La vera storia dell'isola segreta di Valentina Vannicola

Tutti i retroscena di Eravamo Terraferma, l'ultimo lavoro di Valentina Vannicola, in mostra all'AuditoriumArte fino al 18 marzo.

Eravamo terraferma

Era il 1993, Sarajevo era sotto assedio, ogni giorno venivano sganciate centinaia di bombe, e i viveri e le medicine scarseggiavano.

Se Jadranka Melić fosse riuscita a fuggire, a quell’epoca avrebbe frequentato la prima media, e di certo non avrebbe potuto portare molto con sé, ma le storie di suo nonno le avrebbe messe in valigia. Avrebbe raccontato, alla sua nuova amica e compagna di banco, quegli stessi racconti che ascoltava da bambina, di un’isola segreta del Mar Adriatico di nome Otok.

Una piccola isola di cui sembrava non importare molto a nessuno, tanto che il Maresciallo Tito, alla fine degli anni ’40, la diede in concessione alla Star Oil, una società petrolifera, per quasi un secolo. Alla sua morte, il 4 maggio del 1980, come spesso succede in questi casi, i rapporti tra la Star Oil e l’ex-Jugoslavia iniziarono a guastarsi, i pozzi a prosciugarsi e gli operai che si erano trasferiti sull’isola iniziarono via via ad abbandonarla.

Poi ci furono le guerre, così i pochi rimasti tornarono a casa per arruolarsi. Anche il nonno di Jadranka Melić abbandonò l’isola. Tutti fuorché uno sparuto gruppo di disertori che rimase lì, nella speranza che il mondo li dimenticasse.

Se Jadranka Melić avesse raccontato la storia dell’isola segreta alla sua compagna di banco, lei di certo non l’avrebbe dimenticata e una volta cresciute sarebbero partite insieme alla ricerca di questa isola dimenticata e dei suoi abitanti per ridare voce alle loro storie. Eravamo Terraferma, l’ultimo progetto di Valentina Vannicola, è la loro storia, descritta con una forza poetica che solo lo sguardo di un’artista così raffinata poteva cogliere.



Dove trovarla

La mostra curata da Anna Cestelli Guidi resterà aperta al pubblico fino al 18 marzo presso l’AuditoriumArte, con una selezione di 16 grandi fotografie, dove si alternano paesaggi ai ritratti degli abitanti dell’isola, integrate da pannelli con il materiale documentale raccolto dall’artista: storie e fotografie. 

Una piccola selezione di Eravamo Terraferma sarà esposta anche al MIA photo fair 2018, dal 9 al 12 marzo, a Milano, come vincitrice del miglior portfolio di Fotografia Europea 2017.

Terraferma Valentina Vannicola

valentina vannicola terraferma

valentina vannicola terraferma

 

Avviso Spoiler 

da non leggere prima di aver visto la mostra

Se siete appena stati all’Auditorium e siete rimasti rapiti dalla potenza suggestiva delle fotografie esposte, se avete letto una ad una la storia degli abitanti, di Selma e di sua figlia Azra, di Miroslav e Goran, se arrivati alla fine siete rimasti impalati di fronte alla cartina del Mar Adriatico cercando Otok su Google Maps senza riuscire a trovarla, potrebbe stupirvi scoprire che non la troverete mai, perché Otok non esiste.

Eravamo Terraferma è la ricostruzione emotiva di un periodo storico reale, dove un’isola immaginaria ha la forza di raccontare storie di vita vera. Un lavoro di documentazione e ricostruzione durato tre anni, e curato fin nei minimi dettagli.

 

valentina vannicola terrafermavalentina vannicola terraferma

 

 

Eravamo Terraferma raccontato da Valentina Vannicola

Quando ha avuto inizio il progetto?

«Verso la fine del 2014. Nei mesi precedenti avevo trascorso un periodo sulla riviera romagnola grazie ad una collaborazione con il Bellaria Film Festival, lì ho cominciato a studiare l’Adriatico. Poi lo studio si è allargato dalla costiera italiana a quella dell’ex-jugoslava, una terra che ha spesso suscitato in me grande interesse e curiosità».

 Come mai hai deciso di raccontarla in questo modo?

«Perché questo è il modo che sento più mio, racconto sempre storie, lavoro con la finzione, per cui nel momento in cui ho deciso di raccontare questa vicenda, ho utilizzato quella che è la mia grammatica, la grammatica della ricostruzione attraverso elementi di finzione».

Perché hai scelto di ricostruirla in Italia e non su un'isola qualunque del mar Adriatico?

«È un po’ come girare un film, sono andata alla ricerca di determinati luoghi per raccontare la mia isola e li ho trovati nelle zone palustri della Sardegna, in alcuni casi sono stati proprio questi stessi luoghi a suggerirmi l'impostazione dell'immagine. Ho un rapporto molto stretto con questa regione, negli ultimi anni ho vissuto lì per lunghi periodi, esplorandola tantissimo. Come per i miei precedenti progetti, ho scelto di lavorare in un territorio che avevo la possibilità di approfondire e con cui poter intrecciare relazioni intense».

E per le foto di archivio come hai fatto?

«Per il materiale di archivio ho lavorato seguendo tre diverse fonti: parte di questo lo ho raccolto durante un viaggio di ricerca che ho fatto nel 2016 tra la Bosnia ed Erzegovina e la Croazia. Una parte è stata ricostruita, come la foto in cui gli operai della Star Oil sono in partenza per le piattaforme, ho rimesso in scena quell'episodio per il semplice fatto che non è mai avvenuto. Infine, un terzo gruppo proviene dai miei album di famiglia, durante le ricerche ho trovato delle forti similitudini estetiche, quindi direi di stessa provenienza sociale, tra questi materiali e quelli ritrovati sul campo, mi riferisco in particolar modo alle fotografie che ritraggono il periodo storico del dopoguerra, dalla fine degli anni '40». 

 

L’opera artistica di Valentina Vannicola fa parte del filone della staged photography, "quella corrente della fotografia contemporanea che", come scrive la curatrice Anna Cestelli Guidi, "tende a ricreare situazioni apparentemente naturali benché conseguite in maniera del tutto artificiale, dove l’artista è regista ancor prima di fotografo”. In tutti i precedenti lavori di Vannicola è stato forte il legame con i grandi classici della letteratura, come nei progetti di trasposizione visiva di Alice nel paese delle meraviglie, del Don Chisciotte della Mancia e L’inferno dantesco.

Leggi anche L'Inferno di Valentina Vannicola

Eravamo Terraferma si discosta dalle esperienze del passato proprio per un diverso legame con il testo

«Sino a questo momento la letteratura ed il testo letterario sono stati, quasi sempre, il punto di partenza dei miei lavori. In Eravamo terraferma, lo diventano i testi, i fatti e i documenti storici sui quali mi ritiro per arrivare alla stesura del soggetto della storia. Una volta creata la struttura narrativa, proseguo utilizzando il mio solito metodo, quindi individuo un territorio su cui attivare la ricerca delle locations e, soprattutto, cerco un'interazione con questo ed i suoi abitanti che diverranno i protagonisti del racconto. Infine, attuo un ultimo strappo con il passato: i testi che ho scritto, e che danno voce ai personaggi, entrano a far parte dell'opera».

 

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