Lucas Martínez Farrapeira

Nei circoli viziosi delle denominazioni del vino

È così che si crea uno dei circoli viziosi più evidenti nel mondo dell’Enogastronomia italiana, un “problema senza via d'uscita, in cui l'effetto torna a essere causa di se stesso.” Ricorda perfettamente l’immagine del Serpente che si morde la coda. È quello della ricerca continua per trovare una forza comune, uno spirito di squadra che serva a comunicare con un'unica voce all’esterno, ma che vede poi il frazionamento e la scissione avere la meglio.

Dal 2010, in Europa le Classificazioni per tutelare le denominazioni di origine protetta sono identificate come DOP. In Italia sono tutt’oggi rappresentate dalle più storiche DOC e le DOCG, le denominazioni che indicano un marchio italiano che certifica al consumatore principalmente l’origine geografica di un vino, le uve utilizzate, il metodo di produzione. Come sappiamo rappresentano un grande vanto per l’Italia, il paese con il maggior numero di vitigni autoctoni al mondo, tanto da essere chiamata Enotria dagli antichi Greci. Oggi, siamo arrivati ad avere in Italia ben 74 DOCG, 332 DOC e 118 IGT, una ricchezza territoriale immensa ed in costante evoluzione.

Siamo tuttavia, sicuri che non sia un boomerang? Il consumatore non avrebbe bisogno di un po’ di chiarezza in più? Persino gli addetti ai lavori, con un po’ di onestà, ammetterebbero di non conoscerle tutte, figuriamoci cosa ne può pensare il comune mortale. Una volta una produttrice Spagnola si è sfogata con me dicendo che in Spagna, primo paese al mondo come superfice vitata, hanno troppe denominazioni e che questo li penalizza. Ne hanno sessantasette. Quando gli ho detto quante ne abbiamo in Italia mi ha guardato con un moto di pietà infinita e poi ha cambiato discorso.

Ci rendiamo tutti conto che esiste una forte necessità di semplificare per fronteggiare i paesi del nuovo mondo i quali arrivano come una forza unica e potente pronta a travolgerci. Da qui la nascita di denominazioni che racchiudano a cappello zone di produzione più ampie come nel caso del Prosecco, la più grande DOC Italiana, o la Denominazione delle Venezie che racchiude tre territori, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino, nata proprio con l’obiettivo di creare un brand forte che possa formare una base solida di comunicazione del territorio. Stessa filosofia anche nel mondo dell’Olio, con la proposta della DOP Roma che racchiude gli Olii laziali sotto un nome che rappresenta un brand mondiale fortissimo. Un Brand tanto riconoscibile farebbe gola a tutti. Molti paesi non ci penserebbero due volte per approvarla. Noi invece sì. Ci pensiamo e ripensiamo. C’è sempre qualcuno che non vuole starci dentro, che vuole distinguersi, che non si sente rappresentato. Esiste sempre la paura di non valorizzare adeguatamente le varie eccellenze territoriali, indiscussa ricchezza nazionale, tanto che la DOC più piccola d’Italia, la DOC del Loazzolo, in Piemonte, è racchiusa in soli 5 Ettari vitati.

È così che si crea uno dei circoli viziosi più evidenti nel mondo dell’Enogastronomia Italiana, ricorda perfettamente l’immagine del Serpente che si morde la coda. Ed è lo specchio perfetto della ricerca continua nel voler trovare una forza comune, uno spirito di squadra che serva a comunicare con un'unica voce all’esterno, ma che vede poi il frazionamento e la scissione vincere. Che l’unione faccia la forza non è solo un modo di dire, e lo sappiamo benissimo anche in Italia, tanto da creare forti associazioni di categoria per trovare il giusto modo di comunicare all’esterno. Il problema è che poi nella maggior parte dei casi non siamo capaci di mantenere quest’unione, perché riusciamo a trovare un disaccordo interno così grande da provocare scissioni su scissioni. E ci ritroviamo cosi a disperdere le nostre energie e a indebolire i nostri messaggi.

Lo stesso infatti accade con le Associazioni di categoria e quelle che vogliono trasmettere e diffondere la cultura del vino. Iniziative più che lodevole e necessaria. E se posso dire nessuno più di noi Italiani, è bravo in questo. Peccato che anche qui la disgregazione non manchi, anzi. E così nascono non tanto attività parallele, quanto contrapposte, che invece di rafforzare la nostra posizione di istruttori del mondo del vino contribuiscono ad indebolirla.

In questo modo si finisce che ci facciamo «rubare» lo scettro del migliore dagli altri paesi: i Francesi si sono imposti come leader della fascia di vino di alta qualità, l'America come opinion leader, la Germania prende sempre più piede come evento clou del mondo vitivinicolo, e così via…

Eppure la speranza di riuscire a creare unioni sempre più forti è ancora viva e soprattutto attiva. Nasce così ad esempio una nuova Associazione di associazioni che vuole preoccuparsi di un aspetto più che fondamentale del mondo vinicolo, ossia la diffusione del Vino come istruzione e cultura. Prende il nome di CoNVI, acronimo di Consulta Nazionale del Vino Italiano, una realtà nata con l’obiettivo di diffondere i valori e la cultura enologica del nostro paese. Non comprende purtroppo tutte le associazioni di categorie, ma ha trovato il modo di nascere con l’unione di dodici importanti associazioni del Settore, AGIVI, AIS, ASPI, Associazione Nazionale DONNE DEL VINO, CONAF, FISAR, FIVI, MTV, ONAV, SIVE, SLOW FOOD e VINARIUS, ed è in espansione grazie ad adesioni da parte di chi vuole contribuire a portare avanti un nuovo approccio al vino, dando ampio spazio all’importanza del “bere consapevole” e all’istruzione scolastica come punto di partenza per comprendere al meglio questo importante bene italiano. Bene da difendere in particolar modo anche con l’appoggio dei ministeri e delle istituzioni, e con una buona rappresentanza a livello Europeo, per fronteggiare un forte movimento che sta premendo a Bruxelles contro l'abuso di Alcol. Accuse poste in blocco da paesi che non hanno una vera e propria cultura vinicola e che si sono coesi contro le problematiche legate all’alcolismo. Accuse che richiedono il massimo della nostra coesione e concentrazione per diffondere la coscienza e la cultura del bere consapevole.  

Anche nella gastronomia non mancano le iniziative come quelle attive e propositive mandate avanti dal Food Act che proprio di recente ha portato alla firma del Protocollo d’Intesa per la Valorizzazione all’Estero della Cucina di Alta Qualità,  coinvolgendo dalle Politiche estere a quelle Agricole, dall’istruzione alle istituzioni varie di categoria, dagli ambasciatori ai professionisti del settore. Una rete che comprende 123 Ambasciate, 80 Uffici Consolari, 8 Rappresentanze permanenti presso gli Organismi Internazionali, 83 Istituti Italiani di Cultura.

Vediamo quindi se si riuscirà in qualche modo a interrompere questo circolo italiano che troppo spesso ha visto l’individualismo vincere sullo spirito di gruppo e sulla necessità di mandare avanti prospettive comuni.

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