l'estate, del resto, viene sempre voglia di fuggire, almeno con la... Fantasia. Non costa granché, giusto l'amaro in bocca che inocula l'inevitabile risveglio, ma nella fuga ci si sente più leggeri, freschi, asciutti. Come nelle case dei ricchi di una volta, quando si beveva una bibita ghiacciata
nella penombra del salotto, al fresco, in rispettoso silenzio. Ecco, dunque: pur sfiancati da una città che abbiamo ritrovato sfatta e maleodorante, sarebbe stato bello, se non altro un divertissement, regalarsi un po' di trasgressiva leggerezza nel raccontarci, che so, del piccolo brivido di rivoluzione che deve aver attraversato quelle ricche signore dell'Eur che hanno passato l'estate a Capalbio (senza migranti, per carità) o al Circeo a raccontare a tutti e tutte di aver votato grillino (ma hanno omesso di essersene pentite). Più o meno la stessa leggerezza con cui le signore eleganti e altolocate che calavano a Portofino a metà dei ruggenti Sessanta sfoggiavano pigiami maschili. E sarebbe stato perfino divertente sorridere ancora del sussulto giovanilista con cui il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, solitamente aderente al protocollo, in un giorno di fine luglio ha definito il dibattito sul referendum costituzionale (e sul suo eventuale spacchettamento) "surreale come la caccia ai Pokemon". Wow, che fantasia. La stessa con cui, ogni benedetta estate, Michele Serra ci regala il solito pezzo con la solita cara vecchia satira alla Benni: quest'anno, ovviamente, la paura del terrorismo ha spinto milioni di italiani a rinunciare alle vacanze all'estero e tornare alle tradizionali vacanze nazionali, perciò riecco i grandi alberghi dei primi del Novecento in Liguria, la movida sulla Riviera romagnola e il vip-watching a Porto Cervo, ora anche prenotabile su Internet.

Sarebbe stato bello e divertente, ma non me lo posso permettere. La leggerezza è un'irresistile tentazione, ma anche una perversione, dice Michael Kaine in una scena di Youth, l'ultimo gioiellino di Sorrentino per il grande schermo. Già. Non c'è spazio, non dovrebbe essercene per la leggerezza. Evadere, oggi, è da vigliacchi. Eppure, ogni santo giorno, proprio questo facciamo, noi giornalisti, o almeno quello che siamo diventati: evadiamo dalla realtà. Dalla vita vera.

Abbiamo smesso di raccontare quello che succede realmente intorno alla gente, ai nostri lettori, e non gli spieghiamo perché è accaduto. Preferiamo intervistare il solito politico di terza o quarta fila che dice le solite banalità. E anche quando un fatto di cronaca è così drammaticamente eclatante da non poterlo ignorare, lo seguiamo con un esercito di inviati più a caccia di gossip e dolore che di notizie e retroscena. Di recente, è accaduto per lo scontro tra treni in Puglia. E comunque, di inchieste vere che durino giorni e occupino spazio, che provino a raccontare la verità, senza timori e senza convenienze, se ne leggono sempre meno. A meno che non si verifichi un terremoto, in Italia ormai ogni 5-6 anni, con la triste conta dei morti sotto macerie evitabili, se si fosse costruito bene, rispettando le norme e con un pizzico di lungimiranza. E allora, qualche sussulto del giornalismo d'inchiesta che fu riesce a dare notizia di sé. Fino al prossimo viaggio di Renzi, o alla prossima crisi della giunta capitolina, a quella sì che non si risparmia nulla. Che dire? Una volta, i nostri padri speravano che l'immaginazione andasse al potere. Oggi, dobbiamo constatare che ai giornali non si è mai nemmeno avvicinata.

Del giornalismo sportivo, poi, non è rimasta nemmeno la seconda parola. Lo sport, non esiste più. Esiste il tifo. La cronaca, il racconto asettico di un avvenimento è sparito da tempo. Rimpiazzato da telecronache faziose, domande sdraiate, ricostruzioni comode. Pezzi che devono trasmettere fiducia, ottimismo. Mai una critica, ma mai nemmeno un dubbio. Solo carezze, buone parole. E così, la candidatura olimpica di Roma 2024 doveva essere sostenuta fino in fondo, anche ora che manca solo un pronunciamento del Consiglio comunale per decretarne la fine, a dispetto dei santi e di una sindaca che "ha buttato al vento una meravigliosa opportunità", senza chiedersi se tutta questa contrarietà di una parte politica (e, evidentemente, della grande fetta di popolazione che l'ha eletta) sia solo l'effetto della deriva populista in cui effettivamente stiamo annegando, per cui "no alle grandi opere perché è la solita cricca, perché sono solo sprechi e ruberie", o se non ci sia anche qualche falla nel dossier confezionato da MalagòMontezemolo, se non si poteva pensarlo un po' più per la città, ad esempio. Se si fosse coinvolto il Comune fin dalle prime ore, se si fosse raccontato ai romani, sul territorio, che il fascino di avere un'Olimpiade sotto casa non ha eguali.

E così, Higuain va alla Juventus, arriva a Torino, l'unica tv che può intervistarlo è Sky, perché paga, e l'inviato non può, non vuole o non è in grado di chiedergli quello che chiunque vorrebbe sapere: perché ha lasciato Napoli? Spiace dirlo, spiace davvero: ma questo non è giornalismo. E non è un caso che dalla pagine sportive siano sparite le firme degli intellettuali. Una volta, Dino Buzzati era inviato al Giro d'Italia, Gianni Brera la prima firma dello Sport di RepubblicaMario Soldati scriveva per il Corriere, Arpino sul Giornale, Oreste del Buono raccontava i Mondiali di calcio per La Stampa. E come ha detto qualche tempo Gianni Mura in una bellissima intervista a Linkiesta, gli scrittori scrivevano in quanto scrittori. Oggi, quando sono chiamati in causa, lo fanno da tifosi. Come al bar. Veronesi interviene da juventino, Gramellini da granata. Scrivono non perché abbiano da dire qualcosa sul calcio, ma perché sono tifosi.

Come sosteneva il poeta Valentino Zeichen, che Moravia definì "un'eco di Marziale nella Roma contemporanea", tra scegliere se interpretare la vita con un pizzico di fantasia o adattarsi al suo spietato grigiore, noi stiamo dalla parte dello spietato grigiore, ovviamente. La fantasia è arbitraria, non si può evadere dalla realtà. Al massimo, si può sperare in un ultimo sublime cucchiaio di Totti (se Spalletti consente). Lunga vita al capitano.

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