La memoria e il lutto: un’analisi antropologica sulle processioni del Venerdì Santo

Le processioni del Venerdì Santo e i riti collettivi densi di pathos diventano fondamentali per esorcizzare la memoria storica della morte


Nel 1958 Ernesto De Martino pubblica Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre al pianto di Maria, una complessa e articolata indagine che sviluppa il tema della lamentazione funebre e di come tale rito sia presente nell’Italia del sud, nei luoghi lontani e solitari decantati da Carlo Levi in Cristo si è fermato ad Eboli (1945), in cui il meridione è descritto come spazio della memoria, luogo depositario di riti arcaici, insito di forme larvali di superstizione, inscritte entro i complessi cicli della vita e di morte.
Levi, delinea queste geografie come spazi vacillanti, drammaticamente scavati nell’architettura fobica del nero antropologico: «le porte di quasi tutte le case, che parevano in bilico sull’abisso, pronte a crollare e piene di fenditure, erano curiosamente incorniciate di stendardi neri, alcuni nuovi altri stinti dal sole e dalla pioggia, sì che tutto il paese sembrava in lutto, o imbandierato per una festa della Morte. Seppi poi che è un usanza porre questi stendardi sulle porte delle case dove qualcuno muore, e che non si usa toglierli fino a che il tempo non li abbia sbiancati».
Si percepisce come la cultura meridionale in questo senso, abbia nel corso della storia non allontanato l’idea della morte, ma l’abbia invece circoscritta nei propri quadri vitali, trovando dei momenti di convivenza attraverso un’altalenanza tra i tempi sacri e quelli profani. L’addomesticazione è avvenuta elaborando il negativo, attraverso gli strumenti magico-rituali, volti ad attenuarne la drammaticità della morte che diventa parte integrante della vita sociale e degli scambi simbolici degli individui.


Venerdi Santo, Puglia 2008


Nell’opera demartiniana la morte, quindi, è percepita come uno “scandalo”, perché segna il soppravvento della natura sulla cultura, imponendo forme di riscatto culturale; ma in questa drammaticità storica, in cui sono persi i riferimenti atavici, l’uomo approda in una foresta di simboli ostici in cui la morte è sinonimo del viaggio oscuro per antonomasia, il più complesso dei cammini e dei percorsi che irrevocabilmente conduce il defunto verso l’ignoto e verso il concetto emblematico del ponte.
All’idea della morte come viaggio-memoria, come spostamento e migrazione, si sono modellate molte pratiche rituali svolte intorno al cadavere a decesso appena avvenuto. Nell’antico Salento, il defunto veniva lavato accuratamente, vestito con il suo abito migliore e calzato di scarpe nuove. Nella bara sotto il corpo si ponevano l’abito da lavoro, la maglia di lana e altri indumenti personali e infine si aggiungevano gli oggetti a cui il morto era particolarmente legato. Inoltre si usava porre nella bocca del defunto anche una moneta che doveva servire come offerta mitica da dare a Caronte antica divinità psicopompo.
Le prefiche e le lamentatrici descritte in Morte e pianto rituale, divengono portatrici simboliche di quella complessa collettivizzazione del dolore e delle morti individuali, dove il nero è colore dell’assenza, del mondo sotterraneo dei defunti e del lutto, di quel viaggio che antropologicamente viene a definirsi come un evento destrutturante.


Venerdi Santo, Puglia 2011


Il tempo della morte resta che immaginarlo, fissarlo nei meandri della memoria metafisica, di cui però non si conoscono i parametri ontologici, ma si possono immaginare delimitabili entro quell’apertura e quel varco simbolico e metastorico che in sede antropologica è definita da Luigi Maria Lombardi Satriani come Il Ponte di San Giacomo, una cornice nera che chiude un tempo definito e codificabile e conduce verso il tempo della memoria e dell’incertezza.
Nella cultura popolare, intesa come portatrice e sostenitrice delle più arcaiche tradizioni, la morte è un evento denso di significati che comporta un atteggiamento e un modello popolare del lutto e della lamentazione funebre che si esprime nella sfera dell’artefatto, della riproposizione memonica del dramma storico presente nelle processioni del Venerdì Santo, che vede l’ambulazione dei simulacri del Cristo morto e della Mater Dolorosa. Queste processioni notturne, dense di pathos, in cui le marce funebri suonate enfatizzano il dolore, fungono come possibilità e strumento concreto di superamento della morte, evocando nella memoria collettiva e storica il decesso di Cristo, come il funerale per eccellenza, un evento mitico che riproponendolo nella contemporaneità reale, richiama al dramma delle morti private.
Un “teatro popolare” che si genera nel rito, recuperato annualmente nei cicli primaverili, una messa in scena luttuosa fatta di donne e uomini che coprono totalmente i loro visi, annullando così la propria identità per cancellarne ogni traccia di vita sbiadita e unificarsi a quelle effigi di dolore trasportate lentamente tra le strette vie dei paese antichi del sud.

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Storico dell'arte e docente, collabora presso l'Università di Roma Tor Vergata. Si occupa di tematiche antropologiche e di come queste si riverberano nella storia dell'arte. E' autore di numerosi saggi specialistici.