Retinoblastoma #3 self portrait © Ilaria Facci

Carne, pieghe, tessuti di Ilaria Facci

Autoscatti come una mappatura del sé: «Il nudo mi permette di selezionare il mio alfabeto», afferma la fotografa che dopo la perdita di un occhio ha trovato la sua personale visione grazie all'obiettivo

Una fotografia le salvò la vita e le donò una nuova visione delle cose. Ilaria Facci è nata a Roma, città dove attualmente è ritornata a vivere dopo aver vissuto anni a Londra.

Scoprì la sua naturale vocazione per la fotografia un pò per caso, come una rivelazione. Una sua amica le donò una macchina fotografica e da quel momento ne fu completamente assorbita, rapita; iniziò immediatamente a scattare, anzi ad auto-scattare, posizionandosi al centro dell'obiettivo e della sua ricerca. La verità del suo corpo fotografato divenne una mappatura conoscitiva di sé.

Autoritratto senza svelare il volto

Nei suoi lavori si mimetizza attraverso gesti, posture, tessuti e non ci permette di conoscere la fisionomia del suo volto, a volte ne avvertiamo la presenza, ma è solo una veloce impressione, una breve ripresa di scorcio. La fotografa ci nega questa esperienza ma ci dona tutto il resto, tutto il suo corpo.

 

Ilaria Facci

The War © Ilaria Facci

 

Gioca con le pieghe della sua carne, ci espone tutta la verità della sua pelle, un atto estremamente coraggioso e generoso che diviene infatti il principale soggetto nei sui fotogrammi. Uso la parola fotogramma perché si ha la percezione di un movimento cristallizzato, momento irripetibile dove il corpo, a volte attorcigliato a volte sospeso, crea delle atmosfere incantate e oniriche rese possibili anche dai volteggi vertiginosi dei tessuti.

I tessuti perdono la loro consistenza materica assomigliando a nuvole di vapore. Vedendo le fotografie di Ilaria Facci si ha l’impressione di assistere a una danza tra corpi colori e tessuti sapientemente dipinti; l’effetto sfocato reso con il mezzo fotografico ci rimanda a quello tipico delle arti pittoriche.

Ci sono delle assonanze tra le pose immortalate dalla fotografa e gli spazi esaltati da movimenti fluidi tipici del Barocco. Certo ci sono echi e risonanze anche nella storia della fotografia in generale, ad esempio nelle immagini intrise di psiche e carnalità di Francesca Woodman, maestra per eccellenza dell’autoscatto che preparava minuziosamente le sue azioni, movimenti che oscillavano tra verifica di se stessa e fuga, dove veniva rappresentato un immaginario tremendamente tattile e fisico e dove il corpo scivolava e si mimetizzava nell’ambiente circostante.

Presenza e fuga

Le gestualità messe in scena dalla Facci, infatti, ricordano questo oscillare tra presenza e fuga, in bilico tra immaginario e realtà. Un immaginario ben raccontato dalle parole di Vittorio Sgarbi: «È coraggiosa; ci affronta a corpo nudo, sottoposto a tensioni, torsioni, contorsioni, in una lontana memoria di Lucien Freud, e in una, più vicina, di Jenny Saville. Quei corpi si decompongono, o sono schiacciati; e resistono. Questi, di Ilaria, si sublimano, si trasfigurano, si fanno anime, come la Pietà Rondanini, sublime ultimo pensiero di Michelangelo; o foglie, come nell’Apollo e Dafne di Bernini. Ilaria ci parla della sua anima, del suo dolore, dei suoi desideri».

Il rapporto di Ilaria con la fotografia è sì fisiologo, come per tutti gli artisti, ma è soprattutto mistico. La fotografia viene spesso paragonata all’organo di senso principale dell'apparato visivo, l’occhio, apparato che Ilaria non ha più per colpa di una grave e pericolosa malattia.

All’età di 2 anni sua madre le scattò una fotografia e si accorse che la pupilla sinistra di Ilaria aveva un riflesso biancastro, effetto del Retinoblastoma in stadio avanzato. Il Retinoblastoma è un tumore maligno che colpisce la retina, con maggiore diffusione in età pediatrica; questo porta inevitabilmente alla perdita della vista e nei casi peggiori anche della vita. Grazie a una fotografia Ilaria si salvò la vita, e oggi nonostante la perdita dell’occhio continua a donarci la sua personale visione.

Intervista a Ilaria Facci

Quale processo mette in atto prima di scattare?

Non c’è nessun processo studiato o calcolato, inizio semplicemente a interagire con la macchina fotografica sperimento li davanti all’obiettivo, in modo quasi innocente, con l’intenzione di mantenere il processo più puro possibile. È una sorta di improvvisazione, scatto dopo scatto riesco a capire cosa sto cercando, cerco una risposta a volte senza sapere quale sia la domanda. Iniziare a scattare sapendo già quale sia la risposta è limitare l’immenso potenziale della fotografia. Se penso troppo all’immagine prima di realizzarla mi rendo conto che il risultato è troppo artificiale, quindi perde di efficacia e di potenza e sono convita che l’arte non deve decorare ma deve rompere le barriere, come disse Carlos Gorriarena "un cuadro debe romper las paredes".

Cosa le permette di esprimere la nudità e verità del suo corpo rispetto ad altri soggetti?

Venendo da una prima esperienza nel campo della moda volevo ripulire l’immagine da inutili fronzoli e lasciare l’essenza. Attraverso il nudo puoi sfidare e comunicare di più, con poco. Il nudo può essere politico, è provocazione, è polemica è femminismo, è dire tutto con il minimo. Il nudo mi permette di selezionare il mio alfabeto, ho solo tre lettere per comporre un discorso e mi permette di dialogare meglio, senza fronzoli.

L’utilizzo anche dei tessuti non è casuale, non devono coprire o nascondere ma devono evidenziare ed esaltare il nudo. Anche se possono distrarre inizialmente dalla nudità del corpo ne diventano poi complementari, non è l’escamotage per renderci tutti finti e accettabili.

Ilaria Facci

Addio a mio padre #4 self portrait © Ilaria Facci

 

Qual è il suo legame con i Grandi Maestri dell’arte?

Sono profondamente innamorata dei Grandi Maestri come Caravaggio, Michelangelo e Leonardo da Vinci, ma nelle mie fotografie non costruisco l’immagine emulando la loro arte, io mi nutro di quello che ci hanno lasciato, dei doni che hanno regalato alla storia dell’arte ma anche all’umanità dimostrando cosa un uomo è in grado di fare.

Qual è il suo rapporto invece con il mezzo fotografico?

Non è solamente il mio unico strumento, ne utilizzo anche altri come la scrittura o la scultura, ma posso dire che è una disciplina che è arrivata a me e ci siamo trovate.

Amo come la fotografia è in grado di documentare la realtà e raccontare una storia. È documentazione e narrazione. Infatti ammiro i fotografi di guerra che riescono a documentare e trasformare la morte in bellezza e la loro dedizione e passione a rischio della propria vita.

 

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