[ph] Lorenzo Castore

Ultimo domicilio di Lorenzo Castore, la casa nostra ambasciata privata

Castore, fotografo nato a Firenze e cresciuto a Roma, indaga l'identità, la presenza e l'assenza negli spazi della casa. Lui non sente di appartenere a nessuna città in particolare: «la casa è uno spazio ristretto, una tana, una specie di ambasciata privata dove ci sono gli oggetti di elezione, i ricordi, i libri, i dischi». Il progetto fotografico è esposto fino al 31 marzo alla Galleria del Cembalo

È stata inaugurata l’8 febbraio, presso gli spazi della Galleria del Cembalo, la personale Ultimo domicilio dell’artista fiorentino Lorenzo Castore. Il progetto fotografico è interamente incentrato sulla casa, quale luogo di abitazione ma soprattutto di radici che si fanno ricordi attraverso gli oggetti che la animano. Immagini di mobili, libri, poltrone, fotografie, oggetti che rimandano alle impronte indelebili di chi ha vissuto in quegli spazi, come quelli della casa di Firenze dei nonni dello stesso artista, svuotata subito dopo la morte della nonna. Presenze che contengo assenze, dentro che diventa fuori, «l'identità dei singoli che si fa creatrice di un'identità collettiva», come ci dice lo stesso Castore.

Faccio fatica a sentirmi a casa da qualche parte, da sempre, ma allo stesso tempo posso sentirmi a casa dappertutto. Credo che la casa per me abbia molto più a che vedere con le persone che con i luoghi.

Ha senza dubbio a che fare sia con le persone che con i luoghi la serie di immagini dedicate a Casarola, dimora della famiglia Bertolucci, accompagnata dalla proiezione del cortometraggio che ne è stato tratto e che rimanda ancora ad atmosfere pervase di memoria e nostalgia.

Come ha preso vita il progetto Ultimo domicilio?

In maniera non troppo cosciente, come spesso mi capita. Nel 2008 avevo cercato e fotografato delle case abbandonate durante la guerra in Bosnia - quindi molti anni prima - e mai più riabitate. Cercavo dei segni della presenza di chi le aveva abitate che fossero resistiti al tempo. Una volta andato e trovato quello che cercavo le foto sono rimaste da parte, o comunque sono state utilizzate solo in relazione a loro stesse. Poi un giorno ero a casa mia a Cracovia - dove ho abitato qualche anno - e stendendo i vestiti appena lavati dalla lavatrice ho guardato questo angolo della casa, la stufa, una vecchia foto di una coppia appesa al muro e sotto a questa foto i panni stesi - e non so dire come e perché ma ho avuto una specie di rivelazione e la testa ha cominciato a frullare e a creare associazioni. Ho cominciato a pensare a qualcosa che avevo voglia di fare e di dire. Avrei venduto quella casa poco dopo, quindi ho capito che volevo cercare altre case così. Le case dovevano essere in una speciafica fase di passaggio, ovvero in quella fase intermedia tra l'essere lo specchio di qualcuno e il diventare indistinte, altro; oppure dovevano essere pressoché inabitate da chi le aveva vissute. Volevo che non si perdessero per sempre, volevo che la fotografia facesse quello che deve fare ovvero fermare il tempo. Le case che poi ho cercato - e non è stato facile trovarle - sono arrivate a me attraverso informazioni di amici o conoscenza diretta. Il lavoro comunque non finisce, anche se è diventato un libro (Ultimo Domicilio - edito da L'Artiere nel 2015). In mostra ci saranno tre scatti inediti realizzati tra il 2016 ed oggi.

Dove sono state realizzate le fotografie?

A Sarajevo, Mostar, Cracovia, Firenze, Roma, Casarola, Milano, Finale Ligure, Torino, Brooklyn e a Fontenay Mauvosin nella campagna fuori Parigi.

Come riassumerebbe il messaggio che intendono veicolare?

Il fine della mia ricerca con Ultimo Domicilio è dare vita a uno spazio, sentire la presenza di chi gli ha donato un'anima, creare un atlante di un universo più ampio abitato da fantasmi e codici condivisi. Io posso parlare di quello che posso toccare sperando che sia familiare anche a chi guarda dall'esterno. È anche il mio modo di rendere omaggio a chi ho amato e che oggi non c'è più attraverso i segni e le cose. È un processo di identificazione a più livelli.    

Casa: che valore ha per lei?

Non lo so. Sono nato a Firenze e sono cresciuto a Roma ma non mi sento particolarmente a casa in nessuna delle due città. La casa è uno spazio ristretto, una tana, una specie di ambasciata privata dove ci sono gli oggetti di elezione, i ricordi, i libri, i dischi, quello specifico mobile, quella specifica sedia, quello specifico bicchiere e così via. Non butto mai via queste cose e da sempre girano insieme a me: sono una specie di atlante che mi fa orientare e che mi ricorda da dove vengo.

 

La galleria ospiterà simultaneamente anche Housing, con le opere dell’artista berlinese Evol, nelle quali il soggetto di complessi prefabbricati dell’ex Germania dell’Est si intreccia ancora con la tematica abitativa.

 

 

Ultimo domicilio – Fotografie di Lorenzo Castore

Galleria del Cembalo, dall'8 febbraio al 31 marzo 2018. Dal mercoledì al venerdì, dalle 15.30 alle 19.00 sabato, dalle 11.00 alle 19.00 oppure su appuntamento

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Il cinema fa parte di lei da sempre, saltando con nonchalance dal Neorealismo al cinema horror. Ama rifugiarsi in realtà parallele, attraverso le righe di un libro o dietro l’obiettivo della sua reflex, per scovare continuamente qualcosa in grado di sorprenderla. Citando Tim Burton: “E’ bene per un artista ricordarsi sempre di guardare le cose in un modo nuovo, strano”.

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