Monuments Men nostrani

Non stiamo parlando di persone preparate, non sono sempre stinchi di santi, abili agli usi e al costume del volontariato e dell'emergenza. Sono solo esseri umani come tanti come noi, che difronte alle immani tragedie della vita siano esse guerre o catastrofi ambientali, sentono forte una chiamata, una voce che spinge a fare qualcosa di concreto per salvaguardare la memoria storica di un Paese.

Quando si è deciso l'argomento di questo numero, il ragionamento è stato soprattutto in termini di positività. I fatti del 24 Agosto con il terremoto di Amatrice, Accumoli e tutti i paesi limitrofi coinvolti, portano con il nodo in gola a nuove riflessioni.

Volevamo parlarvi del museo immaginario di Philippe Daverio e dell'arte ideale la cui essenza stessa è la creatività, cogliamo questa occasione per raccontarvi di chi tutela, anche la fantasia: i Monuments Men, quelli italiani e non solo.
Sono uomini e donne, spesso molto giovani, sono italiani e stranieri, sono extracomunitari, sono immigrati, sono connazionali e concittadini, sono all'opera anche in questo momento, sono coloro i quali permettono sopravvivano i musei non solo immaginari, poiché non preservare la cultura, l'architettura, l'arte e perciò la storia di un Paese, è distruggerne la civiltà stessa.

Sono loro, gli angeli che salvano la memoria delle popolazioni, tra i quali quelli resi ancora più noti dal film di George Clooney, The Monuments Men, 2014, ispirato all'omonimo libro di Robert Edsel, che narra le vicende di civili e non soldati, professori, storici, curatori, archivisti, che durante la fine della Seconda Guerra Mondiale aderirono al programma degli Alleati, per mettere in sicurezza diversi beni culturali nelle zone di guerra e che recuperarono centinaia e centinaia di opere d'arte trafugate dai nazisti.

Volendo andare ancora più indietro nel tempo, c'è anche un "tal" Canova che, nel 1815, su incarico di Papa Pio VII, si recò a Parigi per recuperare le opere d'arte depredate da Napoleone. Ne riportò a casa molte e d'inestimabile valore, 249 per l'esattezza, tra cui il celebre gruppo scultoreo del Laoconte. Certo non si trattava di un esperto diplomatico né di un compito facile, per il quale, tuttavia, il grande artista si fece trovare pronto, consapevole di essere ambasciatore già dal suo nome di arte e bellezza, le quali stanno pure al concetto di pace e d'identità, che grazie alla sua azione e del Papa, in Italia ripartì anche dalle opere recuperate e costituite in "museo".

Sono quei ragazzi che, nel novembre del 1966, risposero al grido disperato di Firenze e del mondo, salvando migliaia tra libri antichi, manufatti, quadri, arazzi, pulendo le statue, le sale dei Palazzi e delle Biblioteche fiorentine, immersi nella terra, nella melma, per giorni e giorni. Gli angeli del fango, li ribattezzarono, da allora così sono chiamati giovani e non, di ogni dove, che nei momenti di criticità come dopo le alluvioni, i disastri naturali e non ultimo il terremoto nel Centro Italia, sbucano armati di scope e tanta volontà.

Non stiamo, dunque, parlando di persone preparate, non sono sempre abili agli usi e ai costumi del volontariato, della politica dell'emergenza e del  pronto soccorso né per forza stinchi di santi. Sono solo esseri umani come tanti come noi, che difronte alle immani tragedie della vita siano esse guerre o catastrofi ambientali, sentono forte una chiamata, una voce che spinge a fare qualcosa di concreto, qualcosa che è nelle loro possibilità, che è importante per l'umanità come lo sono tutti i patrimoni storico-artistici. Salvare la cultura, non allevia il dolore per la perdita delle persone amate e della propria casa, ma è un gesto che è volto a salvare lo spirito di un popolo, la sua identità, a dare respiro ulteriore alla sua creatività e perciò alla fantasia stessa delle persone, azioni determinanti nella possibilità di una rinascita, poiché come scriveva Proust: «La realtà non si forma che nella memoria».

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